Sogni d’oro

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Mi guardo intorno imbarazzato: possibile che si sia innamorata di me questa intelligente e bella studentessa damascena, sempre impeccabile nel suo lungo soprabito e nel velo sobrio lindo stiratissimo? Impossibile ovviamente, tuttavia le tre parolette che mi rivolge sorridendo, in attesa che entri il prof. di poesia preislamica, sembrano proprio una dichiarazione d’amore: “Dakhalta fi manami” in italiano fa “Sei entrato nei miei sogni”.

Nessun brivido. Molto semplicemente le è accaduto di avermi visto transitare tra le visioni dell’ultima “piccola morte” e questo, nel suo codice religioso e culturale non è privo di significato. L’islam infatti distingue tra una “grande morte”, quella che noi chiamiamo propriamente morte, e una “piccola morte”, che si produce ogni notte, nel momento in cui ci si addormenta.
A partire da un celebre passo del Corano (39,42) si crede che nel sonno Dio separi l’anima dal corpo, proprio come quando si muore. Se vuole, al mattino Dio reintroduce l’anima nel corpo del dormiente e quello si risveglia, torna in vita. L’evento del sonno è dunque carico di significati profondi. Così sin dall’infanzia i musulmani si abituano a dire prima di addormentarsi un’invocazione speciale, tipo “O Dio, mi consegno a te con desiderio e timore”, e al risveglio un’altra, tipo “Sia lodato Dio, che mi ha suscitato sano e salvo”. Ciò che accade tra quelle due preghiere è misteriosissimo.

La civiltà islamica ha sviluppato una letteratura straordinariamente ricca sulla “scienza dei sogni”, riflettendo con la consueta minuzia analitica su condizioni, natura, interpretazione delle visioni notturne ecc. Se da una parte si dichiara esaurita la funzione profetica, quindi (almeno per la tradizione sunnita) chiusa una volta per tutte la Rivelazione divina rivolta all’intera umanità, dall’altra si riconosce che Dio possa continuare a “ispirare” le singole persone, con rivelazioni private utili alla vita dell’uno e dell’altro. I sogni appunto. Non che tutti vengano da Dio: certi sono attribuiti ai “bisbigli di Satana”, altri a una sorta di dialogo dell’anima con se stessa, altri infine sono veritieri e sani, e vanno considerati, secondo un’espressione tradizionale “una quarantaseiesima parte della profezia”.

In questo accurato lavoro di discernimento Ibn Sirin (m. 729=110 del calendario islamico) è stato un pioniere, contemporaneo di un gigante del pensiero come Hasan di Bassora. Si dice che quest’ultimo avesse sempre le lacrime agli occhi, in segno di compunzione, all’opposto del primo: cuor contento e sorridente. Attribuisco questo tratto di serenità alla vita di un personaggio che amava stare in mezzo ai sogni, propri e altrui.

Trovo una paradossale conferma a questo “potere rasserenante” dei sogni nel racconto, fattomi da molti detenuti musulmani, del “sogno premonitore” verificatosi nell’imminenza dell’arresto. Invece che gettare il sognatore nel panico o nella disperazione, la “divina soffiata” si è tradotta in fonte di stabilità interiore, di pazienza nel sopportare l’onta della carcerazione, perché “era una cosa scritta per me da Dio” e “Dio me l’aveva fatto vedere la notte prima dell’arrivo dei carabinieri”.

Come in mille altre cose, anche in questa l’islam è parte di una più ampia storia culturale. La Bibbia è percorsa di sogni e visioni dall’inizio alla fine, e i rabbini, come mostra un lungo passo del Talmud (Berakhot 55a), ne fanno materia di accanite discussioni. Nel mondo greco-ellenistico i sogni la fanno da protagonisti nei boschetti sacri, nei riti accuratissimi per propiziarsi la giusta visione, specialmente quella che ti conduce dritto a una pentola d’oro, aspirazione che trovo ancora vivissima in Giordania, che con la sua fama di storico forziere dei bizantini eccita sino ad oggi speranze e operazioni di scavo di molteplici sognatori. Sognare divenne una tecnica altamente professionale, la “incubatio”, termine latino dal quale proviene una parola tremenda, “incubo”, ma che nel suo significato originario è più innocuamente “la cova del sogno”. Il medioevo cristiano si provò a domare e incanalare queste antichissime tradizioni, magari convertendo in angeli santi le divinità pagane propiziatrici dei buoni sogni. Considero parte integrante e irrinunciabile di questa nostra storia comune l’arrivo di Freud, che tirò giù i sogni dalle altezze celesti e li seppellì negli abissi dell’inconscio.

Ancora più radicali le neuroscienze, che con le loro tecniche di studio delle attività cerebrali hanno fatto dire a uno specialista come J. Allan Hobson: «Se la domanda è come dipanare il mistero dei sogni, la risposta è semplicemente che non c’è più nessun mistero. O almeno, nessun mistero degno delle teorie mistiche del passato». Neurobiologia, imaging cerebrale, risonanza magnetica, sono a suo avviso strumenti di «un’autentica rivoluzione che fa preconizzare un grande balzo in avanti nella teoria scientifica del cervello e della mente». La posta in gioco, afferma, è «una teoria scientifica della coscienza umana». Riconosce peraltro onestamente che «la scienza del sonno è tuttora incompleta» e che «non sappiamo ancora abbastanza del modo in cui il cervello-mente si riorganizza durante il sonno». Niente paura dunque: il bello della bella scienza sta nel fatto che più chiarisce le cose più le riconosce complesse… e misteriose.

Nel frattempo possiamo quindi continuare a sognare e raccontarci i nostri sogni, facendo del sogno uno strumento di relazione, un argomento di dialogo tra culture fedi e non fedi. In questo i sogni valgono oro.

Ignazio de Francesco

 

 

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