L’Italia del «chi ci guadagna?»

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

È stato uno sbaglio e lo correggeranno. Conte, Salvini e Di Maio, sono scesi in campo in formazione completa ieri per assicurarlo: il raddoppio dell’Ires al non profit è stato un errore; loro non ce l’avevano con il volontariato ma solo «con i furbi». E anche se nella legge di stabilità adesso questa cosa non si può più cambiare, la «ricalibreranno» appena possibile a gennaio. Lo prendiamo per buono, anche se per un governo che a ogni pie’ sospinto ripete che con loro «chi sbaglia paga» aggiungere almeno uno «scusate tanto» non avrebbe guastato … Ma queste sono finezze.

Tutto a posto, dunque? No. E non solo perché bisognerà vedere concretamente come la manterranno questa nuova promessa. Il punto vero è un altro: la questione non è fiscale, ma di sguardo sul Paese.

Abbiamo al governo oggi l’Italia che non crede più nelle persone che si mettono insieme per dare risposte ai bisogni. L’Italia che guarda a qualsiasi forma solidaristica con un retropensiero di fondo: non è che qualcuno ci guadagna lì dentro? Non mi interessa fare la morale alla Lega, ai Cinque Stelle o a questo governo: il problema è la mentalità che c’è dietro, tremendamente più diffusa. Il blitz sull’Ires al non profit è il manifesto della sfiducia generalizzata nella solidarietà. Propaganda un’idea ben precisa: non rischiare mettendoti insieme agli altri, le uniche risposte ai problemi sono individuali, ti puoi fidare solo di te stesso. Lo Stato deve darti ciò di cui hai bisogno, ma poi sbrigatela da solo che è molto meglio.

Ecco, non è dei soldi dell’Ires ma di questo che dobbiamo chiedere conto ai sacerdoti della caccia al «buonista». Di un orizzonte in cui il «noi» non esiste più se non per contrapporlo a un «loro».

Più passano gli anni e più sono convinto che tra le colpe del cattolicesimo sociale la più grave sia aver seppellito nei cassetti gli scritti di Federico Ozanam. Perché lui già due secoli fa ci ammoniva sui pericoli degli opposti egoismi: quello di chi ha e non vuol rinunciare a nulla, ma anche quello di chi non ha ed è mosso solo dalla rabbia per il fatto di non possedere. Non è esattamente lo scontro che si sta profilando di nuovo in questo momento storico? Nella visione politica di Ozanam il compito del cristiano doveva essere quello di porsi fisicamente nel mezzo, nella posizione più scomoda di tutte. E da lì spendersi per mostrare che l’unica strada sostenibile è moderare entrambi questi egoismi, indicando la strada della fraternità come pre-condizione per la costruzione di un bene comune. Quella stessa strada che lui – a vent’anni, insieme a un gruppo degli studenti della Sorbona – aveva cominciato in prima persona a praticare andando a vistare i poveri nelle soffitte e nei sottoscala della Parigi dell’Ottocento, dando vita così alla Società di San Vincenzo, guarda caso una di quelle forme organizzate di solidarietà che sono arrivate fino a noi.

«Senza la fraternità che Gesù Cristo ci ha donato, i nostri sforzi per un mondo più giusto hanno il fiato corto, e anche i migliori progetti rischiano di diventare strutture senz’anima», ammoniva a Natale nel messaggio Urbi et Orbi papa Francesco. Il blitz sull’Ires stavolta pare che l’abbiamo scampato. Ma o torniamo a parlare davvero di questo o alla fine la logica delle risposte solo individuali vincerà per davvero. Fino al giorno in cui scopriremo di averci perso tutti.

Giorgio Bernardelli

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