Chimica ed eucarestia

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Ora che le celebrazioni sono riprese e l’animo dei cattolici, soprattutto di alcuni tra vescovi e laici, sembra essere più tranquillo, forse si può ragionare con più calma, senza essere presi dalle reazioni del momento, sul pensiero di “fondo” che ha animato alcune parti della chiesa durante il digiuno eucaristico. Mi riferisco alle affermazioni, ben visibili ancora sul web, di chi afferma che l’eucarestia, come corpo di Cristo, quindi, come dato che trascende l’umano, non possa essere portatrice di virus e veicolo di contagio.

Non sono interessato tanto alla questione in sé. È molto semplice, infatti, ricordare alcune affermazioni del magistero. Il compendio al CCC al n. 283, sul pane e vino che diventano corpo e sangue di Cristo dice: “Le caratteristiche sensibili del pane e del vino, cioè le «specie eucaristiche», rimangono inalterate”. (vedi Conc. Trento XIII sess. cap. IV). Lo stesso CCC aggiunge al n. 1377: “La presenza eucaristica di Cristo ha inizio al momento della consacrazione e continua finché sussistono le specie eucaristiche”. Il can. 939 del Codice di diritto Canonico, ricorda, infine, come le ostie consacrate debbano essere “rinnovate con frequenza”. A dire che gli aspetti chimici e fisici dell’ostia consacrata restano e quindi, come tutti gli agenti naturali, può degradarsi ed essere anche veicolo di contagio.

Sono più interessato, invece, all’idea di incarnazione che queste affermazioni nascondono. La questione dell’eucarestia, infatti, non è altro che il caso più evidente di come pensiamo il rapporto tra natura umana e natura divina, nel momento in cui quest’ultima entra nella prima. Forse, sarebbe opportuno riprendere il dogma cristologico, definito nel 451 nel concilio di Calcedonia: “Uno e lo stesso Cristo, Figlio, Signore, Unigenito, riconosciuto in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione; la distinzione tra le nature non è affatto annullata dall’unione, ma piuttosto le caratteristiche di ciascuna natura sono conservate e procedono assieme per formare una persona” (vedi CCC 467).

Per essere fedeli a questo dogma come possiamo pensare il rapporto di incarnazione del divino nell’umano? Mi pare evidente che quando il divino entra nell’umano non ne stravolge la configurazione, i dati, le regole, le dinamiche. Non si sostituisce cioè all’umano, svuotandolo dei suoi limiti e delle sue potenzialità e riempiendolo con quelle divine. Ma al contrario, il divino accetta di configurarsi secondo i limiti e le potenzialità dell’umano e proprio stando dentro ad esse si esprime e si realizza sulla terra.

Dire che tra le due nature non c’è confusione, né cambiamento, significa continuare a riconoscere ad entrambe le loro caratteristiche e il loro statuto, senza che una “divori” l’altra; dire che tra le due nature non c’è divisione, né separazione significa che le loro dinamiche sono congiunte, agiscono sempre insieme e l’una può diventare luogo di realizzazione e manifestazione dell’altra. Non a caso infatti, quando le specie eucaristiche degradano chimicamente, la Chiesa ha sempre pensato che la presenza reale di Cristo scompaia da esse.

Non è questione da teologi annoiati. Se ne facciamo esemplificazioni concrete se ne vedono immediatamente le conseguenze. Gli effetti di benessere della preghiera rendono inutile gli strumenti della psicologia? La preghiera sostituisce la medicina nelle guarigioni? La forza di conversione di un sacramento agisce indipendentemente dalla volontà umana di chi lo riceve? Il governo della società umana va rimesso direttamente nelle mani di Dio? Le regole etiche di Dio, devono sostituire quelle che l’uomo può individuare con le sue sole forze? La ricerca umana della verità va soppiantata e deve lasciare il posto solo alla verità rivelata?

Poste così sembrano domande con risposte facile. Eppure in questi mesi abbiamo visto e letto cose che sembrano davvero rimettere in discussione tale facilità. Soprattutto sembra davvero che il Covid 19 abbia rivelato molto del retroterra culturale di tante persone, cristiane e non, su questo punto. Ma, per i cristiani la fedeltà al dogma di Calcedonia impedisce che si possano pensare certe cose. Ad esempio, che la benedizione dell’acqua santa, fatta dal cielo con una botte caricata su un aereo, possa ottenere un effetto “vaccinante” su una città. O che una società umana debba essere governata direttamente dalle leggi etiche dettate dalla rivelazione biblica. O anche che partecipare alla messa non possa produrre contagio.

C’è stato, anche tra vescovi, chi lo ha detto e fatto e ancora ne è convinto. Ma quando il divino fagocita l’umano, immediatamente la dinamica si ribalta nel suo contrario: ciò che nell’umano è votato al divino si erge a divinità esso stesso, e Dio scompare dalla scena del mondo, sostituito dalla divinizzazione dell’elemento umano che dovrebbe, invece, essere un tramite per il divino. Purtroppo, una parte della Chiesa, oggi sembra rischiare davvero questa deriva. Eppure il cristianesimo si differenzia proprio per questo: continua a pensare, cioè, che l’umano sia davvero luogo della presenza di Dio, ma senza sostituirsi a Lui e senza essere sostituito da Lui. Se lo dimentichiamo costruiamo ancora una volta corti circuiti in cui umano e divino non si possono più riconoscere reciprocamente. E perciò si perdono entrambi, perchè umano e divino si danno o si perdono insieme.

Gilberto Borghi

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