Povertà e ricchezza nei Padri della chiesa

da Profeziaeliberazione.blogspot.com, Profezia e Liberazione “L’uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà” (GS 17).

Il nuovo modello di società proposto da Gesù è, come afferma Juan Mateos, “un mutamento radicale che cambia i fondamenti stessi della società”. Propone e rende possibile un nuovo modello di uomo: sarà l’uomo nuovo a creare una società nuova. Per attuare tale progetto è richiesta una radicalità e una scelta di fondo per la povertà, che elimina l’accumulo di denaro e che si ispira all’amore per l’umanità oppressa e al desiderio di giustizia e di pace. Toglie l’ostacolo che impedisce l’esistenza di una società giusta e costituisce la base indispensabile per costruirla. Nasceranno da essa la generosità del condividere (Mt 6,22s), l’uguaglianza, la libertà e la fratellanza di tutti e tutte.  Anche i Padri della chiesa avevano colto l’importanza della condivisione, elemento imprescindibile per cambiare stili di vita ed operare quella “religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo” (Gc 1,27), dove per mondo si intendono le degenerazioni umane del sopruso e dell’oppressione.  Un attento studio del padre Zannini circa l’atteggiamento dei Padri verso il rapporto tra ricchezza e povertà, viene proposto qui di seguito.

Povertà e ricchezza nei Padri della Chiesa

Il problema del rapporto tra ricchezza e fede cristiana si presentò molto presto alla chiesa delle origini.

Clemente di Alessandria (150-215) scrisse una omelia, Quale ricco si salverà? [Q.d.s.], per rispondere ai dubbi e alle domande che i ricchi cristiani gli ponevano sulla possibilità di conciliare ricchezza e fede, avendo presenti le parole di Gesù nell’episodio del ricco in Mc 10,17-31, che, se interpretate in modo letterale, appaiono categoriche e senza alternative nella esclusione dei ricchi. Spesso in modo semplicistico si sintetizza il contenuto di quest’opera affermando che Clemente sostenga in essa soltanto la libertà dai rigidi legami al danaro e al possesso interpretata come libertà interiore. In realtà la sua argomentazione è molto più complessa, e non può essere così banalizzata. Se è vero che Clemente parte da una prospettiva di fede e non da una ideologica, politica o sociologica per cui attesta anche riguardo al problema delle ricchezze il primato del rapporto con Dio, egli, lungi dallo spiritualizzare il problema, fa scaturire da presupposti spirituali scelte estremamente concrete. È evidente che, dovendo parlare ai ricchi di salvezza, questa trovi la sua radice prima ancora che nelle scelte pratiche nella novità dell’annuncio di Gesù, nella conoscenza di Dio e della sua grazia (Q.d.s. 7;8) perché questo genera la novità di vita (Q.d.s. 12). Prima ancora che vendere e dare tutto ai poveri, la cosa che manca al ricco di Mc 10,17-31 è l’aderire alla persona di Gesù, “dimorare nella grazia di colui che procura la vita eterna” (Q.d.s. 10), ma questo comporta conseguenze pratiche. La prima di queste conseguenze sarà un distacco interiore: distaccare il cuore dalle ricchezze, senza che ciò obblighi a disfarsene materialmente del tutto. Anzi per Clemente la ricchezza può anche essere un bene perché consente di aiutare chi ha bisogno, cosa che non si potrebbe fare se nessuno possedesse dei beni; Zaccheo e il buon samaritano ne sono l’esempio lampante (Q.d.s. 13). Questa visione tutta teologica ed interiore offre l’occasione per parlare anche della povertà. Se infatti l’essere ricchi non è considerato un male, a condizione che sia senza avidità e passione, il divenire poveri può essere un male perché reca con sé la carenza delle cose necessarie (Q.d.s. 12). Inoltre la povertà senza libertà dalle passioni o per “ottenere inutile fama e gloria effimera” come in certe filosofie e “senza conoscere Dio e la giustizia di Dio” non dà la vita (Q.d.s. 11). Chi si limitasse a questi presupposti teologici del problema, farebbe passare il pensiero di Clemente per pura teologia intimistica che non gli appartiene assolutamente. In realtà Clemente offre delle coordinate molto concrete che compariranno nuovamente in seguito in molti altri Padri. Anzitutto Clemente sostiene che “ogni sostanza che ciascuno trattiene per sé come fosse un bene privato e non mette in comune con chi si trova nel bisogno, diventa qualcosa di iniquo” (Q.d.s. 31). Il ricco inoltre non deve aspettare che il bisognoso bussi alla sua porta percondividere con lui i suoi beni, ma lo deve “cercare” (Q.d.s. 31): “se è necessario percorri tutta la terra” (Q.d.s. 32). Il povero non è, per Clemente come per altri Padri, oggetto di elemosina, ma soggetto di diritti lesi cui è urgente fare giustizia. L’impegno attivo di condivisione nasce infatti dal fatto che non è il povero “che ha ricevuto l’ordine di ricevere, bensì sei tu [il ricco] che hai avuto quello di dare” (Q.d.s. 32). Questa generosità inoltre non deve fare discriminazioni, ma a imitazione di quella di Dio (Q.d.s. 31) va rivolta, distribuendo “senza lamentele, senza distinzioni, né reticenze” (Q.d.s. 31), a chiunque: “Non voler giudicare chi è degno e chi non lo è” (Q.d.s. 33). Così, al contrario, chi si sente padrone dei propri beni e li gestisce in modo non solidale, non può considerarsi cristiano. Anzi, secondo Clemente, il ricco che, fattosi cristiano, continua “a trattenere per se e a nascondere i beni di questo mondo” e li nega agli altri è “omicida: seme di Caino, discepolo del diavolo, non ha il cuore di Dio, non ha la speranza di cose più grandi; è sterile, è secco; non è un tralcio della vigna celeste che vive in eterno” (Q.d.s. 37).

I Padri che in seguito riprenderanno l’argomento (Origene, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, Giovanni Crisostomo, Cirillo di Alessandria fra i padri greci, Cipriano, Ilario di Poitiers, Ambrogio di Milano, Agostino fra i latini), pur nelle loro specificità, concorderanno con Clemente almeno su tre punti da tutti considerati irrinunciabili: la bontà dei beni in sé, l’uguaglianza degli uomini, il dovere di condividere fino a sollevare la condizione del povero. Basilio Magno poi puntualizza ancor meglio alcune delle coordinate clementine. Anzitutto stigmatizza quello spiritualismo devoto che si coniuga facilmente con la mancanza di solidarietà: “So di molti, che digiunano, che recitano preghiere, che gemono e sospirano, che praticano ogni forma di pietà che non supponga spesa, ma che non sganciano un soldo per i bisognosi. A che servirà poi tutta questa pietà? Non per questo li si ammetterà nel regno dei cieli!” (Basilo, Hom. VII, in divites, [H.VIIi.d.] 3). Precisa poi che: “È in questo modo che si diviene ricchi: in virtù del solo fatto di essersi impadroniti per primi di ciò che è di tutti” (Basilio, Hom. VI, de avarizia [H.VI d.a.], 7). Basilio sottolinea perciò che i beni della terra provengono da Dio, sono sua proprietà e gli uomini ne sono solo “gli amministratori”, non i padroni che possono farne ciò che vogliono (Basilio, H.VI d.a., 2): “Devi pensare che ciò che tieni tra le mani è cosa altrui” (Basilio, H.VI d.a., 2). Perciò chi accumula ricchezze in forma egoistica e non solidale è un “ladro” (Basilio, H.VI d.a., 7) e “manca di carità” (Basilo, H.VII i.d., 1), cioè dell’amore di Dio. L’attuazione della condivisione infine, se non costringe necessariamente a diventare poveri, è evidente tuttavia che non permette neppure di restare ricchi: “Se ciascuno prendesse per sé solo ciò che basta per le sue necessità, lasciando ciò che resta a disposizione di quanti ne hanno bisogno, forse nessuno sarebbe ricco, ma neppure vi sarebbe qualcuno povero” (Basilio, H.VI d.a., 7). Il fatto è che spesso si crede di aver bisogno delle ricchezze per venire incontro alle proprie “necessità”, secondo quella mentalità tipica della società consumistica che Basilio aveva già smascherata nel IV secolo: “Quando possiedi una bella somma, già vai desiderandone un’altra uguale. Appena l’hai ottenuta, ecco che subito vai bramando di raddoppiarla. E così via: ogni volta, ciò che aggiungi non sazia il tuo desiderio di possesso, ma semplicemente accende di nuovo la tua avidità” (Basilio, H.VII i.d., 2). È necessario dunque non solo condividere i beni, ma cambiare stile di vita perché questo sia possibile.

Massimo de Magistris (profeziaeliberazione.blogpot.it)

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