La Leggenda del Grande Inquisitore. Una conferenza di Adalberto Mainardi

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La Leggenda del Grande Inquisitore, contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov, è il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij. Un pensiero che non procede dalla libertà a Dio (come fa Kant), ma da Dio alla libertà.

Nella leggenda, raccontata dall’ateo Ivan Karamazov al fratello Aloşa, Gesù riappare sulla terra a Siviglia ai tempi della Santa Inquisizione e viene imprigionato come eretico. Il Grande Inquisitore si reca da lui nella notte e lo apostrofa lungamente sul problema del valore della libertà per l’uomo.

Alla libertà, dono terribile che Dio ha voluto fare agli uomini, il Grande Inquisitore oppone il miracolo, il mistero e l’autorità. Una “correzione” dell’opera divina più compassionevole nei confronti degli uomini deboli, i non eletti, quelli che non “hanno la forza di disprezzare il pane terreno per quello celeste”, gli uomini schiacciati dal determinismo delle condizioni, quelli che non riescono a rovesciare il quadro.

Paradossalmente, il Grande Inquisitore denuncia una mancanza d’amore nel dono di questa terribile libertà. La salvezza perché sia davvero pietosa deve riguardare tutti gli uomini, i forti e i deboli. E invece “due saranno nel campo; l’uno sarà preso e l’altro lasciato” (Matteo 24:40). E i deboli? E chi tra le troppe vie, più o meno plausibili non ha saputo scegliere la fede? Forse l’amico lasciato nel campo, liberamente non ha voluto alzare la testa… o non ha potuto.

La terribile libertà che denuncia il Grande Inquisitore o una teologia del miracolo e della predestinazione. Di entrambe è difficile comprenderne la giustizia. La leggenda del Grande Inquisitore termina così: Gesù, che ha ascoltato fino in fondo e in silenzio il suo vecchio accusatore, lo bacia dolcemente. Come a suggerire nell’amore, comunque, la risposta.

Una terza via, tra la libertà e il mistero. Il problema più spinoso per il credente è Unde Malum? Da dove viene il male, e perché? Il paradosso della presenza di Dio e del male portò il filosofo Leibniz, nel 1700, al conio del termine “teodicea”, la filosofia che indaga il rapporto tra Dio e la giustizia.

Il filosofo ebreo Jonas, dopo la follia dell’Olocausto in alcune sue riflessioni arriva ad affermare che l’uomo deve rassegnarsi ad accettare che l’Onnipotente o è privo di bontà o è totalmente incomprensibile, proprio alla luce dell’ingovernabilità del libero arbitrio.

La Leggenda del Grande Inquisitore solleva temi che non smettono di interrogare l’uomo perché hanno a che fare con la sostanza dell’esercizio della libertà e con il senso stesso dell’esistenza e del suo esito nella morte.

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