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Fuggire la tentazione di salvarsi da soli per i 9/10: la gioia che nasce dal primato della Grazia
Dal vangelo secondo Matteo (Mt 11, 2-11)
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Questa domenica il ritornello del salmo responsoriale, che quest’anno guida il nostro cammino dell’Avvento, ci fa cantare: «Vieni, Signore, a salvarci» e nelle strofe, riprendendo il brano di Isaia e il vangelo, precisa, ripetendolo ritmicamente, che «Il Signore rimane fedele per sempre … Il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, il Signore protegge i forestieri», etc … Il primato della Grazia è il cuore dell’Avvento e la condizione di ogni vera gioia cristiana. Lo ribadiamo con forza in questa terza domenica di Avvento, la “domenica Gaudete”, che ci presenta una gioia e una consolazione che ci è donata, che non viene da noi.
A questo proposito, il profeta Isaia ci dà un’immagine di consolazione potentissima: il deserto che fiorisce, la terra arida che diventa sorgente, i deboli che ritrovano forza, i ciechi che vedono, gli zoppi che saltano, i muti che cantano. Ma a produrre tutto questo non è il popolo, non è la sua conversione, non è la sua perfezione, non sono le sue opere. È Dio che interviene. Tutto il capitolo è passivo per l’uomo e attivo per Dio: Dio trasforma, Dio rinnova, Dio guarisce, Dio apre la via, Dio conduce i riscattati a Sion. Lo stesso nel brano evangelico di Matteo, dove vengono ripresi gli stessi segni della Grazia.
La storia della salvezza nasce dall’iniziativa gratuita di Dio, non dall’efficienza religiosa dell’uomo. E qui c’è già l’antidoto a una tentazione antica e sempre attuale: pensare che la salvezza dipenda “un po’ da Dio e un po’ da noi”, una sorta di cooperazione bilanciata, un “patto 50 e 50”. La Scrittura invece dice: tutto è grazia.
Il grande sacerdote e teologo Giuseppe Dossetti, osservando la vita ecclesiale del secolo scorso (ma il discorso vale ancor più oggi), disse parole molto forti: «Il cattolicesimo oggi ha questa colpa: di attribuire all’azione e all’iniziativa degli uomini rispetto alla Grazia un valore di nove decimi». È una denuncia che ci riguarda tutti. Quando pensiamo che il rinnovamento della Chiesa dipenda anzitutto dalle nostre strategie pastorali, dai nostri progetti, dai nostri piani; quando riduciamo la vita cristiana a dover fare, impegnarsi, organizzare… quando crediamo che la nostra santità sia proporzione del nostro sforzo… Allora scivoliamo – senza accorgercene – in una spiritualità semipelagiana: una cristianità dove la Grazia è un aiuto, ma non la sorgente. Un cristianesimo dove Dio completa, ma non inaugura. Un Vangelo dove noi prepariamo quasi tutto, e Dio ci mette la firma finale. Ma la Bibbia non parla così. Isaia non parla così. Gesù non parla così.
Perché allora oggi “Gaudete”, “Rallegratevi”? Perché Dio viene. Perché la salvezza non dipende dal nostro deserto, ma dalla sua acqua viva. Perché la nostra debolezza non è l’ultima parola. Perché a camminare verso Sion non sono i forti, ma i riscattati: quelli che Dio ha toccato con la sua Grazia. La vera gioia cristiana non nasce quando la vita ci va bene, quando tutto funziona, quando noi siamo all’altezza, quando la parrocchia è piena o le iniziative sono riuscite. La gioia nasce quando riconosciamo che Dio è all’opera prima di noi, più di noi, meglio di noi.
Il cattolicesimo oggi ha questa colpa: di attribuire all’azione e all’iniziativa degli uomini rispetto alla Grazia un valore di nove decimi.
Giuseppe Dossetti