Pruriti del cuore

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Il prof. Muhammad si avvicina cautissimo alla mensa sontuosa che abbiamo imbandito per lui. Con la circospezione di un detective sul luogo del delitto esamina tutto con cura, tenendosi a debita distanza, infine allunga una mano e prende a spizzicare qui e là: un pomodorino, due cetrioli, tre olive, un gambo di sedano. Nulla che sia passato per una pentola. Gli voglio un gran bene ma che nervoso! Come, non si fida? So benissimo che cosa non può mangiare un musulmano. Quello che ancora non so è che quell’atteggiamento esageratamente (a mio avviso) prudente è espressione di wara’, un pilastro del codice etico islamico, un tratto fondamentale dell’anima del musulmano.

Il prof. Muhammad giunge ogni domenica sera nel nostro villaggetto sopra Ramallah, Palestina. Vi arriva da Hebron, dove vive con i suoi, superando mille immaginabili e inimmaginabili peripezie sul tragitto. Si installa in una stanzetta vicino a noi e vi rimane sino a giovedì, come docente del corso di religione islamica che la scuola privata cattolica garantisce (com’è giusto) ai suoi studenti musulmani. È l’insegnante d’islam di quei ragazzi, ma anche la prima persona con la quale ho studiato Corano. Lezioni ampie e appassionanti, perché si allargano, anche grazie alla presenza del tè, in mille discorsi, dei quali la religione è solo una parte. Posso dire che siamo diventati buoni amici. Ma quando accetta un invito a pranzo scatta in lui un sesto senso che si chiama appunto wara’, scrupolosa astensione in caso di dubbio.

“Ciò che è lecito e chiaro e ciò che è proibito è chiaro. In mezzo vi sono cose dubbie ignote a molta gente. Chi dunque si guarda dalle cose dubbie è immune riguardo alla sua pietà e al suo onore. Chi vi entra in relazione, entra in relazione con ciò che è proibito”. In questo detto della Tradizione è fondata l’autodisciplina di wara’, che ha dato luogo a un’enorme letteratura e che è parte integrante, sino a oggi, della catechesi islamica, dove pietà etica e diritto si trovano strettamente intrecciati. Un altro famoso detto della Tradizione afferma: “Uno non appartiene ai timorati sin quando non lascia ciò che non arreca danno al fine di stare in guardia contro ciò che arreca danno”. Insomma: per stare bene, nel dubbio tenersi alla larga.

Ascolto le trasmissioni radiofoniche del mattino delle emittenti arabe, quelle con l’esperto in studio e le telefonate in diretta. L’esperto è di norma un giurista e le telefonate sono in gran parte di signore e mamme che sbrigano le faccende di casa. Vestiti, cibi, relazioni familiari, rapporti sociali: la “terra del dubbio” è sterminata, le domande potenzialmente infinite, le risposte dell’esperto mai del tutto esaustive, come dimostra il celebre caso sottoposto a un gigante del pensiero islamico come Ibn Hanbal. Un tale acquista della legna e la carica su bestie da soma prese a noleggio, ma poi si accorge che queste appartengono a gente di dubbia reputazione. Va dal Maestro ed espone il dubbio che lo angustia: “Cosa devo fare della legna: riportarla al suo posto o cosa?”. Risponde con un sorriso, forse imbarazzato o con un pizzico di ironia: “Non lo so!”.

Wara’ potrebbe sembrare una cosa da super-pii, degna di un’élite della “santità musulmana” della quale è possibile tracciare paralleli con una certa spiritualità cristiana: il caso più celebre è forse Teresa di Lisieux, la santa dell’abbandono fiducioso a Dio, che in un certo periodo della sua breve folgorante esistenza fu sommersa da una marea di scrupoli. In realtà non si tratta di cose da élite ma di una dimensione normale della vita del musulmano che vuol prendere sul serio la propria religione, come ho potuto verificare nel contatto diretto con tanti di loro. La ritrovo persino tra i detenuti di fede islamica, anzi proprio loro, che quando riscoprono la propria fede in una vita spalla a spalla come quella del carcere iniziano a confrontarsi con mille dubbi di wara’: posso stare da solo nell’ambulatorio con l’infermiera? Cosa faccio se il mio compagno di cella dice il rosario? E quando la televisione trasmette ballerine? Mangio tutto quello che portano su dalla cucina? Se assumo il Metadone, che ha un certo effetto inebriante, posso ancora fare la preghiera? Mi devo rifiutare di prenderlo durante il mese di digiuno? Tutti dubbi che meriterebbero un’attenzione adeguata, per evitare che il nodo si aggrovigli, con sviluppi e inviluppi imprevedibili…

Subito dopo la laurea in shari’a alla prestigiosa università al-Azhar, Cairo, il mio amico Yisam ha lavorato come “professionista di wara’” al Dar al-Ifta’, la “casa della fatwa”, cioè il luogo dove uno può presentare i propri dubbi e ricevere da un esperto un responso giuridico non vincolante ma che, a differenza del pronunciamento del giudice sciaraitico, può toccare anche l’ambito della coscienza. Mi spiega che l’obiettivo del buon faqih dev’essere quello di formare i cuori, perché un cuore ben formato è il miglior mufti che esista. Ma come si sa se il cuore è ben formato? “Quanto ti prude nel petto e si agita, in arabo haka. Allora lascia quel che si agita nel tuo petto, come ci ha insegnato Abd Allah b. Umar”. Yisam mi confida che l’80 per cento dei dubbi esposti riguardano cose di vita familiare, con un’alta incidenza della sfera sessuale. Cerca di ascoltare tutti con pazienza e competenza ma gli capita sempre più spesso di perdere le staffe, mandare via qualcuno in malo modo o persino scoppiare a piangere, sentendosi schiacciato dalla massa dei dubbi che gli tolgono persino il sonno. È una persona fine, assolutamente retta e profondente… scrupolosa. Chiederà di essere sollevato da quell’incarico e passerà a un ufficio dove cataloga e studia codici antichi. Felicissimo.

Ignazio de Francesco

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