da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).
l 3 gennaio 2026 l’America Latina è stata scossa dalla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores da parte dei reparti speciali statunitensi. Non è semplice comprendere la portata di quanto è accaduto: si è trattata di un’azione legittima per la liberazione di un popolo oppresso oppure di un’aperta violazione del diritto internazionale? Il Venezuela e l’America Latina vivranno meglio o peggio dopo questo evento? Per avere qualche strumento di comprensione in più, pur senza la pretesa di essere obiettivi ed esaustivi, abbiamo chiesto qualche commento a Mariella Tapella (che Vino Nuovo aveva già intervistato qui), missionaria laica di Pax Christi che dal 1986 vive e lavora con le comunità rurali di El Salvador, il tribolato paese di San Oscar Romero, crocevia tra Nord e Sud America. Alcune sue considerazioni lasciano intravedere uno scenario ben più cupo di quanto non possa sembrare, che tuttavia non riesce a soffocare la speranza di chi costruisce la pace giorno dopo giorno.
Cara Mariella, come voi salvadoregni sapete bene, questa non è la prima ingerenza violenta degli USA in America Latina, ma era dall’invasione militare di Panama del 1989 che non c’era un intervento così eclatante. Vi sentite più in pericolo dopo quanto è successo?
Certamente! Ci sentiamo impotenti, ma allo stesso tempo indignati. Sappiamo che l’inquilino della Casa Bianca è capace di tutto, anche se non crediamo che ci sarà un’aggressione diretta a noi, perché il nostro presidente Bukele, di estrema destra, è un alleato degli USA. Internamente però aumenterà la militarizzazione, la repressione e sarà mantenuto quel “regime di eccezione” che dura ormai dal 2022 e permette al governo di arrestare innocenti per il “delitto” di difendere i diritti umani e il Creato. Ci sentiamo in pericolo tutti noi che alziamo la voce in difesa della dignità umana, denunciando le ingiustizie strutturali e gli abusi di potere.
Alcuni degli esuli venezuelani esultano per la caduta di Maduro, eppure gli uomini chiave del regime sono stati riconfermati e sono rimasti al governo del “nuovo” Venezuela. Dice una nota canzone che «cambia el rumbo el caminante / aunque esto le cause daño»: secondo te stiamo assistendo davvero ad un cambio di rotta in difesa del popolo venezuelano, o si tratta dell’ennesima espressione di neocolonialismo “gringo”?
Non c’è da meravigliarsi che ci siano oppositori che esultano: bisogna capire se si tratta di persone che danno più valore alla libertà e alla dignità di un popolo o piuttosto alla materialità del tornaconto personale. Il teologo brasiliano Frei Betto ha definito l’aggressione militare del Governo degli USA al Venezuela «un crimine di lesa umanità» che ci mette di fronte ad una nuova fase neo-coloniale, fatta di ingerenze e applicazione del doppio standard. Ma l’iniziativa imperialista di Donald Trump non si fermerà al Venezuela: la minaccia esplicita al Presidente della Colombia Gustavo Petro, le pressioni al Messico, le provocazioni in Groenlandia… è tutto parte di una strategia aggressiva che richiama con forza la dottrina Monroe, secondo cui gli Stati Uniti debbano avere il controllo su tutta la loro “zona di influenza”. Le guerre invocano sempre motivi nobili: si uccide in nome della pace, in nome di Dio, in nome della civilizzazione, in nome del progresso o della democrazia, col supporto di mezzi di comunicazione disposti ad inventare nemici immaginari. Di fatto però alla base c’è la caccia indiscriminata a risorse e materie prime (petrolio, minerali…). Sino a quando permetteremo che la pace del mondo stia nelle mani di chi si arricchisce con la guerra?
I leader latinoamericani sono spaccati su quanto è successo. Come si è pronunciato il presidente salvadoregno Bukele, che dopo il secondo mandato sta facendo di tutto per restare in carica ancora a lungo?
I leader americani allineati con gli USA, come Bukele, sono d’accordo, applaudono tale vile aggressione al Venezuela, anche se si è trattata di un’ingerenza alla sovranità di uno stato e una chiara violazione della Carta dell’ONU. I progressisti, invece, che vogliono scrollarsi di dosso il colonialismo e cercano di governare con e per il popolo a partire dagli esclusi di sempre, ovviamente no! Per questo l’«impero» non li tollera, e usa disinformazione e politica dell’odio per poterli togliere di mezzo… Non importa come! Le recenti elezioni in Honduras ne sono un esempio.
L’oppositrice venezuelana Maria Corina Machado, cattolica e conservatrice, ha donato la sua medaglia del Nobel per la pace a Donald Trump. Tu sai cosa significa essere costruttori di pace: pensi che Trump lo sia?
No, e avergli regalato il Nobel è un insulto alla pace! L’alleanza tra la estrema destra ed i movimenti cristiani integralisti, di cui è parte Corina Machado, negli ultimi anni ha generato la nascita di una “nuova religione” internazionale, che cresce e prospera. Donald Trump è l’incarnazione di un messianismo idolatrico che si appropria di Dio e lo utilizza per i propri interessi. È quello che il teologo Juan Jose Tamayo definisce “Cristo-neofascismo”, che si nutre di odio, cresce e perfino ne gode. Dal nostro punto di vista vediamo Trump come un esportatore di guerra, complice del genocidio di Palestina, distruttore del diritto internazionale, che si erige a signore feudale della vecchia Europa. È un saccheggiatore delle risorse dell’America Latina, la quale tornerà ad essere considerata il “cortile di casa dell’impero”.
Tu lavori da anni a fianco della gente: le comunità rurali di El Salvador come hanno accolto la notizia dell’accaduto? Il cammino che state percorrendo insieme subirà qualche cambiamento di rotta?
Nel mio camminare con le comunità salvadoregne vedo che le persone condannano la brutale aggressione statunitense, perché rivivono in carne propria il loro amaro, triste e cruento passato di guerra. Certamente siamo indignati e preoccupati, però, questo non ci immobilizza: al contrario ci motiva ad un impegno maggiore per ricostruire, alla luce della fede, il tessuto sociale della comunità e di un altro El Salvador, anche quando questa diventa un’opera molto pericolosa. Sappiamo di camminare «come pecore in mezzo ai lupi», ma nelle riunioni che faccio, nonostante la paura, si vuole continuare ad essere parte del Popolo di Dio, in cammino verso la propria liberazione. A tale proposito ci giunge come un’eco ciò che San Romero diceva: «un popolo disorganizzato è una massa con la quale si può giuocare, ma un popolo che si organizza e difende i suoi valori, la giustizia, è un popolo che si fa rispettare».
Siamo coscienti, dicono, che ciò implica rischi, però sappiamo anche che i martiri ci indicando il cammino e che non siamo soli. Non dobbiamo permettere che ci rubino la speranza, come ci ricordava Papa Francesco. L’indignazione si volge allora in resistenza non violenta: non cambiamo la nostra rotta, cambiamo i paradigmi. Continuiamo a seminare, sperare e resistere contro “il vento e la marea”, perché sappiamo che Dio sempre compie grandi cose, «come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre».
Daniele Gianolla