I cristiani, i giovani e la cittadinanza attiva

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

La formazione alla gratuità e al servizio è un lievito quanto mai necessario in questa Italia e questa Europa. Quali passi per raccogliere davvero questa sfida?

Qualche settimana fa Papa Francesco, parlando in Duomo a Milano, ha ricordato che i cristiano sono lievito del mondo: quantità minore della pasta, ma necessaria per far fermentare l’impasto.

Possiamo essere lievito anche nella società civile? Senza entrare nell’annoso problema della presenza dei cattolici in politica, può oggi il cristiano sentirsi chiamato a portare anche in ambito civile un contributo evangelico e profetico? Si dirà: è il compito dei laici… ma forse oggi questa vocazione è un po’ appannata.

Penso ad esempio al tema dell’educazione alla cittadinanza attiva, che tanta importanza ha nei programmi scolastici… e spesso lì rimane confinata. Perché a scuola si moltiplicano iniziative, progetti, attività, ci si disperde in mille rivoli per dire che qualcosa si è fatto, ma spesso poi non si arriva a incidere sulla responsabilità civile dei ragazzi.

Ricordo l’anno scorso la cerimonia del “battesimo civico” per i diciottenni: 65 invitati dal consiglio comunale, 65 copie della Costituzione da donare ai nuovi maggiorenni… e un solo presente. Insomma, anche in questo campo c’è qualche problema.

Noi cristiani possiamo fare qualcosa?

Penso ad esempio alle grandi esperienze che abbiamo maturato nei settori dell’educazione e del volontariato, esperienze che potrebbe essere messe a disposizione in misura maggiore a favore della società civile.

Si tratta di una formazione alla gratuità e al servizio che è un lievito quanto mai necessario in questa Italia e questa Europa che attraversano mille problemi.

Ad esempio, per poter cercare di trasmettere nuovamente i valori fondanti della nostra Repubblica, per far sentire il peso dei diritti e la forza dei doveri che derivano dal nostro essere cittadini, per ricordare una responsabilità che è memoria di quanti ci hanno preceduto e impegno per il presente, sarebbe ora di ragionare seriamente di un nuovo servizio civile nazionale. Al posto di un progetto alternanza scuola-lavoro che spesso è mal organizzato e controproducente per gli stessi giovani, ai limiti dello sfruttamento gratuito (i casi di cronaca abbondano a riguardo), perché non predisporre degli stages lavorativi laddove servono realmente e posticipare un’attività pratica strutturata al tempo che intercorre tra la fine della formazione e l’inizio dell’impegno lavorativo, come era una volta per il servizio militare e civile? Tre mesi di servizio civile per tutti, ragazzi e ragazze: un tempo donato alla collettività nell’assistere i più bisognosi, i più fragili, coloro che la vita ha maggiormente ferito. Quanto sarebbe utile per i giovani al fine di sentirsi parte attiva di una comunità civile? Sostituire, almeno per qualche settimana, alla centralità del profitto la fecondità del gratuito; rimettere al centro, forse per momenti che rimarranno parentesi, ma che certamente rimarranno, il concetto di bene comune al posto dell’individualismo imperante. Donare un po’ di sé al Paese implicherebbe anche pretendere qualcosa da esso, ma in modo sano: in una nazione che spesso chiede poco ai giovani perché offre loro poco, si potrebbe avere un’inversione di marcia: ti offro di più, perché ti chiedo di più. Ne deriverebbe una responsabilità maggiore anche per gli adulti.

In questo caso la comunità cristiana ha qualcosa da dire e da dare? Una Chiesa che talvolta, parlando di scuola, sembra appiattirsi sul tema dei finanziamenti all’istruzione paritaria, potrebbe essere voce profetica e stimolo al dibattito?

Avere cittadini più consapevoli è un’urgenza e lo sarà sempre di più in futuro.

Forse il nostro tempo chiede anche questo ai cristiani.

Riflettiamoci almeno oggi, invitati a tornare all’origine del nostro essere uomini e donne liberi e responsabili.

Sergio Di Benedetto

 

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