Funerali senza bare

da Retesicomoro.it,  conoscere per crescere.

In questi giorni si parla molto delle ONG e c’è chi mette in discussione il lavoro che fanno per salvare vite umane nel Mediterraneo. Per capire il senso della questione, bisogna guardare a quello che sta avvenendo stando dall’altra parte.

Dal 2014 siamo presenti in Kurdistan, dove abbiamo creato un asilo in un campo profughi nella periferia di Erbil.
Un campo dove vivono circa mille famiglie di cristiani, fuggiti dalla cittadina di Qaraqosh dopo l’attacco dell’Isis. Molte di queste famiglie, in questi lunghi mesi di inedia e sacrifici, hanno tentato la via dell’espatrio verso l’Europa o altrove, cercando di raggiungere parenti ed amici già presenti in alcuni Paesi.
Mesi fa, parlando con Terry, il nostro coordinatore ad Erbil mi dice che era appena tornato da un funerale. Si trattava di una famiglia, padre, madre e due bambini, che aveva tentato di arrivare in Europa passando per la Turchia e attraverso la Grecia, ma gli era andata male e la donna e i bambini erano affogati.
I bambini li conosceva bene perché avevano frequentato l’asilo, mentre la mamma aveva partecipato a diverse attività proposte per i genitori. Nella tenda che funge da Chiesa del campo avevano celebrato il funerale di tre persone, ma con due bare solamente. Il padre era riuscito a riportare indietro il corpo della moglie e di un figlio, mentre l’altro non è mai stato trovato. La celebrazione di funerali senza bare non è un evento raro nel Medio Oriente martoriato o in diversi Paesi africani.
Chi giudica ipocrita l’operato di quelle ONG che cercano di salvare quante più vite possibile in mare dovrebbe anche avere il coraggio di partecipare ad uno di questi funerali, di mettersi nei panni di una madre che non vedrà più suo figlio e non avrà mai una tomba dove portare un fiore. È evidente che chi è arrivato sulle coste libiche, dopo aver affrontato svariati gironi infernali attraversando il deserto, quale che sia la sua provenienza, non ha più la possibilità di scegliere.
Sarebbe più saggio, da parte della comunità internazionale, aumentare le possibilità di scelta di queste persone prima della loro partenza, costruendo prospettive di futuro e di una vita dignitosa e mettendoli nella possibilità di scegliere di non partire. Le recenti notizie che arrivano dal Gambia, un Paese dal quale nel 2016 sono arrivate in Italia più persone che dall’Eritrea, fanno ben sperare.
La nuova stabilità politica, insieme a un’economia con buone prospettive, stanno facendo cambiare i programmi di molte persone e persino alcuni che avevano intrapreso il viaggio verso l’Europa decidono di tornare indietro. È una chiara indicazione che si può intervenire sui fattori che provocano la migrazione.

Basta avere il coraggio di farlo seriamente e non solo di parlarne. Bisognerebbe avere anche il coraggio di aprire maggiori canali regolari, per dare la possibilità di muoversi pagando le compagnie aeree piuttosto che le compagnie di scafisti ed avendo la possibilità di tornare a casa, magari dopo aver imparato un mestiere, piuttosto che essere intrappolati per anni in un campo profughi a vivere di sogni e di rimpianti.
Attilio Ascani
Direttore Focsiv

 

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