I «cammini»: una strada che interroga

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Il «successo» dei sentieri di lunga percorrenza esprime una domanda ancora sottovalutata.

Non si potrà misurare l’indice di gradimento, ma il successo è indiscusso. Lo dicono le associazioni spontanee che si organizzano il viaggio verso Santiago, le famiglie amiche che s’incamminano d’estate lungo uno dei sentieri dedicati a San Francesco, San Michele o San Benedetto, i comitati locali che attrezzano i punti-tappa con un’accoglienza  più convinta .  La rete dei 6500 km di sentieri di lunga percorrenza che copre il Bel Paese attrae e affascina. Cattura di anno in anno tanti fedelissimi che vi mettono passione e vi trovano libertà, talvolta anche qualche ragione di vita.

Si obietterà che l’Italia è sempre stata terra di pellegrini ( soltanto più silenziosi di quanti oggi raccontano tappa per tappa sui loro blog), che il fenomeno non è mai morto e non morirà mai, ma il fatto nuovo è un interesse trasversale che va ben oltre la sfera ecclesiale e consente di guardare a questi tracciati come a nuove piazze itineranti, luoghi di relazione umana, forse anche di dialogo tra fedi in ricerca.  Basta dire che già nel Giubileo del 2000, il presidente della Commissione Sentieri del CAI, Pier Giorgio Oliveti, li definiva “cammini del cielo” e che il 2016 è stato proclamato “Anno dei Cammini” con tanto di delibera ministeriale. Ed è significativo che in questi giorni quest'”Italia in cammino” sia al centro di un dibattito a Trento, nell’ambito del più longevo Filmfestival della Montagna edizione numero 65,  con la presenza del presidente generale del CAI Vincenzo Torti, del pastore locale mons. Lauro Tisi, dei rappresentanti delle Chiese vicine del Bellunese e dell’Alto Adige. Un primo tentativo di cogliere nel concreto questa domanda – fuori dagli schemi sempre un po’ freddi dell’analisi sociologica a scoppio ritardato – a partire dal progetto nazionale più significativo che in vent’anni ha visto realizzata l’intuizione di Antonello Sica che sognava un Sentiero Frassati in ogni regione d’Italia. Oggi i 22 itinerari vengono descritti in un volumone che soddisfa anche soltanto la vista e conferma la decisione del Club Alpino Italiano supportata dal basso anche dall’apporto dell’Azione Cattolica, di Giovane Montagna e altre presenze ecclesiali.

Un miracolo del beato alpinista Pier Giorgio (1901-1925)?  Forse soltanto un segno che il suo  motto “verso l’alto” è una spinta interiore che pungola anche l’uomo del nostro tempo, la convinzione – come osserva nella prefazione al libro lo storico dell’alpinismo Dante Colli – “che è necessario mettersi in cammino per trovare ciò che non si riesce ad ottenere nella vita quotidiana. Troppi sono, infatti, i legami che impediscono una sufficiente libertà per meditare, per ritrovare se stessi, per uniformarsi ai ritmi della natura e del bello che ci circonda e per scoprire la presenza di Dio, là dove, comunque, non ci si può sottrarre all’esperienza dell’Assoluto”.

Sarebbe ignorare un segno dei tempi, se liquidassimo queste partenze di camminatori-viandanti come mode stagionali, foraggiate dalle ditte del fitness o da gretti interessi turistici. C’è molto di più: per la tenuta nel tempo di questi sentieri, ma anche per le iniziative che sanno generare localmente. Proviamo a raccogliere in sintesi tre prospettive, con la preoccupazione  di Papa Francesco che anche in questo caso non si punti tanto a “occupare degli spazi”, quanto ad  “avviare dei processi” che poi troveranno la loro compiutezza sorprendente, com’è avvenuto per la rete sentieristica frassatiana.

Una prima prospettiva è la cura del territorio, la riscoperta dei segni della fede che danno concretezza storica alla domanda di senso: restituire valore a manufatti e recuperare testimoni del passato può riempire di significati la ricerca del turista-pellegrino.

C’è poi il coinvolgimento delle comunità locali, chiamate ad un’accoglienza che dia colore e calore ai punti di di ristoro. E crei legami e scambi che durano nel tempo (perché non creare “gemellaggi” fra i paesi interessati?), come insegnano le esperienze dei giovani alla GMG. A proposito è significativo che anche il percorso italiano per il Sinodo sui giovani troverà una realizzazione “vissuta” sulle tracce di alcuni sentieri locali, come già avvenuto con i percorsi degli scout Agesci nella loro route nazionale di san Rossore.

Infine, la dimensione del dialogo interreligioso e della salvaguardia del creato: che cosa c’è di meglio che “camminare insieme” per aprirsi all’altro condividendo la fatica e la contemplazione?

Esperienze significative, da raccogliere anche qui, avrebbero il gusto del vino nuovo.

Diego Andreatta

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