Il cavolo e/o la cipolla

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Il cavolo e/o la cipolla. I gentili commentatori del mio ultimo post hanno evocato una metafora, quella per cui il concilio avrebbe semplificato/depauperato la fede «come un cavolo che togliendo uno strato di foglie alla volta si era ridotto ad un misero torsolo». Il paragone che invece coltivo da tempo per immaginare il mio ormai semisecolare cammino cristiano si riferisce a un altro ortaggio, ma nient’affatto dissimile: la cipolla, fatta di strati sovrapposti.

In effetti devo constatare che la mia esperienza di fede procede al contrario di quando fa freddo e si consiglia di vestirsi a strati: si tratta di una progressiva spogliazione da tutte le pratiche, le abitudini, le tradizioni, la cultura di cui la formazione cattolica mi ha abbondantemente coperto – forse proprio per non espormi alle correnti gelide di qualche vento malvagio. Piano piano dunque si leva, si toglie, ed effettivamente si corre il rischio di ritrovarsi alla fine troppo scoperti o addirittura nudi e senza ripari, «ridotti al misero torsolo» di cavolo di cui sopra. Ma se si arrivasse invece al nocciolo della questione?

Beninteso: sono consapevole che in tale attitudine di ricerca dell’essenziale, di semplificazione si può nascondere una dose di superbia intellettuale o di presunzione; spesso quello di sporgersi sull’abisso diventa un gioco d’azzardo che – come tutti i rischi ricercati – solletica l’adrenalina. Né voglio destituire di valore tante secolari strutture e sagge disposizioni che indubbiamente servono alla crescita della fede stessa, come tutori alla pianta (tanto per riprendere la metafora dell’orto), ovvero la tutelano e preservano nei momenti delicati della vita. E’ altrettanto vero però che sull’altro crinale della questione sta la pericolosa pigrizia dell’accomodarsi quietamente in un cristianesimo senza domande e senza sapori…

Comunque sia, senza particolari meriti né colpe ma semplicemente seguendo i cammini della storia personale, adesso a me – e credo a moltissimi altri cristiani «nativi» – càpita il destino della cipolla: togliere, anziché mettere. Ed è per questo che ci va a a sangue l’attitudine semplificatrice, a tratti anche demolitrice – perché no? – di Papa Francesco: in una struttura ingarbugliata e infida come quella del cattolicesimo clericale, incrostata di storia ma pure di ipocrisie ormai elevate a sistema, è forse impossibile tracciare nuove strade senza usare almeno un po’ la ruspa.

E’ rischioso? Certo! Negarlo sarebbe stupido e irrealistico (d’altronde Bergoglio stesso ne è consapevole, allorché afferma di preferire una Chiesa che si muove e sbaglia piuttosto che una struttura immobile, pulita ma insipida). Però fa anche parte dell’inevitabile movimento dialettico del cristianesimo, che non è quello oppositivo hegeliano (tesi-antitesi-sintesi) bensì il misteriosamente compositivo et-et: domande e certezze, prudenza e ardore, verità e insieme dubbi, ricerca instancabile nonché accettazione del limite…

La cipolla lasciata intera si svuota e avvizzisce; sfogliata invece fa piangere. A ciascuno la sua scelta: ma una scelta è comunque inevitabile.

Roberto Beretta

 

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