Don Lorenzo Milani: elementi per vederlo dentro il contesto ecclesiale. La Chiesa fiorentina durante il ministero di don Lorenzo Milani (1947-1967)

Non è con i telegrammi d’auguri, il regalo di una croce pettorale e le genuflessioni che si mostra l’amore al Vescovo, ma piuttosto con la sincerità rispettosa, il rifiuto del pettegolezzo di sacrestia.

don Lorenzo Milani
e don Bruno Borghi

Il contesto della Chiesa fiorentina nei primi vent’anni del dopoguerra, il periodo in cui vive il suo ministero don Lorenzo Milani, è molto vario e ricco. Determinanti per l’esperienza sacerdotale di don Milani, per motivi diversi, sono i due arcivescovi succedutisi sulla cattedra fiorentina. Così come alcune esperienze da cui il giovane cappellano di San Donato di Calenzano, poi priore di Barbiana, attinse per la continuazione della sua formazione spirituale e per il suo ministero.

Lorenzo Milani fu ordinato dal card. Elia Dalla Costa. Quest’ultimo si può iscrivere alla corrente pastorale di stampo tridentino, comune tanto al card. Schuster quanto al futuro papa Angelo Roncalli. Circondato da un grande prestigio presso il suo presbiterio, Dalla Costa ebbe atteggiamenti equilibrati ma non unidirezionali nei confronti delle esperienze nate nella propria diocesi (dall’appoggio ad alcune iniziative di La Pira e agli operai licenziati dalle fabbriche agli ostacoli all’opera di don Facibeni, al trasferimento di Milani a Barbiana e al consenso ritirato ad Esperienze Pastorali). Nel 1962 il card. Ermenegildo Florit, scelto da Giovanni XXIII, succedette a Dalla Costa, “il cui governo autonomo della diocesi fiorentina aveva preoccupato il «partito romano»”1; invece il Florit, biblista del Laterano, “era fortemente legato al gruppo romano e ad Ottaviani”2. Il nuovo arcivescovo ebbe molti scontri con Milani e con altri componenti della Chiesa fiorentina.

Per quanto riguarda la sommaria descrizione di alcune esperienze ecclesiali della diocesi fiorentina, rimandando a quanto già detto in un precedente articolo a proposito dell’Opera Madonnina del Grappa (e della ricchezza di spunti teologici e pastorali forniti al clero fiorentino dal suo giornale)3, si tratterà delle iniziative legate a La Pira e si farà un accenno al ministero di don Bruno Borghi.

Giorgio La Pira fu sindaco della città di Firenze ma “al di là dell’attività più propriamente politica, molto ampia è stata la sua influenza sui cattolici fiorentini sia sul piano culturale e teologico che su quello sociale”4. Accanto alle molte iniziative di carità (dalla partecipazione alla San Vincenzo alla creazione della mensa del povero), molte furono le manifestazioni culturali che ebbero notevole eco tra i laici e i sacerdoti: i convegni «per la pace e la civiltà» e le pubblicazioni o traduzioni ad essi collegate che diedero l’occasione di un contatto diretto con le opere, gli esponenti e le tematiche della teologia e della filosofia cristiana francofona contemporanea (si pensi al card. Suhard, a Danielou, De Lubac, Thils, Marcel, Gilson, Mauriac) oltre che con intellettuali italiani (tra gli altri i padri serviti D. M. Turoldo e C. Dal Piaz, don Barsotti, lo scolopio E. Balducci). Decisiva per l’influenza sulla vita ecclesiale della città fu anche l’azione del sindaco fiorentino relativamente alla questione sociale, soprattutto a causa dell’“atteggiamento mirante a rivendicare alla Chiesa una decisa opera di promozione, anche per evitare che i «poveri» venissero egemonizzati dai partiti di sinistra”5. La vicenda della fabbrica Galileo, tra le iniziative lapiriane nelle crisi operaie di quegli anni, fu emblematica per la risonanza su coloro che coglievano nella sua “linea politica un’ispirazione direttamente religiosa ed evangelica” e la volontà di “rivendicare un ruolo per la Chiesa di partecipazione alle lotte operaie per un riscatto dei più umili e dei più poveri”6. In quell’occasione, La Pira, i sacerdoti dell’Opera della Madonnina del Grappa e il card. Dalla Costa espressero a parole e concretamente la solidarietà della realtà ecclesiale fiorentina agli operai impegnati nell’occupazione della fabbrica contro la minaccia di un migliaio di licenziamenti. La legittimità di questo atteggiamento di solidarietà fu contestato da più parti.

A proposito di tali iniziative, nel convegno su Milani svoltosi a Milano nel 1983, è stato messo in evidenza come esse siano strettamente connesse all’andamento parzialmente negativo ed ambiguo del progetto di una nuova cristianità che si era andato sempre più configurando come “uno dei più vistosi casi di eterogenesi dei fini”7, dove il perseguimento dell’obiettivo principale creò anche le premesse di una nuova fase di sviluppo economico in senso neocapitalistico e consumistico. Essa, secondo Scoppola e Camaiani, ha messo in crisi la religiosità degli italiani molto più delle ideologie esplicitamente avverse alla Chiesa8.

A tale sensibilità alla questione operaia era legato anche don Bruno Borghi, compagno di seminario di don Milani, il quale per qualche tempo ebbe la possibilità, col permesso del cardinale, “di lavorare come operaio alla fonderia della Pignone”9, realizzando così la prima esperienza italiana nell’ambito dei cosiddetti preti-operai.

1 A. Riccardi, La Chiesa italiana fra Pio XII e Paolo VI, in Don Lorenzo Milani tra Chiesa, cultura e scuola. Atti del convegno di Milano, Università Cattolica, 9-10 marzo 1983, Milano, Vita e Pensiero, 1984.,  pp. 21-60, p.36.

2 Ibidem.

3 Milani manterrà stima e contatti con don Facibeni e i suoi preti per tutto il ventennio del suo ministero.

4 B. Bocchini Camaiani, Chiesa e ambienti religiosi fiorentini negli anni ’50, p. 65. Qui ovviamente tratto l’argomento in modo strettamente legato alle influenze che La Pira e le sue iniziative potrebbero aver esercitato sul Milani e il suo ministero.

5 Ibi, p. 67.

6 Ibi, pp. 72-73.

7 P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali, p. 12. Vedi anche B. Bocchini Camaiani, Chiesa e ambienti religiosi fiorentini negli anni ’50, p. 75.

8 “Mentre i cattolici si opponevano con grande dispendio di energie alla presenza comunista o combattevano i residui spazi del laicismo risorgimentale, il nemico nuovo è venuto alle spalle, in forme subdole e difficilmente definibili per la cultura cattolica, nelle forme cioè della società consumistica”. P. Scoppola, Vicende politiche e mutamenti economico-sociali, p. 12.

9 B. Bocchini Camaiani, Chiesa e ambienti religiosi fiorentini negli anni ’50, p. 71.

 

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