Terremoto: tra il grano della solidarietà e la zizzania della politica

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Le storie di solidarietà dopo il terremoto in centro Italia raccontano davvero l’Italia migliore. Ma c’è anche la zizzania…

Tutto maledettamente fermo, tutto tragicamente immobile. Non un mattone, un sasso, una pietra dimostra l’avvio della ricostruzione. Un paesaggio sventrato dalla violenza della natura, che ancora attende, a un anno di distanza, di ripartire.

Sono stato nelle contrade umbre colpite dal terremoto, le uniche a non aver avuto, fortunatamente, alcun morto: Cascia, Norcia, la Valnerina, e i borghi minori, come san Pellegrino e Castelluccio.

Mentre mi muovevo verso quei paesi, mi chiedevo se era lecito andare, se non c’era qualcosa che sfiorasse la curiosità del turista. Poi mi sono venute alla mente alcune splendide parole di Giovanni Battista Montini: «dove c’è sofferenza, il nostro cuore non può essere assente».

Sono stato ad ascoltare, perché quello volevo, semplicemente, e sono stato a vedere, animato dalla speranza di incontrare un piccolo mondo in lenta ripresa. E invece…

Ho ascoltato storie di vite distrutte, come e più delle case. Perché quando crolla una casa, cade tutto quello che essa custodisce e racchiude, frutto di una o tante esistenze.

La storia del macellaio di Norcia che ha aperto ancora un negozio, nella speranza di qualche turista, ma che confessa di aver consumato vent’anni in poche settimane, nonostante la carta d’identità dica trent’anni. Vecchiaia che infetta una giovinezza, ma non abbatte la forza.

La storia dell’allevatore di cavalli, che in una notte ha perso casa, stalla e anche futuro, quando i lupi hanno attaccato i puledri facendone strage. Ma il dovere della custodia spinge a curare gli animali rimasti.

La storia di due maturi contadini che hanno perso casa e negozio, frutto di un sogno andato in frantumi, e che vivono in un camper, in un borgo isolato, perché quella è la loro terra e lì c’è la loro radice, e senza radice non si vive, come non si vive senza sogno: e il negozio ora ha le precarie fattezze di una bottega in legno e alluminio.

La storia di due giovani che lasciano la città per ritirarsi a coltivare spezie pregiate, fiduciosi nel futuro e investendo tutto in quel desiderio. E un anno dopo tutto cade: una casa, un laboratorio… e perfino i macchinari rubati da sciacalli senza scrupoli. Ora rimane una tenacia che li motiva ad abitare un camper, a seminare e raccogliere, a sperare.

Eppure quelle vite distrutte non hanno elevato maledizioni alla terra o al cielo … No. Nelle parole donate tra commozione e pudore vive una rabbia, ma è la rabbia che nasce verso altri uomini: uomini chiamati per responsabilità ad essere i primi nel pensare al bene comune, ad alleviare la sofferenza della gente, a progettare un futuro buono. Uomini che dovrebbero fare della presenza una missione, del servizio un dovere, della laboriosità un abito. Uomini che incarnano la politica, che dovrebbe essere amore per la polis, e invece si trasforma in forme che di umano presentano il lato peggiore.

Questa è stata la costante delle storie che ho raccolto: l’assenza delle istituzioni, che divorano parole a favore di telecamera, ma che nel concreto non agiscono, salvo rare e ammirevoli eccezioni. A un anno dal sisma, c’è il borgo che ha avuto casette solo per un quarto della popolazione, c’è il paese che non ha ancora individuato il terreno dove costruire un nuovo provvisorio insediamento. C’è la fila interminabile di richieste inevase, le porte che non si aprono, la burocrazia asfissiante che giustifica dall’assumersi le necessarie responsabilità e blocca anche ogni iniziativa privata.

Ma soprattutto c’è l’assenza del buon senso, ucciso nella storia del disabile che, non più disposto ad attendere, si è fatto costruire una casetta di legno adatta alle sue esigenze in un terreno di sua proprietà, senza i permessi e le autorizzazioni: alla multa segue il sequestro, al danno la beffa.

E poi aleggia la paura, vera, materiale, concreta: la paura di essere dimenticati, di essere abbandonati, di non contare più nulla. Una paura che nei più anziani assume anche i contorni del ricatto, poiché si insinua il ragionamento che la protesta potrebbe provocare ulteriori e intenzionali ritardi, come se la mediocrità e la bassezza non potessero che generare la punizione.

In un paesaggio desolante, dove a macerie mai rimosse dalle strade segue la caduta di ogni credibilità politica, accanto alla immoralità di chi sta al vertice, che inchieste recenti denunciano talvolta sfociare nell’illegalità, si affianca però la fibra più vera e migliore di questa nostra affaticata Italia: quella che alla cecità della politica risponde con la solidarietà del singolo, la vicinanza della comunità, la partecipazione di quanti, pur lontani, sanno provare una vera compassione.

E allora ascolti la storia dell’azienda di Vicenza che regala un camper a contadini mai visti, dell’azienda di Varese che sostiene economicamente la semina di un raccolto, di chi chiama trovando numeri su Internet per ordinare prodotti mai acquistati prima, di chi, da volontario, porta medicine per mesi, durante il duro inverno dell’Appennino.

Sono storie raccontate tra una fetta di torta donata, un grazie ricevuto solo “perché sei passato”. Storie che si concludono con la richiesta di non far cadere nell’oblio quanto visto e ascoltato, perché la falsa idea di una ricostruzione cominciata porterebbe alla fine degli aiuti dei privati. Aiuti che ora sono la linfa di queste contrade.

Su tutto rimane un pensiero: queste storie di solidarietà raccontano davvero l’Italia migliore. Da qui, da questa Italia morale, capace ancora di mettersi a camminare al fianco di chi è stato ferito dalla vita, può rinascere un territorio, ma può rinascere anche una nazione.

Da questo buon campo italiano, nonostante le sue classi dirigenti, può arrivare ancora tanto grano.

Ma non dimentico che per la zizzania, alla fine, se non arriverà il giudizio degli uomini, arriverà almeno il giudizio di Dio.

Sergio Di Benedetto

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