Chi sono i “rohingya”?

da Settimananews.it, la storica rivista di attualità, pastorale, teologia dei dehoniani. 

Salai Maung John è un laico del Myanmar, con studi nelle Filippine, primo birmano a ottenere un dottorato in teologia. Dirige un’associazione cattolica umanitaria e ha scritto su Concilium ( n. 3/2017) un interessante e documentato articolo sui rohingya musulmani del Myanmar.

Il partito di Suu Kyi, Nobel per la pace, diplomatica di spicco, primo ministro eletto e, attualmente, consigliere di Stato della Repubblica del Myanmar, non ha accettato di candidare un solo musulmano nelle recenti elezioni.

La storia racconta

Il popolo rohingya è un gruppo etnico islamico di origini bengalesi, che vive da generazioni nel Myanmar. Alcuni sostengono che questa popolazione islamica indoariana provenga dallo stato di Rakhine, addirittura nel IX secolo.

Rohingya significa “abitante del Rohang”, nome antico dell’Arakan, al confine occidentale della Birmania, vicino all’odierno Bangladesh. Altre fonti ritengono che la popolazione dei rohingya sia arrivata nel Myanmar durante l’occupazione britannica all’inizio del XX secolo, raggiungendo nel 1927 il consistente numero di 480 mila persone.

Nell’ottobre 1982 il governo militare islamofobico approvò la legge sulla cittadinanza, che rifiutava lo status di cittadini ai rohingya nativi musulmani.

Si calcola che siano circa 26 mila i rohingya che si trovano in due campi profughi ufficiali a Cox e a Bazar, un’area del Bangladesh che confina con il Myanmar. Sono all’incirca più di un milione i rohingya che vivono nel Myanmar.

La situazione è drammatica. Molti sono scappati in Thailandia (2.500), altri in Malesia e in Indonesia. Si continua a scappare via mare e i morti sono un numero ingente. I villaggi vengono bombardati per far piazza pulita di quelli che vengono classificati come “estremisti islamici”. Privati dei diritti di cittadinanza, vengono oppressi, maltrattati, tacciati come “immigrati clandestini”.

Nazionalismo e intolleranza

Osserva Maung John che vi sono due problemi di fondo nel Myanmar di oggi: il nazionalismo etnocentrico e il fondamentalismo religioso, che generano guerre tribali e intolleranza religiosa.

È in atto in maniera aggressiva e violenta la politica di birmanizzazione del Paese. Unico che ha da esistere è il gruppo etnico birmano, che esalta la razza birmana e la religione buddista, reprimendo le altre minoranze.

È fondata l’accusa alla Lega nazionale per la democrazia, partito guidato da Suu Kyi, di non rispettare altre fedi, culture ed etnie. Da più parti si chiede che le venga tolto il Nobel per la pace conferitole nel 1991.

Il Movimento 969 – riferisce Maung John – ha affermato che «prendersi cura della nostra religione e della nostra razza è più importante della democrazia». In prima fila i monaci buddisti. Benché la Costituzione del 2008 garantisca la libertà di tutte le religioni, in grande maggioranza i fondamentalisti chiedono che il buddismo sia ritenuto religione di stato.

Il governo birmano nega l’esistenza dei rohingya. Li chiama “bengalesi del Bangladesh”, popolazione musulmana dello stato del Rakhine, e non adopera mai il termine rohingya. Ridicolo ed emblematico, nel contempo, che il governo abbia chiesto a Charles Maug Bo, primo cardinale birmano, di non pronunciare mai la parola rohingya, e fa pressione perché papa Francesco non la usi nel suo prossimo viaggio.

Papa Francesco, invece, l’8 febbraio 2017, ha esortato a pregare «per i nostri fratelli e sorelle rohingya, che sono cacciati dal Myanmar e che fuggono da un paese all’altro perché nessuno li vuole… Sono brave persone, non sono cristiani, sono gente pacifica, fratelli e sorelle nostri. È da anni che questi fratelli e sorelle soffrono, torturati e uccisi, semplicemente per portare avanti la loro fede musulmana».

Conclude Maung John: «Parole come democrazia, diritti umani, libertà di parola, politica e federalismo erano vietate sotto il regime militare birmano, rimasto al potere per cinquant’anni. Questi concetti sono diventati oggi di moda nella sfera pubblica. Tuttavia, il termine rohingya è ancora tabù nell’egemonica società buddista. In quanto parola proibita, pronunciarla è considerato deplorevole e irrispettoso, mentre, in generale, l’incitamento all’odio contro i rohingya viene tollerato. Il popolo rohingya esiste. Sono come tutti gli altri. Rifiutare la loro esistenza equivale a estinguerli come popolo. E negare loro la dignità è un affronto anche contro la nostra umanità».

Francesco Strazzari

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