In Colt we trust. Perché gli americani amano le armi

da Confronti.net, mensile di religioni – politica – società.

Nel paese più armato al mondo, è ormai difficile tenere il conto delle stragi commesse da cittadini americani che utilizzando le loro armi di “difesa personale” sparano nel mucchio: in una scuola, molto spesso, ma anche nelle chiese. Scuole e chiese, simboli non causali di una società che viene respinta o dalla quale si è respinti; i luoghi moralmente più autorevoli di una comunità talora disseminata e disgregata in territori enormi; il podio esaltante per spettacolarizzare il disagio e la morte. Come è accaduto lo scorso 5 novembre a Southerland Springs, un piccolo paese del Texas che visse la sua epoca d’oro al tempo dei pionieri che colonizzavano le terre verso Ovest. Quella domenica mattina il signor Devin Patrick Kelley, col suo passato carico di fallimenti accumulati anche in una breve e ingloriosa carriera militare, gonfio di rabbia e rancore verso la suocera e il mondo ha scaricato centinaia di proiettili su una comunità di credenti battisti che lodavano il Signore, uccidendo 27 persone.

A poche ore dalla strage, qualcuno ha affermato che se tra i fedeli in preghiera ce ne fosse stato qualcuno armato e pronto a reagire la comunità avrebbe pianto un numero inferiore di vittime. Un invito alla preghiera con la pistola in tasca.

«Un prodotto della follia», si è affrettato a twittare dal Giappone il presidente Trump che, come si ricorderà, è impegnato in un’azione politica tesa a ridurre il modestissimo freno che Obama aveva posto alla commercializzazione delle armi. E lo fa con il vento in poppa di un’opinione pubblica largamente favorevole alla commercializzazione delle armi. Basta entrare in un qualsiasi supermercato come Keymart o Walmart – dove a qualsiasi ora del giorno e della notte gli americani possono comprare ciò che serve per la loro dispensa, la loro casa o la loro auto – per imbattersi in un bancone di vendita dedicato alle armi: fucili, pistole, cartucce per ogni portafoglio, da poche decine a migliaia di dollari.

E così, in un giorno qualsiasi e senza alcun accertamento, un qualsiasi Mr. Brown o un’anonima Mrs. Carter, dopo aver comprato il mangime per i loro cani e le merendine per i loro bambini, possono comprarsi la loro bella arma automatica. Nella settimana della strage di Southerland Springs, negli Usa sono stati venduti 30.000 fucili AR-15 (il tipo utilizzato da Devin P. Kelley) e si calcola che – solo di quest’arma – le case degli americani ne custodiscano altri cinque milioni di esemplari. È documentato che per ogni cento americani circolano 90 pistole. Forza del mercato, si dirà. Ed è giusto, perché il comparto delle armi è sicuramente uno dei settori commerciali più attivi. Ma non basta a spiegare la popolarità del fenomeno, che ha cause remote. Pistole come la Colt o la Smith & Wesson e fucili come il Winchester hanno fatto la storia degli Stati Uniti quanto la Union Pacific Railroad o la Coca Cola: sono armi che raccontano l’epoca gloriosa della conquista del West: di terre e pascoli che avrebbero garantito prosperità e ricchezza a milioni di americani. Il dato storico, inoltre, è avvalorato da un dettame giuridico e costituzionale che va attribuito addirittura a Jefferson, l’architetto della Costituzione americana, il teorico del “muro di separazione” tra Stato e Confessioni religiose e del Bill of Rights nel suo complesso: «Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero – si legge nel secondo emendamento alla Costituzione – una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi». Gli Usa del 1791, l’anno in cui furono approvati i primi emendamenti alla Costituzione, erano un paese ancora fragile e poco centralizzato, che si percepiva sotto la minaccia degli attacchi armati degli inglesi, degli spagnoli e dei nativi. Le milizie locali costituivano quindi un elemento importante di un sistema territoriale di difesa popolare che però, proporzionalmente alla crescita dello Stato e alla sua centralizzazione, perdeva progressivamente la sua caratterizzazione sociale e politica.

Ma non c’è niente da fare? No, qualcosa si potrebbe fare e anche di più incisivo di ciò che è riuscito a fare Obama. Si può educare a un’idea diversa di difesa e si sicurezza; si può limitare la vendita delle armi a luoghi specializzati; si possono approvare norme più stringenti sul porto d’armi (e il suo ritiro). Ma prima di tutto occorre una “confessione di peccato”, un pronunciamento solenne in cui si affermi che le stragi dei killer seriali non sono il frutto della follia di individui destabilizzati ma il sintomo di una malattia sociale dell’America, che si può curare solo affermando un’idea della sicurezza individuale diversa da quella garantita dall’arma nella borsa della spesa o nella custodia della Bibbia con la quale si va in chiesa.

Paolo Naso

docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma

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