Non possiamo votare ma vogliamo contare. Verso le elezioni – Il contributo dell’Acr

da Azionecattolicacomo.it, il sito dell’AC della diocesi di Como.

Martina e Francesco hanno 11 e 6 anni. Di elezioni hanno sentito parlare per la prima volta qualche mese fa a scuola, quando è giunta loro la comunicazione che il 5 e il 6 marzo sarebbero piovuti dal cielo due giorni di vacanza inaspettati. «Perché ci sono i seggi», hanno detto loro. A sensazione, dunque, le elezioni dovrebbero essere una “cosa buona”. Questo hanno pensato.

Della passata tornata elettorale, non ricordavano nulla: quantomeno l’immagine di una città, che mai è apparsa loro così colorata di manifesti – affissi davvero in ogni dove –, non l’avrebbero sicuramente dimenticata. Qualcosa di questa strana ed elettrizzante stagione, di certo, sarebbe rimasta nella loro memoria: le piazze, mai così abitate, la loro cassetta della posta, mai così piena, la musica per strada, di solito relegata alla promozione dei saldi di fine stagione. Avrebbero ricordato poi quell’inedito desiderio di quanti incontravano, dai nonni ai genitori, dai professori alle maestre, di trovarsi insieme e parlare del futuro del loro paese. E quando mai era capitato!

«Il futuro dei nostri figli», dicevano in Tv, in piazza, alla radio. «Pensiamo al loro futuro», aveva detto poi alla mamma quel signore con un pacco di volantini che avrebbe sommerso chiunque. Il «nostro futuro» avevano ripetuto Martina e Francesco, guardandosi negli occhi. «Ma “se è nostro” il futuro – pensò Francesco – con un’illuminazione delle sue, perché nessuno ci chiede cosa sogniamo per noi?». Lo avevano immaginato più e più volte, il futuro, in quel breve momento in cui, prima di addormentarsi, la fantasia anticipa i sogni. L’avevano pensato, limitandosi all’immaginabile e all’inverosimile. Del verosimile, no, non si erano mai interessati. Non che non l’avessero chiaro.

Avevano chiaro innanzitutto il tempo che trascorrevano nella loro scuola: gran parte della loro giornata. Le parole di maestri e professori poi tornavano nella loro testa con un’insistenza quasi martellante: «Studiate, perché è qui che si costruisce il vostro futuro». Se fosse vero, Martina aveva pensato, perché la loro scuola non esprimeva davvero questo desiderio di bellezza fin dalle pareti? Di bello nella scuola – e Francesco lo sapeva bene – c’era solo ciò che aveva vita.

Belli i compagni, ciascuno con la sua diversità. Era bello, ad esempio, ascoltare Kaled che l’italiano non solo lo capiva bene, ma lo parlava con una proprietà di linguaggio da fare invidia. Che non era italiano Kaled, era tutto da dimostrare e, in ogni caso, non che importasse granché. A sentirgli raccontare l’Africa, che non aveva mai visto ma che conosceva dai racconti del papà, c’era da rimanere a bocca aperta. Bello trascorrere del tempo con il maestro: con entusiasmo eccolo accompagnare ogni volta una scoperta, una trovata per rendere sempre nuovo ciò che insegna – a volte non senza stanchezza – da trenta anni. Martina, da parte sua, era sicura che tutte queste persone che si preoccupavano del loro futuro immaginavano per la scuola, come lei, spazi e strutture all’altezza dello spessore di chi, con sacrificio e passione, con gioia e desiderio di crescere, la abitano tutti i santi giorni.

A guardarlo bene, dal suo sguardo trasognato, Francesco aveva chiaro anche un altro aspetto del suo futuro. Il sorriso che non tratteneva, neppure troppo fra sé e sé, confinava quel pensiero nella plausibilità di una macchina del tempo: avrebbe voluto davvero che mamma e papà potessero passare più tempo con lui. Il ritornello, Francesco, lo conosceva bene: «Mamma e papà devono lavorare, altrimenti non riusciamo ad arrivare a fine mese». Li avevano sentiti anche alzare la voce. Per lui e Martina “il fine mese” era solo l’inizio di una nuova pagina di diario, dal colore diverso; una pagina in più verso le vacanze. Se la difficoltà non si vedeva, la si percepiva nell’assenza, era nell’aria con la casa vuota. Il pranzo lasciato dalla mamma nel microonde, il pallone, con cui spesso giocava con il papà, lassù sullo scaffale più alto dell’armadio: secoli che non tiravano più due calci insieme. Martina poi aveva nel cuore il desiderio di sentirsi chiedere «come è andata oggi a scuola?», «ti va se facciamo due passi insieme?», «e se ci vedessimo questo film?». E pensare che ad alcuni compagni tutto ciò scocciava da morire.

Le ludoteche, il doposcuola, la musica, le attività ricreative: tutti sembravano interessarsi del «tempo libero« della loro vita. Chissà se qualcuno si sarebbe mai occupato di restituir loro il tempo degli affetti. Il primo, Martina e Francesco lo sapevano, non sostituisce mai il secondo.

Erano piccoli, ma mai si erano accorti che tutti avevano a cuore la loro città ed il loro paese. Più pulito, più sicuro, più a misura di tutti: questo lo scenario che si profilava dalle piazze ai manifesti, dalla radio alla Tv. A guardare dalla finestra il loro quartiere, a guardare anche solo il parco giochi sotto casa, queste attenzioni sembravano però nate dal nulla, quasi per l’occasione. I loro genitori, come quelli dei loro compagni non mancavano mai di ammonirli: «Non puoi andare al parco da sola – dicevano a Martina – perché è mal frequentato», «Francesco non puoi giocare in quella via: non vedi che non c’è mai nessuno?», «a scuola ci andate con lo scuolabus, o al massimo vi accompagniamo noi!». È insicuro, per questo non è frequentato. È poco curato, per questo non ci va nessuno. Questa logica non li convinceva affatto. Non si sentivano per niente sicuri per le telecamere piantate un po’ ovunque che, a parere di Francesco, erano ottime solo come pali di improvvisate porte da calcio.

Sicuro, pensava Martina, significa abitato e abitato è inevitabilmente sinonimo di curato. Se la città si sentisse davvero una famiglia solidale e non un condominio di coabitanti che chiudono il mondo aldilà della porta di casa, tutto sarebbe diverso.

Eccolo il futuro che Martina e Francesco immaginavano per sé e per i propri amici. Loro se ne sentivano responsabili già da ora: non dovevano attendere che qualcuno glielo consegnasse come si fa con un pacco postale. All’Acr lo avevano imparato: della Storia ciascuno di loro è protagonista già ora. Non potevano votare perché erano piccoli, non volevano pesare perché a nessuno, e tantomeno a bambini e ragazzi, piace essere considerati come un problema. Desideravano e sentivano forte il dovere di contare.

Luca Marcelli, Responsabile nazionale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr)

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