Una minoranza al centro del conflitto: i cristiani palestinesi

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Analizzare a 360 gradi l’attuale contesto socio-politico palestinese significa anche prendere in considerazione la presenza, il ruolo e le esigenze della minoranza cristiana: se da un lato sono sempre di più i cristiani che emigrano altrove, coloro che restano in Palestina sono schierati a fianco della maggioranza musulmana per il riconoscimento dei diritti di tutti gli abitanti palestinesi.

I cristiani in Palestina: il ‘terzo’ monoteismo

Il conflitto israelo-palestinese è generalmente considerato, quasi in automatico, come un conflitto tra musulmani da una parte ed ebrei dall’altra. Ciò non è certo inspiegabile: Israele fu costituito quale Stato ebraico, e come tale è impossibile non identificarlo quale rappresentante della religione ebraica. D’altra parte, la maggioranza dei palestinesi è di fede musulmana, così come musulmani sono gli Stati circostanti che promuovono la causa palestinese; queste due considerazioni portano dunque erroneamente a polarizzare il conflitto in oggetto quale scontro tra le due fedi. Ciononostante, è bene ricordare come Gerusalemme sia spesso definita, e rimanga almeno a livello simbolico, la ‘capitale delle tre religioni’, e che sia in Israele sia nei Territori palestinesi vivono tuttora centinaia di migliaia di cristiani. In particolar modo, la Palestina è stata la culla del cristianesimo, lo scenario della vita di Gesù Cristo, e in quanto Terra Santa è costantemente meta di pellegrinaggio da parte di cristiani che visitano quei luoghi sacri che diedero le origini alla loro fede, e che sono situati oggi sia nei Territori palestinesi sia in Israele.

Dal punto di vista confessionale, nonostante la gran maggioranza dei cristiani palestinesi viva nella diaspora, il numero esiguo di coloro che tuttora risiedono nei Territori palestinesi vede rappresentanti di oltre dieci confessioni cristiane, la più numerosa delle quali è quella greca ortodossa, seguita dai cristiani cattolici (Chiesa Latina). Per quanto riguarda i dati demografici, è bene sottolineare come essi siano generalmente datati, non di facile reperimento e spesso contraddittori. Tuttavia, il confronto tra varie fonti ci porta a stimare che la popolazione cristiana complessiva nei Territori palestinesi non dovrebbe ad oggi totalizzare più di 50.000 persone. In particolare, i cristiani costituirebbero circa il 2% della popolazione della West Bank (Cisgiordania), dove una nutrita comunità cristiana palestinese da sempre abita Betlemme; tuttavia, se negli anni ’50 l’86% della popolazione della città natale di Gesù era cristiana, nel 2016 essa raggiungeva appena il 12%. Altri centri urbani palestinesi con maggiore concentrazione di cristiani sono Ramallah, Nablus e Gerusalemme Est. Nell’intera città di Gerusalemme al 2016 i cristiani erano circa 10.000, un numero drasticamente calato nel corso degli ultimi decenni. Nella striscia di Gaza, essi rappresentano allo stato meno dell’1% della popolazione: alcune fonti citano la presenza di appena 3000 abitanti cristiani, mentre altre indicano addirittura che essi siano diminuiti fino a raggiungere l’esiguo numero di 1200.

Una comunità in estinzione

Le cause del calo della popolazione cristiana palestinese sono principalmente due: la prima è di carattere sociologico, e riguarda il basso tasso di natalità caratterizzante questa comunità, mentre la seconda è di carattere socio-politico e socio-economico, ed è rappresentata dalla costante emigrazione dei cristiani dai Territori palestinesi.

Quali sono le cause di questa aliyah inversa? Perché i cristiani stanno abbandonando sempre più i territori che hanno dato i natali alla loro religione? Come abbiamo detto in principio, quello israelo-palestinese non è esclusivamente un conflitto tra ebrei e musulmani; pertanto, anche i cristiani palestinesi in quanto tali ne sono coinvolti e ne subiscono le conseguenze. Ciò significa, innanzitutto, che le restrizioni generalmente applicate ai palestinesi valgono tanto per i musulmani quanto per la comunità cristiana locale. Innanzitutto, essi non godono a pieno della libertà di movimento all’esterno dei Territori in cui vivono, per lasciare i quali è necessario domandare dei visti alle autorità israeliane. Un esempio eclatante di queste limitazioni è il reticolato di muri eretto nella West Bank nei primi anni 2000, e che tra gli altri centri circonda Betlemme separandola dalle aree circostanti. Circostanze di questo tipo costituiscono un grosso impedimento anche alla libertà religiosa dei palestinesi, che hanno grossissime difficoltà nel recarsi in pellegrinaggio nei propri luoghi santi, che si trovino essi nella città vecchia di Gerusalemme o altrove, in qualsiasi delle aree sotto controllo israeliano. Sia musulmani sia cristiani sono inoltre sottoposti alla confisca di terre e proprietà causate dai nuovi insediamenti israeliani nei Territori occupati, e subiscono le ristrettezze economiche cui i blocchi di Israele costringono i palestinesi, in particolare a Gaza.

Ciò che deriva da quest’analisi è che il principale motivo di emigrazione dei cristiani sembrano essere le precarie condizioni di vita causate dall’occupazione israeliana e in generale dal perpetuarsi del conflitto israelo-palestinese, circostanze che sono causa di emigrazione anche  tra i musulmani palestinesi. A supporto di questa tesi, il fatto che le grandi ondate di emigrazione cristiana dai Territori palestinesi coincidano con i momenti salienti del conflitto, che hanno causato crescenti restrizioni nei confronti dei palestinesi: la creazione di Israele nel 1948, la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e l’invasione israeliana del 2002 (Operazione Scudo Difensivo). A seguito di tutto ciò e degli avvenimenti dell’ultimo decennio, sia locali che regionali, la popolazione cristiana palestinese è passata dal 18% del totale al 2% circa.

A questo proposito, il controverso “Documento Kairo”, emanato a Betlemme nel 2009 da vari rappresentanti della comunità cristiana locale come manifesto dei cristiani palestinesi in merito all’occupazione israeliana, e firmato da numerose istituzioni e personalità del mondo cristiano, cita nella sua versione italiana: ‘L’emigrazione è un altro elemento nella nostra realtà. L’assenza di una visione o scintilla di speranza per la pace e la libertà spinge i giovani, Musulmani e Cristiani, ad emigrare. Così il territorio viene privato delle sue più importanti e più ricche risorse – i giovani istruiti. La contrazione del numero dei Cristiani, in particolare in Palestina, è una delle conseguenze pericolose di questo conflitto; della paralisi locale e internazionale; e dell’incapacità di trovare una soluzione globale al problema.’

Oltretutto, nonostante l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ufficialmente riconosca la comunità cristiana, che ha diritto a una propria rappresentanza politica a livello nazionale e locale (vedi Il chicco in più), è bene comunque considerare che quella cristiana rimane una minoranza nei Territori palestinesi, e in quanto tale la sua condizione è potenzialmente più a rischio. Si sono infatti verificati attacchi di estremisti islamici contro siti cristiani, soprattutto nella striscia di Gaza, che sono fortunatamente condannati dall’ANP e dai cittadini musulmani. In aggiunta a ciò, l’ascesa dell’estremismo a livello regionale (per non dire mondiale) che ha interessato il mondo islamico negli ultimi anni non ha certo reso la permanenza dei cristiani in Medio Oriente la più facile delle condizioni.

Prima di tutto palestinesi

Più numerosi dei cristiani che vivono in Palestina sono invece quelli che vivono in Israele: essi sono circa 160 000, più del 75% dei quali di etnia araba. Sebbene sia al di là dello scopo di questo articolo approfondire lo status dei cristiani in Israele, è bene citare che nel 2014 il Parlamento israeliano, la Knesset, ha passato una legge che distingue i cristiani residenti in Israele, anche se di etnia araba, dal resto dalla popolazione arabo-musulmana, caratterizzandoli dunque per la loro religione e non per la loro appartenenza etnica. Tale provvedimento pare avere il secondo fine di permettere il reclutamento dei cristiani nell’esercito israeliano, oltre che quello ufficiale di aumentare il coinvolgimento socio-economico e le possibilità d’impiego della popolazione cristiana, soggetta in questo modo a minori restrizioni di quelle che toccano invece nel vivo la popolazione arabo-musulmana. Le reazioni della comunità cristiana residente in Israele sono state disunitarie: non sono mancate infatti né approvazioni, né reazioni di disapprovazione, come quella espressa dalla Commissione di Giustizia e Pace del Patriarcato Latino di Gerusalemme, ovvero dai rappresentanti locali della Chiesa Cattolica.

Questa misura israeliana risponde alla logica del divide et impera, e mira a mettere alla prova l’attaccamento dei cristiani residenti in Israele alla propria identità etnica araba, minando di conseguenza anche la generale pacifica convivenza dei musulmani e dei cristiani nei Territori palestinesi. Questa convivenza si basa sul seguente caposaldo: gli sconvolgimenti politici che colpiscono i Territori palestinesi sono subiti dai palestinesi tutti, indipendentemente dalla loro fede. A esempio di ciò, la comunità cristiana è stata parte integrante del coro di proteste contro lo spostamento dell’Ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, e dunque il conseguente riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele proclamato lo scorso dicembre da parte del Presidente USA Donald Trump. I leader di ben tredici congregazioni cristiane della Terra Santa hanno indirizzato una lettera a Trump, chiedendogli di continuare a riconoscere lo status internazionale di Gerusalemme, poiché una scelta opposta non farebbe che aumentare ‘odio, conflitto, guerra e sofferenza’, e allontanerebbe ulteriormente la possibilità di continuare a perseguire il processo di pace. In seguito alla dichiarazione statunitense, il Natale 2017 in Palestina è stato festeggiato ‘in sordina’: a Betlemme, le luci dell’albero di Natale della storica Piazza della Mangiatoia sono state spente in segno di protesta, e numerose celebrazioni a Nazareth sono state cancellate.

Ciò che più fa riflettere è che questa presa di posizione statunitense, nell’aria da anni, è stata fortemente sostenuta tra gli altri anche dal Vice Presidente USA Mike Pence, punto di riferimento della comunità evangelica americana, per la quale la designazione di Gerusalemme come capitale di Israele ha imprescindibile origine biblica. Eppure, questa virata pro-israeliana non tiene chiaramente conto invece delle ricadute che una tale decisione sta avendo e avrà sui correligionari che vivono in Palestina, e contrasta fortemente con la proclamata volontà di Trump di difendere i cristiani in Medio Oriente. Quando si tratta della Palestina, pare che sia l’etnia dunque a contare più della religione: in questo caso, i cristiani palestinesi sono innanzitutto ‘cittadini’ palestinesi, e questa è la categoria in cui ricadono relativamente alla politica estera americana. D’altra parte, anche i cristiani stessi, come si evince dalla loro decennale resistenza al fianco dei concittadini musulmani, si considerano prima di tutto palestinesi, e come tali generalmente agiscono nel contesto del conflitto. Ne deriva allora che un eventuale ammorbidimento di Trump verso i cristiani palestinesi dovrebbe passare per una generale distensione nei confronti dei palestinesi tutti, che appare alquanto lontana, soprattutto se si considera anche il grande supporto che Trump trae dalla comunità evangelica americana.

Un futuro incerto, una pace lontana

Esponenti locali riportano, in una chiave forse esageratamente pessimistica, che a causa delle emigrazioni la comunità cristiana perderebbe il 5% circa dei propri membri ogni anno, e che si rischia quindi che in una o due generazioni essa possa risultare quasi totalmente e irrimediabilmente scomparsa. I giovani palestinesi cristiani preferiscono infatti unirsi ai numerosissimi altri che già vivono nella diaspora, di modo da sperimentare uno stile di vita ‘ordinario’ e approfittare di quelle opportunità lavorative che nella terra natale, nonostante un livello medio di istruzione piuttosto elevato, sono loro negate a causa delle generali condizioni socio-politiche, che hanno causato progressivi deficit a livello economico. All’attuale stato delle cose, il tentativo di tamponare questo fenomeno migratorio tramite l’attrazione di nuovi investimenti e la promozione di iniziative che favoriscano la comunità cristiana sarebbe totalmente inutile senza prevedere anche una soluzione politica. Come abbiamo visto però, essendo la comunità cristiana locale fortemente e contestualmente legata alla propria identità palestinese, non c’è soluzione politica che non passi direttamente per una soluzione del conflitto stesso tra Israele e Palestina. Non sembra esservi, insomma, spazio per una cosiddetta ‘pace separata’; per quanto riguarda una pace trasversale, invece, essa sembra malauguratamente ancora parecchio lontana, o forse addirittura in fase di allontanamento.

Lorena Stella Martin

UN CHICCO IN PIù

I cristiani e la legge palestinese

Un rapporto della Commission of Churches in International Affairs (CCIA),  cita i seguenti provvedimenti quali azioni inclusive attuate dall’ANP nei confronti dei cristiani residenti nei Territori palestinesi:

  • Il giorno di Natale è stato dichiarato festa nazionale nel 1996;
  • Sei seggi dell’Assemblea legislativa palestinese (PLC) sono riservati ai cristiani;
  • Un decreto presidenziale del 2001 ha stabilito che le seguenti città palestinesi devono avere un sindaco cristiano: Bethlehem, Beit Jala, Beit Sahour, Ramallah, Bir Zeit, Taybeh, Jifna, Abud, Ain Arik e Zababdeh;
  • Nel 2007 è stato creato un Alto Comitato per gli Affari Cristiani.

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