Alce Nero, il ‘medicine man’ che diventò cristiano

da Interris.it, online international newspaper – con i piedi in terra guardando il cielo.

Lance ornate di penne e copricapi decorati di piume, cacce ai bisonti in praterie con il cielo come confine e assalti con archi e Winchester ai ranch di coloni, pipe decorate scambiate attorno ai fuochi e danze tribali animate da “medicine men” in un mistico e costante contatto con gli spiriti della Terra. Immagini pittoresche, attinenti alla realtà quel tanto che basta per creare un’immagine dei nativi d’America che ha costellato l’immaginario collettivo di tutte quelle generazioni di occidentali avvicendatesi nelle epoche posteriori al mito della frontiera.

Stereotipi? Non del tutto ma, certamente, un notevole incentivo alla creazione di un imprinting affascinante e a tratti quasi “mitico” con i cosiddetti indiani d’America, inquadrati in ottiche e prospettive diverse ma allo stesso modo fortemente caratterizzanti: dagli urlanti predoni mescaleros di ‘Ombre rosse’ ai saggi Lakota di ‘Balla coi lupi’, passando per interi filoni narrativi al limite fra realtà e finzione, dai Dime novels del Far West ai volumi analitici di chi, realmente, ha tentato di fornire dei nativi una descrizione quantomeno calzante alle numerose sfaccettature che, in quanto popolo, li hanno storicamente contraddistinti. Va da sé che in un simile bacino d’informazione, la stereotipizzazione sia un rischio concreto, specie nel trattare delle figure storiche che hanno contribuito alla costruzione della miticità del popolo “rosso”. Alce Nero, in questo senso, non fa certo eccezione: il leggendario Sioux Oglala, recentemente salito alla ribalta delle cronache d’Occidente per l’annuncio dell’avvio del suo percorso di beatificazione.

“Il mito del buon selvaggio è secondo me da sfatare – ha spiegato a In Terris don Andrea Benso, sacerdote della diocesi di Acqui, in missione per tre anni in Sud Dakota – E’ chiaro che i ‘pellerossa’ generano da secoli un certo desiderio dell’esotico ma è una sensazione che risiede dentro di noi e che ha radici nel pensiero di un uomo occidentale che ha perso il contatto con la natura e vede negli indiani un concentrato di atteggiamenti e sensazioni positive, una sorta di idealizzazione”.

In Europa

E don Andrea, che fra gli indiani ha vissuto, pone un monito su questo punto: “Questa coscienza negativa, nettamente percepita da coloro che si confrontano con questi popoli, si traduce in un’ammirazione: un indiano dice qualsiasi cosa e questa viene fatta passare come una sorta di verità assoluta. Alce Nero, da questo punto di vista, smonta un po’ questa logica, potremmo definirlo un indiano atipico: lui si converte al cristianesimo che, solitamente, viene considerato un sottoprodotto negativo dei popoli europei”. Un percorso di conversione, quello del medicine man Oglala, che non poteva prescindere da un confronto col mondo cristiano, quello occidentale: “In realtà la sua partecipazione al Wild West Show di Buffalo Bill (spettacolo circense itinerante, con esibizioni di richiamo al mito della frontiera, ndr) era un modo per conoscere e confrontarsi con questo nuovo mondo. Alce Nero, infatti, diceva che l’unica cosa che lo avesse interessato dell’Europa era la religione”. E’ in questo momento che la spiritualità tipica del suo essere indiano inizia a fondersi, anzi, a intrecciarsi con la fede cristiana: “Dobbiamo ricordare – ha proseguito don Andrea – che gli indiani non possono essere considerati un gruppo omogeneo. Molto di quello che sappiamo sulla figura di Alce Nero è dovuto al volume ‘Black Elk speaks’, scritto dal giornalista John G. Neihardt e pubblicato nel 1932. Un libro che ha conosciuto un lungo oblio: solo negli anni 70 arriverà il suo rilancio editoriale mentre della fede cattolica del protagonista si saprà qualcosa solo nel 1993, anno della pubblicazione di un altro libro: ‘Black Elk – The Holy man of the Oglala’, del gesuita-antropologo Michael Steltenkamp”.

La cristianizzazione

Esiste però una pregiudiziale, un pensiero stereotipato che fatica, nell’immaginario comune, a scindere la figura dell’indiano dalla sua ancestrale saggezza, dalla sua tipica spiritualità, dal suo modo di essere visto come un essere simbiotico con l’ambiente che lo circonda: “Questo atteggiamento danneggia gli indiani stessi perché mette in moto un’appropriazione culturale che ne snatura le tradizioni e favorisce la diffusione di comportamenti discutibili quali, ad esempio, quello che potremmo definire un ‘consumismo spirituale'”. Con l’avanzare della civiltà verso le coste dell’Atlantico e l’avvento dell’epoca dei coloni e delle riserve, il Governo degli Stati Uniti favorisce “una politica di civilizzazione forzata: la religione cristiana viene vista come uno strumento per civilizzare le tribù indiane” e plasmarle in nome di un processo di occidentalizzazione ormai preponderante. “Viene creato un centro di rieducazione, il Carlisle Indian School, in Pennsylvania, dove i giovani indiani ricevono un’istruzione di stampo occidentale”. Un atteggiamento che mitiga fortemente il senso di appartenenza delle nuove generazioni: “Nuvola Rossa chiese per questo che fossero i gesuiti a recarsi a Pine Ridge, dove era ancora vivo il ricordo di Padre De Smet: e l’operato pastorale dei missionari non andò a sradicare le tradizioni locali ma si inserì nella quotidianità delle riserve, istituendo confraternite nelle quali si parlava Lakota (la Società di San Giuseppe per gli uomini e di Santa Maria per le donne) e dove iniziarono le prime traduzioni in lingua degli inni e dei vangeli. Oggi questi particolari volumi non si usano più ma hanno contribuito a salvare la lingua di questo popolo e, di conseguenza, buona parte della sua identità antropologica”.

La strada di Alce Nero

E’ con la consapevolezza portata dall’esperienza europea e l’operato dei padri gesuiti lì a Pine Ridge che Alce Nero avvia definitivamente il suo processo di conversione: “Si convinse gradualmente e in maniera assolutamente libera, ricevendo una formazione catechetica: la dottrina delle due vie, paradiso e inferno. Prese familiarità con la Bibbia e si fece tramite tra questo nuovo mondo spirituale e la sua gente, accompagnando chi voleva all’incontro col Vangelo. Dopo la sua conversione, fu responsabile dell’educazione religiosa di circa 400 giovani lakota che vennero poi battezzati”. Ed è in questo contesto di perfetto, per quanto sottile, equilibrio fra tradizione e religione cristiana che Alce Nero orienta il prosieguo della sua esistenza nella riserva, facendosi evangelizzatore e avvicinandosi ai sacramenti: “Gli indiani non hanno mai avuto una chiusura per i sacramenti, come ad esempio il battesimo: un Sioux poteva conciliare entrambi gli aspetti della sua vita religiosa, magari pregando e usando contemporaneamente la pipa. Alce Nero stesso scrisse che la religione cristiana aveva rappresentato un miglioramento nella sua vita spirituale”. L’avvento del cattolicesimo non aveva tolto nulla alla sua identità di nativo americano e qualsiasi eventuale rinuncia a riti e pratiche proprie dei Sioux fu del tutto volontaria: “Rinunciò solo al rituale del Yuwipi perché non compatibile con la sua fede in Cristo”.

Le riserve oggi

Il percorso di conversione di Alce Nero, nato e cresciuto a cavallo fra due secoli, rappresenta un esempio di come la comunione fra ritualità tribale e fede cattolica possa davvero portare frutti positivi. Ma, allo stesso tempo, testimonia come l’avvento del cristianesimo fra le Riserve indiane alla fine dell’800, non solo non costituì un trauma per la popolazione ma contribuì a salvarne in parte la propria identità culturale: “Oggi potremmo parlare di due differenti categorie di persone: da una parte gli indiani tradizionalisti, composti perlopiù da anziani che conoscono la lingua madre, dall’altra i progressisti, che rispettano le proprie tradizioni ma non parlano Lakota, se non in minima parte, e mostrano un certo apprezzamento verso le modernità. Episodi come il massacro di Wounded Knee (avvenuto il 29 Dicembre 1890) sono ancora vivi nella memoria dei più anziani perché ricordano i racconti dei loro avi che erano sopravvissuti. Le nuove generazioni, invece, parlano di “genocidio culturale” ma non hanno vissuto i traumi dei massacri e della perdita della propria tradizione. Dalla Seconda guerra mondiale in poi le condizioni di vita delle riserve sono progressivamente peggiorate, molti hanno cercato di dimenticare i torti subiti attraverso l’alcool e, più in generale, le tribù hanno sviluppato una forte dipendenza dal governo centrale che, negli anni, ha reso estremamente complicato lo sviluppo di una loro economia, avviando il fenomeno del parassitismo. E un missionario, nell’ambito del suo operato pastorale, deve tenere conto di questo“.

Una figura ecumenica

Le difficoltà sociali attualmente riscontrabili nelle Riserve dei nativi, rendono spesso la figura del sacerdote un punto di riferimento ma, allo stesso tempo, amplificano l’importanza di esempi carismatici come quello di Alce Nero: “In questi contesti è difficile responsabilizzare i fedeli, nonostante si appoggino molto al prete, anche in contesti totalmente altri rispetto alla religione. E’ un ministero di presenze, implica cioè stare in mezzo alla gente: a volte chiamano il sacerdote anche coloro che non sono battezzati e la sua presenza è richiesta in momenti molto diversi, dalla partita di basket ai powwow. In genere vivono una sorta di rassegnazione rispetto al futuro e questo fa sì che non diventino protagonisti delle loro vite. Resiste anche un sentimento che noi occidentali definiremmo di ‘superstizione’ che li spinge a chiamare il sacerdote (o il medicine man) per far benedire la casa ogni volta che percepiscono presenze o ‘spiriti'”. Una missione certamente non facile, in un contesto dove il confine tra spiritualità e identità culturale persiste ma in modi e temi diversi rispetto a un secolo fa: “Alce Nero in questo senso può diventare una figura che potremmo definire ecumenica, a testimonianza che un incontro fra Vangelo e cultura tribale è possibile nel rispetto reciproco”.

Damiano Mattana

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