1° maggio 2018: Un lavoro dignitoso deve tutelare la salute e la sicurezza della persona

da Aclimilano.it, ACLI milanesi le Acli di Milano, Monza e Brianza.

A Milano la consueta manifestazione per la Festa del Lavoro, acquista tinte programmatiche forti, ispirate alla solidarietà tra cittadini/lavoratori e alla cultura e informazione al consumo responsabile.

Proponiamo il documento delle ACLI di Milano, Monza e Brianza per il primo maggio 2018.

Lavoro nero, caporalato, lavoro sottopagato, lavoro nei giorni festivi in attività non essenziali come la grande distribuzione commerciale, aumento degli infortuni sul lavoro nei primi mesi dell’anno. Questi fenomeni, diversi tra loro, sono tutti indicativi della perdita di valore del lavoro, sempre più spesso subordinato all’esigenza di ridurre i costi per aumentare i profitti, investendo più nella distribuzione e promozione dei prodotti che nel lavoro e nella qualità della produzione.

Il dibattito politico quasi quotidianamente si dedica ad analisi quantitative dell’occupazione, molto meno della qualità del lavoro e delle condizioni di lavoro. Ma la svalutazione del lavoro comporta effetti proprio a questo livello con una crescente insoddisfazione dei lavoratori sulle proprie condizioni di lavoro e a una riduzione dei diritti.

1° MAGGIO 2018: UN LAVORO DIGNITOSO DEVE TUTELARE LA SALUTE E LA SICUREZZA DELLA PERSONA

I gravi e numerosi incidenti accaduti in questi primi mesi del 2018 in tanti luoghi di lavoro hanno risvegliato l’attenzione pubblica su un tema importantissimo, anzi vitale. Anche il presidente Mattarella è intervenuto più volte su questo argomento, così come aveva fatto il suo predecessore Giorgio Napolitano in passato, dando un contributo rilevante alla revisione della normativa sul lavoro approvata dal Parlamento nel 2008.

Su questo tema come su altri c’è però il rischio di una rappresentazione superficiale e fuorviante dei mezzi di informazione, che se ne occupano solo sull’onda emozionale dei casi più gravi (si pensi alla morte dei 4 operari della Lamina a Milano nel gennaio scorso), riportando le dichiarazioni quasi sempre generiche e rituali di politici, sindacalisti ecc. o le interviste strazianti dei parenti delle vittime. Certo non fa miglior effetto, in questi casi, il silenzio dei rappresentanti delle imprese.

Occorre prima di tutto prendere atto della dura realtà che lo svolgimento di lavori pericolosi, come quelli nei cantieri edili, nelle fabbriche metalmeccaniche e in quelli chimiche, dove si impiegano macchine ed attrezzature pericolose o sostanze chimiche tossiche o nocive, comporta rischi non completamente eliminabili, anche per la vita. Come spiegano ripetutamente gli esperti, quando un pericolo non può essere eliminato questo comporta sempre un rischio, più o meno probabile, di un danno per qualcuno. Così come avviene per le vittime degli incidenti stradali, che spesso sono giovani, si tratta di morti difficili da accettare, e che spesso invocano la ricerca di un colpevole a cui addebitare delle responsabilità. Certamente le responsabilità individuali vanno sempre cercate con accurata analisi dei fatti caso per caso, senza indulgere in spiegazioni generiche o a conclusioni preconcette. Resta il fatto che la sicurezza e la salute del lavoro è un diritto fondamentale della persona e che un lavoro dignitoso deve porle come obiettivo primario.

Il nostro contesto lavorativo presenta alcuni fattori che possono spiegare l’aumento degli infortuni registrato già nel 2017 rispetto all’anno precedente (si vedano dati Inail e dati ANMIL). Un primo elemento da considerare è l’aumento dei lavoratori che quindi aumenta le persone esposte a rischio di infortunio. Un secondo elemento è la precarietà del lavoro e l’aumento di posizioni lavorative occasionali o a tempo determinato, che comportano frequenti cambiamenti non solo dell’azienda per cui si lavora ma anche delle mansioni svolte. Di qui una minore preparazione del lavoratore sia sul piano professionale sia sulla conoscenza dei rischi specifici e dei comportamenti più opportuni per prevenirli. A questo aggiungiamo un tessuto produttivo caratterizzato da aziende piccole o piccolissime, anche nelle attività più pericolose, per le quali i costi della sicurezza e alcuni aspetti organizzativi previsti dalle norme sono più difficili da applicare. In contesti di questo genere è più frequente riscontrare impreparazione dei titolari e datori di lavoro sulla sicurezza e più difficile che vi siano controlli da parte degli enti pubblici preposti. Problemi che possono risultare fatali in caso di lavori anche molto pericolosi come quelli della pulizia delle cisterne contenenti sostanze tossiche (vedi i gravi incidenti di questo genere pur in presenza di norme molto precise in proposito), spesso subappaltati a piccole ditte esterne anche da aziende di grandi dimensioni con elevati standard di sicurezza. I lavoro autonomi sono ancora più esposti a carenze formative e tecniche rispetto ad eventuali rischi lavorativi. Non mancano poi sacche di vera e propria illegalità nel lavoro che, assieme agli aspetti retributivi e contributivi, riguarda anche il rispetto delle norme sul lavoro e che fa ritenere sottostimate le statistiche infortunistiche, poiché gli incidenti a lavoratori irregolari non rientrano nelle statistiche.

Questi ed altri fattori hanno ridotto l’effetto positivo atteso dalle norme introdotte o affinate sia a livello europeo che italiano dagli anni 90 in poi, per migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro. Le macchine ed attrezzature prodotte attualmente sono molto più sicure di quelli di 20 o 30 anni fa. Anche nell’uso delle sostanze e prodotti chimici sono stati introdotti importanti regolamenti europei, recepiti dall’Italia che ne hanno disciplinato in modo più preciso le condizioni d’uso.

Ulteriori fattori positivi si potranno ottenere con l’automazione di alcuni processi produttivi prevista dall’industria 4.0 e dalla maggiore attenzione ambientale delle imprese, a cominciare dai grossi impianti che più di altri hanno un elevato impatto sulla salute delle comunità (si pensi all’ILVA di Taranto) e quindi possono dare un maggior contributo importante alla prevenzione di infortuni e delle malattie professionali

Ma due ci sembrano gli elementi decisivi su cui puntare.
Il primo è quello dei controlli. Le regole come detto ci sono, ma un certo numero di aziende non le osserva perché rappresentano dei costi. Le risorse messe a disposizione dallo stato per incentivare investimenti e comportamenti virtuosi spesso non vengono utilizzati al meglio o sono appannaggio solo di realtà medio grandi o più avanzate. Se si ritiene davvero importante la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali (anche queste purtroppo in aumento) bisogna che le istituzioni pubbliche investano di più nei controlli, magari utilizzando al meglio le possibilità offerte dall’innovazione tecnologica anche in questo campo, per ridurre i costi richiesti da personale qualificato.
L’altro elemento cruciale è la diffusione di una cultura della sicurezza. Questa passa certamente dall’informazione e formazione dei lavoratori che ormai da diversi anni è disciplinata da regole precise ed esigenti, in termini di ore dedicate e di requisiti dei formatori. I fondi interprofessionali sostengono i costi di questa formazione. Anche in questo caso però le regole in parte non vengono rispettate, ma soprattutto sembra mancare la capacità di TRADURRE LA FORMAZIONE IN CULTURA.

La formazione sulla sicurezza è troppo spesso vissuta dai datori di lavoro come dai lavoratori, come un adempimento, qualcosa di teorico slegato dalla realtà. La teoria della sicurezza spiegata dagli esperti, per quanto qualificati, per essere efficace va messa in relazione con il lavoro quotidiano. La maggior consapevolezza dei lavoratori rispetto alle condizioni di sicurezza deve essere sfruttata dall’azienda per migliorare davvero la sicurezza reale, attraverso un coinvolgimento maggiore nelle scelte, la modifica di prassi abituali sbagliate o potenzialmente pericolose, la capacità di lavorare pensando sempre alla sicurezza e non solo in particolari frangenti evidentemente pericolosi. Occorre trasmettere a tutti i livelli aziendali, a cominciare da quelli apicali, l’idea di una responsabilità diffusa e di una collaborazione comune necessarie per raggiungere una maggiore sicurezza, così come per migliorare la qualità del lavoro.

Ciò appare fondamentale anche per contrastare un altro tipo di rischi emergenti, quelli psicosociali, che sempre più spesso si presentano nei luoghi di lavoro e che minano quell’idea dell’azienda come comunità di persone che realizza il singolo all’interno di un progetto comune.

L’introduzione dell’alternanza scuola lavoro che prevede la formazione sulla sicurezza e la salute possono essere un punto di svolta per cambiare marcia, trasmettendo questo approccio alle nuove generazioni, a patto che questi, trovino contesti minimamente coerenti nei luoghi di lavoro.

Le associazioni, i rappresentanti di imprese e sindacati, gli enti di formazione professionale sono chiamati a dare il proprio contributo per la costruzione di questa cultura fuori e dentro i luoghi di lavoro che si salda alla cultura della legalità, a quella della dignità della persona, della partecipazione attiva, della realizzazione della persona umana.

Buon 1° maggio!

Acli milanesi, le Acli di Milano, Monza e Brianza

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