Mezzi per raccontare la salvezza. Le difficoltà di gestire un patrimonio immobiliare superiore alle proprie necessità

da ReteSicomoro.it, conoscere per crescere.

Proponiamo un video e un articolo sui beni immobiliari inutilizzati o sottoutilizzati delle congregazioni religiose (ma è argomento che riguarda anche le diocesi e le parrocchie) perché siamo convinti che non si possa separare aspetti amministrativi e aspetti pastorali e di annuncio: lo stile con cui si delineano priorità, si sceglie, si amministra in campo economico ed immobiliare influisce non poco sulla capacità delle comunità di essere credibili, profetiche, evangeliche.

Siamo Noi – Famiglia, bambini, migranti: i conventi vuoti tornano a vivere

“I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con più coraggio e generosità l’accoglienza nelle comunità, nelle case, nei conventi vuoti”. Così Papa Francesco, in visita al centro Astalli di Roma, il 10 settembre del 2013, sollecitò le congregazioni religiose e la Chiesa tutta ad occuparsi con spirito profetico e missionario dei propri immobili inutilizzati. Siamo Noi va dunque alla ricerca di quell’utilizzo virtuoso dei tanti immobili della Chiesa, non solo a favore dei rifugiati ma di tante persone in situazione di bisogno. In studio Suor Alessandra Smerilli, docente della Pontificia Facoltà Auxilium Roma; Francesca Giani, architetto della Fondazione Summa Humanitate e docente di gestione degli immobili ecclesiastici al corso di Alta formazione in management pastorale della Pontificia Università lateranense Berardino Guarino, Economo della Provincia Euro-Mediterranea della Compagnia di Gesù; Luigi Ciavattini, presidente associazione Davide Ciavattini, e Don Lorenzo Simonelli, Avvocato generale della curia di Milano, collegato dal capoluogo lombardo.

Mezzi per raccontare la salvezza. Le difficoltà di gestire un patrimonio immobiliare superiore alle proprie necessità

Il calo delle vocazioni, l’invecchiamento dei consacrati e le difficoltà a rinnovare le opere in corrispondenza delle necessità attuali, sono motivi che interessano tale patrimonio immobiliare e che in parte ne provocano il sottoutilizzo o l’inutilizzo. Per comprendere l’entità del tema purtroppo non sono disponibili dati complessivi che raccolgano gli inventari dei beni immobili redatti dai diversi enti proprietari. 

Grazie alla comparazione dei dati riportati dall’Annuarium Statisticum Ecclesiae possiamo ricostruire l’andamento di una parte di tale patrimonio immobiliare studiando il numero delle case degli istituti religiosi di diritto pontificio presenti in Italia. Nel 1985 tali case erano 17.585 contro le 10.293 censite nel 2015. In 30 anni le case degli istituti religiosi di diritto pontificio presenti in Italia sono diminuite di oltre il 40%.7.292 case non svolgono più la funzione di ospitare comunità religiose (hanno cessato tale funzione il 46% delle case femminili e il 25% di quelle maschili).

Nell’anno 2014 ne sono state chiuse 289. Si tratta di un grande insieme di immobili che partecipavano e sostenevano i religiosi nell’ininterrotto culto a Dio nella carità.1 Alla presenza ecclesiale si sommava anche il valore sociale consolidato in decenni o in secoli che rende tale patrimonio di particolare rilevanza anche come bene comune.

Riutilizzo degli immobili dei religiosi

Il tema del riutilizzo degli immobili dei religiosi è stato più volte oggetto dell’attenzione del Pontefice. Nella lettera apostolica del 21 novembre 2014 a tutti i consacrati papa Francesco tra le attese per l’anno della vita consacrata riportava: «Aspetto da voi gesti concreti di accoglienza dei rifugiati, di vicinanza ai poveri, di creatività nella catechesi, nell’annuncio del Vangelo, nell’iniziazione alla vita di preghiera.

Di conseguenza auspico lo snellimento delle strutture, il riutilizzo delle grandi case in favore di opere più rispondenti alle attuali esigenze dell’evangelizzazione e della carità, l’adeguamento delle opere ai nuovi bisogni». Quali sono le difficoltà che un istituto religioso incontra quando deve gestire un patrimonio immobiliare di dimensioni superiori alle proprie necessità? E come può mettere in atto quanto richiesto dal Pontefice?

Due sono le maggiori difficoltà nell’ambito della riorganizzazione e della gestione del patrimonio immobiliare dei religiosi. La prima è la tentazione di non decidere. Chi ha la responsabilità di governare può essere tentato dalla paura, come è accaduto all’ultimo dei servi della parabola dei talenti. Il rischio è quello che il talento venga sotterrato: in questo caso è l’immobile che resta “congelato”.

È un atteggiamento che potrebbe essere generato da varie cause: dalla mancanza di risorse umane adeguate all’interno dell’istituto ed anche al di fuori dello stesso che sappiano rendere fecondo un capitale immobilizzato spesso senza avere a disposizione liquidità. In alcuni casi è la non unanimità dei consiglieri a bloccare le scelte. In altri è la difficoltà a comprendere la realtà dei tempi presenti e i conseguenti necessari cambiamenti che implica.

Ad esempio si continua ad abitare in conventi che prevedevano l’accoglienza di molti religiosi mentre oggi la presenza è ridotta a poche persone. Ampie superfici pro capite possono porre il religioso in una condizione abitativa di qualità superiore a quella del cittadino medio proiettando ombre sul principio di povertà evangelica e dando scandalo a chi fatica ad avere una casa.

Opportuno discernimento

La seconda tentazione è quella di operare scelte parziali senza aver prima effettuato un opportuno discernimento sul futuro dell’ente. La gestione del patrimonio immobiliare ecclesiastico deve essere illuminata dalla consapevolezza di cosa Dio chiede in questo tempo e in questo luogo all’istituto religioso.

Da ciò si deducono le scelte di asset management, ovverosia il complesso di strategie e attività finalizzate in questo caso al perseguimento dei fini istituzionali della Chiesa e dei carismi particolari dell’ente proprietario attraverso la gestione del patrimonio immobiliare (trasformazione d’uso, dismissione, riqualificazione del patrimonio immobiliare, frazionamenti etc.).

È necessario quindi leggere i segni dei tempi e aver chiaro come coniugare il proprio carisma con la contemporaneità rimanendo aperti alle novità dello Spirito. Il rischio è quello di operare su singoli casi e non sull’intero sistema, magari senza porsi l’obiettivo della sostenibilità globale e puntando al mantenimento dell’esistente perpetrando una tradizione ormai insostenibile.

Immobili e testimonianza cristiana

IHS, Iesus Hominum Salvator è il Cristogramma che troviamo sopra le porte di molti immobili della penisola. Ci ricorda che anche la più importante opera delle mani dell’uomo non è che uno strumento per testimoniare che Gesù è il Salvatore degli uomini. Il trigramma IHS conferma che i beni temporali della Chiesa sussistono per conseguire i fini che le sono propri, così come riportato nel libro V del codice di diritto canonico2 a cui si aggiunge per i religiosi il criterio sommo del consiglio evangelico della povertà.3

Nonostante che la gestione del patrimonio immobiliare degli istituti religiosi sia complessa e richieda criteri, responsabilità e coraggio, è possibile che questi immobili continuino ad essere strumento di testimonianza cristiana anche oggi. Per far ciò sono necessari altri requisiti oltre a quanto già indicato in precedenza. Premessa indispensabile alla buona gestione di un patrimonio immobiliare è la sua perfetta conoscenza.

La proprietà dovrà quindi avere un archivio tecnico degli immobili fruibile, aggiornato e facilmente trasmissibile che comprenda le previsioni urbanistiche ed anche la legittimità delle costruzioni e delle successive trasformazioni. Sarà poi necessario definire le esigenze organizzative ed economiche dell’ente e formulare preventivamente una proiezione di tali necessità per un periodo di media-lunga durata.

L’asset management del patrimonio immobiliare dovrà rispettare tali indicazioni realizzando un sistema sostenibile in relazione alle risorse umane e a quelle economiche. Non basta un tecnico capace di un eccellente restauro degli immobili: il sistema è ben più complesso e necessita di diverse competenze specifiche capaci non solo di attribuire una nuova funzione ma anche di renderla sostenibile nel tempo e coerente con il carisma della proprietà.

Inoltre se l’ente, in conformità alle proprie costituzioni, avesse la necessità di ottenere delle entrate dagli immobili è possibile raggiungere tale obiettivo promuovendo progetti in continuità con la propria missione senza dimenticare di attuare un’economia ispirata al Vangelo. A questi requisiti rispondono gli esempi di riutilizzo di immobili di proprietà di istituti religiosi che riporto di seguito e che seguono le indicazioni del Pontefice di «iniziare processi più che di possedere spazi».4

Un istituto di suore nato nel nord Italia dopo anni di gestione di una casa di riposo a Roma era giunto alla decisione di chiudere l’opera. Voleva mantenere comunque un locale di appoggio per le sorelle di passaggio nella città e desiderava che l’immobile fosse destinato ancora a servizio di persone con fragilità.

L’incontro con una associazione per la promozione di giovani adulti con disagi psichici ha reso possibile la realizzazione di una club house dove ormai da anni sono accolti e avviati al lavoro i giovani. Un istituto maschile che si dedica alla formazione della gioventù cercava un nuovo utilizzo per i locali che prima ospitavano il noviziato.

L’associazione Davide Ciavattini, che offre accoglienza gratuita alle famiglie e ai bambini in cura all’ospedale pediatrico Bambino Gesù grazie a raccolte private e numerosi volontari, ha stretto con i padri un accordo per l’uso dei locali. Da due anni l’immobile ospita quotidianamente almeno 38 persone. Inoltre l’esperienza è diventata catalizzatrice di speranza per l’attigua parrocchia e per quanti incontrano tale esperienza.

Progetti per il bene comune

A seguito dell’appello di papa Francesco ad ogni comunità cristiana di accogliere dei profughi, il Centro Astalli ha dato vita ad un progetto di semi autonomia denominato comunità di ospitalità. Nel 2016 hanno trovato alloggio presso piccole unità immobiliari di proprietà di istituti religiosi – ad esempio nella casa del guardiano o nell’appartamento del sacerdote – 17 nuclei familiari e 73 singoli.

All’offerta della struttura si è aggiunto il valore ancor più prezioso della vicinanza della comunità religiosa accompagnata nel percorso da un mediatore competente ed affidabile. Il convento dei cappuccini di Pisa è stato affidato ad un raggruppamento temporaneo d’impresa- tra Acli Provinciali di Pisa e tre cooperative sociali – che ha promosso il progetto i Cappuccini Acli Persone Comunità trasformandone larga parte in un luogo sociale di servizi e di lavoro (una casa famiglia per minori stranieri non accompagnati, un pensionato studentesco che integra anche alcuni ragazzi immigrati richiedenti asilo, aule formative, una biblioteca con sala convegni, un ristorante sociale in cui lavora personale svantaggiato, un parco aperto al quartiere, un ambulatorio omeopatico popolare, un dispensario per la donazione del farmaco, spazi per associazioni di volontariato, ecc.) oltre che spazio di pensiero e di proposta culturale per la città attraverso la costituzione del Centro studi i Cappuccini.

I frati hanno mantenuto la cura della Chiesa e di alcuni spazi attigui. La città ha guadagnato uno spazio vivo, innovativo, capace di inclusività e di generare buon lavoro. Infine riporto l’esperienza della associazione Mondo di Comunità e Famiglia nata a Villa Pizzone a Milano dove negli anni ‘70 due famiglie di ritorno dall’Africa hanno iniziato a vivere insieme a una comunità di padri Gesuiti.

L’offerta di immobili da parte di istituti religiosi ha reso possibile replicare tale esperienza a molte delle 35 comunità di famiglie che vivono condividendo vita, soldi e speranze. Concludo augurando che la contingenza dei beni immobili ecclesiastici possa diventare motivo di speranza per l’intera società attraverso la continua realizzazione di progetti sociali ospitati dagli immobili ecclesiastici.

Auspico un maggior interessamento al tema da parte degli organismi di riferimento degli istituti religiosi affinché sappiano orientare con sapienza e trasparenza il fenomeno descritto offrendo occasioni per continuare a promuovere opere di carità attraverso l’uso degli immobili. Infine mi piace pensare che si torni a porre su ognuno di questi immobili il Cristogramma IHS affinché ci ricordi che il fine non è la perpetuazione dell’immobile ma ciò che lo attraversa per giungere a testimoniare che Iesus Hominum Salvator.

Francesca Giani

Se conoscete buone pratiche di valorizzazione sociale di beni ecclesiastici, scrivetelo a fgiani@fondazionehumanitate.it. 

(articolo tratto da Testimonimensile di informazione spiritualità e vita consacrata del Centro editoriale dehoniano)

1 CIC Can. 607 – §1
2 CIC Can. 1254.
3 CIC parte terza del libro secondo ed indica il criterio sommo da seguire rispetto all’uso di tali beni oltre alle indicazioni del diritto proprio di ogni singolo istituto.
4 Papa Francesco (2013) Evangelii Gaudium Esortazione apostolica n. 223 «Il tempo è superiore allo spazio».

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