Verso una difesa sempre legittima e un’Italia più armata?

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Mercoledì 18 luglio è cominciato in Commissione Giustizia al Senato il percorso dei disegni di legge di riforma delle norme che regolano la legittima difesa. In tutto si tratta di cinque disegni di legge che hanno lo stesso relatore, il leghista Andrea Ostellari e che mirano allo stesso fine: ampliare il concetto di legittima difesa, normato dall’articolo 52 del codice penale. Anche i governi della scorsa legislatura cercato di apportare modifiche alle attuali norme, ma il provvedimento si era bloccato durante il suo iter parlamentare.

Si tratta di un tema che la Lega da molti anni considera una priorità nella propria azione di governo, al punto da averlo inserito anche nel Contratto per il governo del cambiamento sottoscritto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini lo scorso 18 maggio. Nel capitolo 12 del contratto, dal titolo Giustizia rapida ed efficiente, si legge che «in considerazione del principio dell’inviolabilità della proprietà privata, si prevede la riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare, eliminando gli elementi di incertezza interpretativa (con riferimento in particolare alla valutazione della proporzionalità tra difesa e offesa) che pregiudicano la piena tutela della persona che ha subito un’intrusione nella propria abitazione e nel proprio luogo di lavoro». Viste le premesse, si credeva che il percorso della modifica normativa proposta dalla Lega potesse avanzare senza problemi. Tuttavia, appena iniziato l’iter in Parlamento la riforma della legittima difesa ha trovato un freno nel Movimento 5 stelle, che pure aveva sottoscritto la necessità di riformare l’attuale norma. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, si è infatti affrettato a chiarire che «sarà oggetto di revisione l’eccesso di legittima difesa», ma che «non salta il principio di proporzionalità tra offesa e difesa». Di diverso avviso la Lega: nel primo comma del disegno di legge As652, firmato dal leghista Massimiliano Romeo, si propone di modificare la proporzionalità tra difesa e offesa, introducendo una presunzione di legittima difesa per gli atti diretti a «respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi» in un’abitazione privata o attività commerciale professionale o imprenditoriale. Di fatto un superamento proprio di quel principio di proporzionalità difeso invece dal ministro della Giustizia.

Il ministro Bonafede ha poi aggiunto che «in nessun modo la realizzazione dell’obiettivo riformatore, per come concepito dalla maggioranza, potrà portare alla liberalizzazione delle armi in Italia, la detenzione e il porto delle quali risultano disciplinate da disposizioni normative rigorose sulle quali il Governo non avverte alcuna esigenza di intervenire, trattandosi di leggi che rappresentano, peraltro, strumenti irrinunciabili nella lotta alla criminalità». Tuttavia, anche smentendo l’intenzione di intervenire sulla legge sul possesso di armi, il ministro della Giustizia ha sottolineato ancora una volta la connessione tra le due materie.

A questo proposito è opportuno tornare all’11 febbraio 2018, quando in piena campagna elettorale l’attuale vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, aveva firmato un documento in 8 punti con cui si impegnava pubblicamente a «coinvolgere e consultare il Comitato Direttiva 477 e le altre associazioni di comparto ogni qual volta siano in discussione provvedimenti che possano influire sul loro ambito di attività». Giorgio Beretta, analista di Opal, l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa di Brescia, spiega che «questo comitato nasce dall’unione inizialmente di alcuni gruppi non legalmente riconosciuti, di associazioni non riconosciute di appassionati di armi, con associazioni del mondo venatorio e anche associazioni di sportivi o che rappresentano gli sportivi. A questi si sono uniti poi i produttori di armi e le loro associazioni di categoria, in particolare Anpam, l’associazione nazionale produttori di armi e munizioni, di cui fanno parte i maggiori produttori di armi in Italia, come la Beretta, la Tanfoglio, la Piotti. Di fatto, questo comitato rappresenta in Italia quello che sarebbe la Nra americana, la National Rifle Association, perché mette insieme questi mondi che finora erano stati separati: ognuno aveva dei propri interessi, legittimi ma quanto mai diversi, per sostenere tutta quella serie di cose che Salvini ha firmato, tra cui difendere l’onorabilità e l’immagine dei detentori di armi, dei tiratori sportivi e dei cacciatori».

Che cosa prevede oggi la legge sul porto d’armi?

«C’è il porto d’armi effettivo, rilasciato solo ad alcune persone a fronte di una motivata ragione per la difesa e l’incolumità personale, al massimo in Italia hanno questo porto d’armi 20.000 persone; ci sono poi invece altri porti d’armi che sono molto facili da ottenere: sto parlando del porto d’armi per tiro sportivo o tiro al volo, del porto d’armi per uso caccia e il cosiddetto “nulla osta” che permette di detenere armi».

Come si fa a ottenerli?

«Basta essere incensurati, non essere tossicodipendenti o alcolisti cronici, non avere turbe mentali o psichiche che possano minare la stabilità psicologica della persona e fare un piccolo corso di maneggio delle armi che dura una mezza giornata. A fronte di questo, facendone richiesta alle questure, si può ottenere una licenza che dura 6 anni e permette di detenere 3 armi comuni, 6 armi sportive, un numero illimitato di fucili da caccia, 200 munizioni per armi comuni e sportive, 1.500 cartucce per fucili da caccia e 5 kg di polveri di caricamento, sempre per munizioni da caccia. È di fatto un piccolo arsenale, nel quale rientrano anche i cosiddetti R15 Black Rifle, quei fucili che vengono utilizzati in America per compiere le stragi».

Come si collega questo discorso alla legittima difesa?

«Se oggi una persona in Italia, utilizzando una di queste armi legalmente detenute, compie un omicidio anche per legittima difesa, viene valutata in base al fatto appunto se c’è stata un’aggressione in atto, se c’è stata soprattutto una minaccia nei confronti della persona e se c’è un criterio di proporzionalità».

Ecco, quindi che cosa cambierebbe eliminando il principio della proporzionalità nel campo della legittima difesa?

«Togliendo questo criterio e introducendo la presunzione di innocenza e mantenendo questa legge sul porto d’armi, di fatto si spalanca la strada affinché qualsiasi persona prenda il porto d’armi e prenda in casa delle armi. Ecco perché diciamo che se si vuole modificare la legge sulla legittima difesa va contestualmente modificata la legge sul porto d’armi».

In che modo?

«Innanzitutto va introdotta una specifica licenza per la difesa abitativa o dell’esercizio commerciale, utilizzando armi che sono a scopo difensivo, come munizionamento o come tipo di arma, pensiamo per esempio al taser, e quindi non letali. Allo stesso tempo va introdotta una serie di controlli maggiori sulle persone a cui vengono date queste armi, bisogna richiedere che ci sia un esercizio nell’utilizzo di quest’arma, che attualmente non viene contemplato dalle leggi vigenti, e allo stesso tempo vanno riportate le altre licenze, quelle per tiro sportivo, per la caccia e il nulla osta per detenzione di armi, alla loro ragion d’essere.

Che cosa significa?

«Significa che se si vogliono armi per il tiro sportivo si possono avere, ma in casa non si devono poter tenere munizioni, perché non si deve poter sparare in casa, quindi si compreranno al poligono. Si vogliono armi da caccia? Benissimo, si avranno armi da caccia, si potranno detenere munizioni, ma non si potranno utilizzare quelle armi a scopo difensivo, pena il commettere un reato. Si desiderano armi per la mera detenzione, magari perché si vuole tenere la pistola del nonno? Nessun problema, ma senza munizioni. Se invece si vuole un’arma per scopo di difesa abitativa o commerciale andrà richiesta questa particolare licenza. Questa è un punto dirimente».

I sostenitori di normative più morbide sul controllo del possesso delle armi sostengono che più armi significhino più sicurezza. Eppure il nostro non è sicuramente un Paese in emergenza sicurezza dal punto di vista della criminalità comune. Inoltre il rapporto Censis sulla situazione sociale italiana dice che spesso le armi legalmente possedute vengono usate per gli omicidi. È così anche per il vostro osservatorio?

«Un dato su tutti: stando ai dati Istat, nel 2016 ci sono stati 19 omicidi per furto o rapina, in cui può essere stato ucciso il rapinatore o il rapinato. Bene, noi abbiamo calcolato che nel 2017, dalle fonti delle notizie di giornali locali e nazionali, più di 40 omicidi sono stati compiuti con armi legalmente detenute. Quindi se c’è un’emergenza, se c’è un pericolo, oggi non è quello degli omicidi per rapine o furti, ma è l’utilizzo delle armi legalmente detenute, utilizzate magari dal marito per sparare alla moglie o viceversa, dal padre per sparare alla moglie e i figli, al vicino di casa, alla persona che magari dà fastidio perché ha bruciato le sterpaglie durante l’estate. Si tratta di una serie di casi che non passano nelle notizie nazionali perché si fermano al livello locale, ma se si mettono insieme ci portano a più di 40 omicidi di questo tipo, un dato che è più che doppio rispetto a quelli per furti o rapine e che si avvicina in maniera preoccupante al numero di omicidi di tipo mafioso, che sono circa una cinquantina».

Marco Magnano

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