I diamanti della Torah II: Netilàt Yadàim. Pulizia delle mani e pulizia dell’anima

Dopo il successo della prima edizione, torna on line la web series I Diamanti della Torah. Nella seconda stagione il Rabbino Shalom Hazan con Fabio Perugia scaverà nell’anima dei precetti ebraici. Come si lavano le mani? Istruzioni per l’uso nella netilàt yadàim. Puntata dedicata al lavaggio rituale delle mani. Clicca http://it.chabad.org/3381378 per ulteriori informazioni sulla Netilàt Yadàim.

da Chabadroma.org, il sito dei centri romani del movimento ebraico Chabad-Lubavitch.

Il significato del lavaggio rituale delle mani. Un approfondimento

Certamente non è esagerato dire che due dei concetti meno compresi della Torà sono quelli della tumà e taharà. Comunemente tradotti come impuro e puro, tumà e taharà provocano di solito reazioni negative. Si può dire che in fondo queste obiezioni sorgono da un’incomprensione fondamentale. Tumà e taharà sono, prima di tutto, concetti spirituali e non fisici; non devono essere assolutamente confusi con i tipi di purezza ed impurezza recepiti dalla mente umana, ad esempio disagio fisico, sporcizia ecc.

Tali leggi appartengono alla categoria dei comandamenti per i quali non si forniscono motivi, poiché questi sono sovra razionali, al di sopra della ragione. Ed è proprio perché sono di un così alto livello spirituale, al di là della comprensione dell’intelletto, coinvolgono una parte molto elevata dell’anima che trascende completamente la ragione.

Sebbene la mente umana non possa comprendere questi decreti Divini con la logica (come risulta evidente dalla grossolana incomprensione degli stessi, così prevalente al giorno d’oggi), possiamo, almeno, tentare di comprenderli spiritualmente e cercarne il significato e le motivazioni interiori.

La chassidut spiega che, nella sua essenza, Tumà (impurezza spirituale), può essere definita come l’assenza di kedushà (santità). Kedushà è chiamata “vita”, “vitalità”: essa è unita ed emana dalla Fonte di tutta la vita, il Creatore. Israel, per esempio, è chiamato “chai” “vivente”; come è scritto nel versetto: “Mentre voi, che rimaneste attaccati al Signore vostro D-o, siete ancora oggi tutti vivi” (Deut. 4:4). La chassidut spiega ancora che la reale adesione, la reale santità, significa avere bitùl; ovvero l’esistenza indipendente di ciascuno è annullata da D-o. Al contrario, ciò che è distante o separato dalla Sua Fonte è chiamato “morte”, “impurezza”. In accordo con la legge ebraica, la morte è la causa principale di tumà; la tumà più grave proviene dal contatto con un cadavere.

Di conseguenza, le forze del male vengono chiamate, nella terminologia chassidica, sitrà acharà, ovvero “l’altro lato”. Sono al di fuori, distante dalla presenza di D-o e dalla santità. Fioriscono nella regione dove Egli è più occulto e meno sentito, dove c’è meno kedushà. In un luogo dove D-o è meno sentito, naturalmente esiste più spazio per l’opposizione a Lui. Santità è sinonimo di bitùl: non esiste vera esistenza indipendente da D-o.

Quindi, se separiamo il termine impuro dalla sua connotazione fisica e percepiamo il suo vero significato spirituale, vediamo che vuol dire un’assenza di santità. Perché, di fatto, esiste la tumà? Che proposito può avere nella creazione di D-o? “L’Onnipotente creò una cosa in opposizione ad un’altra”, racconta il libro degli Ecclesiasti (7:14) e secondo la interpretazione della chassidut, tutto ciò che è nel campo della kedushà ha una sua controparte nel profano. Da un lato, queste regioni opposte sono create perché ci sia concesso il libero arbitrio nel nostro comportamento.

Ad un livello più profondo, conforme la spiegazione della chassidut, quando rigettiamo il male e sciegliamo il bene e, ancora di più, quando trasformiamo lo stesso male in bene, effettuiamo un’elevazione non solo in noi stessi, ma nel mondo intero, avvicinandolo alla perfezione ultima. Da qui, in un riscontro più profondo, il proposito finale della tumà, dall’altro lato, è che si attingano i livelli più elevati. L’occultamento è solo esterno; come dice il noto detto chassidico: “tutte le cadute hanno come fine una maggiore ascesa”. E tutti gli occultamenti di D-o, tutti gli apparenti ostacoli, hanno come finalità una maggiore rivelazione. Quando l’anima discende in questo mondo, per esempio, per entrare in un corpo materiale, essa soffre per questa caduta incomparabile alla sua esistenza anteriore puramente spirituale. Il fine di questa sua discesa, d’altra parte, è che l’anima stessa possa ascendere ancora più in alto nella sua comprensione di D-o e attingere una gerarchia ancora più alta di quella avuta prima di scendere in questo mondo. Essa può raggiungere quest’elevazione solamente attraverso il veicolo del corpo e il servizio di D-o in questo mondo fisico ed inferiore. Così, da un lato esiste più occultamento ed impurità in questo basso mondo materiale; da un altro solamente qui attraverso le lotte l’anima può salire più in alto.

A partire da questa spiegazione potremo capire meglio alcuni dei diversi aspetti compresi nel concetto d’impurità nell’ebraismo.

Prendiamo come esempio il ciclo mensile della donna. Tutti i mesi, c’è in lei un potenziale di santità capace di attivare il sublime potere spirituale della creazione, che attinge un apice nel suo corpo, un’ascensione. Quando questo potenziale non è realizzato e la kedushà si allontana, i residui, ora senza alcuna vita, sono rimossi dal corpo e per questo, questa discesa è suscettibile di tumà, culminando in uno stato temporaneo d’impurità niddà. Non si deve scordare, d’altra parte, che è proprio a causa dello alto livello di Divinità coinvolto nel processo creativo, che questa tumà può accadere del tutto.

Ma di qui, nuovamente questa discesa verso niddà è con il proposito di una ascesa maggiore, tramite la purificazione nel mikvé ed un nuovo ciclo di ascensione ad un livello più alto di kedushà nel mese seguente. Il mikvé rende la persona capace di raggiungere un livello più alto, di ascendere ancor più del mese precedente.

Con questo significato, il mikvé ed il ciclo mensile della donna possono essere paragonati allo Shabbat ed al ciclo settimanale di ciascun ebreo. L’alternanza del giorno santo del Shabbat con i giorni mondani (feriali) della settimana è lo stesso ciclo di ascesa e discesa – ricominciando ogni sette giorni. I sei giorni mondani portano allo Shabbat, durante il quale il mondo si eleva, si purifica e ascende alla sua Fonte. E ciascun ebreo riceve allora una anima addizionale che torna a perdere quando lo Shabbat finisce ed egli deve nuovamente discendere alle lotte della settimana entrante. Ciò nonostante, queste stesse lotte, che noi ingaggiamo durante i sei giorni, purificano noi ed il mondo, si elevano durante lo Shabbat e ci rendono capaci di salire ogni volta più in alto, per tutta la settimana, in costante progressione.

Prendiamo un altro ciclo. L’alternanza quotidiana di sonno e veglia. In accordo con la legge ebraica, ogni persona al risveglio, deve lavarsi le mani per rimuovere lo spirito d’impurezza che aderisce ad esse durante il sonno. Quando dormiamo, c’è un allontanamento della kedushà dal corpo – in quanto l’anima, ascende alla sua Fonte, sopra. Nuovamente, questo riabbassamento e ricaduta naturale permette che l’impurezza s’installi. Al risveglio, le nostre mani sono in stato di tumà, questo è certo – ma esse non lo sono di più. Lo stesso vale per la tumà durante l’abbassamento naturale del ciclo mensile della donna. È il risultato di un certo allontanamento dalla kedushà, ma non è uno stato di degradazione o d’inferiorità.

Il Rebbe di Lubavitch offre una spiegazione ancor più profonda della natura interiore di questi abbassamenti e discese. Dal momento che, egli dice, la discesa è di fatto una preparazione necessaria all’ascensione ed il suo proposito finale è l’elevazione – la discesa non è nient’altro che una parte della stessa ascesa.

Esteriormente, ha l’apparenza di una discesa, ma, dal di dentro, è realmente un’aspetto dell’ascesa come nell’esempio anteriore: il sonno ci dà forza al fine di elevarci ancora di più il giorno seguente facendo parte di questa stessa elevazione, anche se esteriormente può sembrare uno stato d’inferiorità del corpo.

Basandoci sul concetto spiegato sopra possiamo ora capire meglio il significato di Netilat Yadayim.

Netilat Yadayim

È il nome posto a tutti i lavaggi rituali che mirano esclusivamente alla purificazione delle mani.

Si chiama Netilàt Yadayim perché il nome dell’utensile usato a questo fine si chiama natlà, dall’aramaico. Un’altro motivo (di questo nome) è basato sul significato della parola netilà che indica elevazione, una volta lavate le mani, queste devono essere sollevate perché l’acqua attinga in tutta la loro estensione. Lo stesso si deve fare nel dire la berachà.

Osserva la maniera corretta di procedere alla netilà: la mano semiaperta e l’acqua che tocca anche la punta delle dita.

Netilàt Yadayim al risveglio

Esistono alcuni motivi, per i quali i nostri savi istituirono Netilàt Yadayim al risveglio:

  • la ragione più semplice è che le mani sono in costante movimento (anche durante il sonno) e probabilmente in quanto la persona dorme, esse sono in contatto anche con le parti coperte del corpo. Essendo così, di mattina, prima delle preghiere, si rende necessaria la netilà – il lavaggio rituale – delle mani, per purificarle, prima del servizio al Creatore.

  • Un’altro motivo, citato dallo Zohar ed anche menzionato nel Talmud, spiega che lo scopo della Netilà consiste nel rimuovere la ruach ràa lo spirito maligno dell’impurità che si posa sulle mani . I libri cabalistici spiegano che durante il sonno l’anima della persona si svincola dal corpo quasi totalmente – al punto che i nostri Savi dicono che il sonno rappresenta 1/60 della morte – e si eleva alla sua fonte – matrice, allorché fa un resoconto dei suoi atti in quel giorno. Oltretutto in questo lasso di tempo, l’anima si ricarica di energia, la cui cosa rende possibile alla persona di risvegliarsi rinvigorita e ben disposta. Durante questa fase dell’elevazione dello spirito, il corpo rimane semi-vuoto e questo vuoto causato dall’assenza della anima divina, attrae elementi impuri che s’impossessano del corpo. Al risveglio, quando l’anima torna ad avvolgersi nel corpo e pervaderlo, questi elementi impuri cedono il posto e spariscono, rimanendo solo sulle dita delle mani. Perché gli effetti negativi siano neutralizzati, è necessaria la netilà, l’unica maniera di rimuoverli. Per questa ragione, la persona si deve anche astenere da alcune cose al risveglio, prima della netilà. Vi sono alcune opinioni che attribuiscono al sonno la causa di questo processo, mentre altre ritengono che a determinarlo sìa la stessa notte. Un terzo motivo è che la netilà fa parte dei preparativi per la preghiera e così come i Cohanim si santificavano nel Tempio Sacro, lavandosi le mani prima di offerte e sacrifici, allo stesso modo tutti noi dobbiamo realizzare la netilà prima delle orazioni, perché quest’ultime sostituiscono i sacrifici nella nostra epoca. In accordo, la netilà deve anche essere fatta prima dell’orazione vespertina (Minchà) e notturna (Maariv), anche senza la berachà di al netilat yadayìm.

Netilàt Yadayim prima dei pasti

Fu istituita la Netilàt Yadayim prima dei pasti quando si mangia il pane, con il fine di purificare le mani prima del contatto manuale con gli alimenti, un’idea che rinforza l’importanza della santificazione di tutti gli aspetti della nostra vita. E in realtà i nostri Savi interpretano il versetto “e vi santificherò” spiegando (come allusione) che si riferisce e allude alla netilà prima di mangiare.

 

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