Le cose fanno dispetti? Quando le cose non vanno come tu vuoi

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Otto indizi: 1) Quel semaforo dà il verde agli altri appena ti vede arrivare, da anni. 2) Il treno è puntuale quando sei in ritardo, in ritardo se sei puntuale. 3) La chiave che apre una porta al buio si nasconde sempre in fondo al mazzo. 4) Nelle faccende di casa l’attrezzo indispensabile è introvabile, onnipresente appena non ti serve più. 5) La fotocellula del gabinetto pubblico ti spegne la luce nel momento più drammatico, per vederti sbracciare e agitarti nel modo più ridicolo. 6) Il telefono strilla sin tanto che lo scovi, buttando tutto all’aria. A quel punto tace, soddisfatto. 7) La tua stringa destra reggerebbe un pianoforte a coda, ma si sbriciola come un grissino appena vede che ti vesti in fretta e furia. 8) L’ultima indispensabile pillola salta come un grillo dal blister, rimbalza sul piano del tavolo, sul bracciolo della sedia, sul bordo del cestino, rotola sotto il letto e dal più torvo groviglio di polvere ti sfida beffarda: “Mi mangi?”.

“La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro su un tappeto nuovo è direttamente proporzionale al valore del tappeto stesso”. Una delle più famose declinazioni della cosiddetta “Legge di Murphy” inquadra bene la mia precedente elencazione di casi in cui sembra che le cose facciano dispetti: treni, chiavi, semafori, pillole, cellule fotoelettriche dei gabinetti pubblici ecc. Perché ciò avviene?

Risposta razionale: mancanza di informazioni o perizia tecnica. Vale a dire: la causa dei dispetti delle cose sei tu!

Risposta arazionale: il caso, vale a dire Gratta e Perdi.

Risposta sovrarazionale: nei dispetti delle cose sono all’opera forze intelligenti sovrumane. L’islam, per esempio, vi ha dato nome di Jinn, creature invisibili che s’infilano dappertutto e possono combinarne di ogni colore.

Quale che sia la risposta (una non esclude le altre) rimane la forza dell’evidenza: i “dispetti delle cose” segnalano i limiti della nostra capacità di controllo della realtà che ci circonda. Apparteniamo a una razza che, sin dalle sue remote origini, ha fatto del dominio della realtà circostante uno dei suoi più caratteristici elementi identitari, e purtroppo. I “dispetti delle cose” sono un segnale eloquente, nella minuscola vita quotidiana, del fatto che la realtà continui a essere eccedente, ribelle, disobbediente, e meno male.

Cosa fare dunque? Dalle tradizioni cinesi una proposta: in reazione al volontarismo confuciano (e poi legista, cioè della corrente filosofica cinese della “scuola della legge”), che è una delle forme estreme di controllo della realtà, il taoismo ha proposto di abbandonarsi al flusso della vita. È celebre il racconto dell’uomo avvistato tra i flutti di una paurosa cascata. Confucio invia i suoi discepoli a trarre in salvo il poveretto, almeno il suo cadavere, ma quale stupore nel vederlo uscire dai gorghi cantando. Spiega candidamente il suo metodo: invece di dibattersi, gridare, affannarsi, imprecare, si è abbandonato ai dispetti delle acque oscure e da queste ne è uscito infine sorridente. Simile a un nostro motto di sapienza spirituale: Quando le cose non vanno come tu vuoi, allora mettiti a volere come vanno le cose.

Ignazio de Francesco

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