J. B. Metz e la teologia del Novecento

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Si è spento il 2 dicembre, a 91 anni, Johann Baptist Metz, pensatore cattolico-romano, noto nel postconcilio come araldo della «nuova teologia politica», che ha il proprio manifesto nel volume Sulla teologia del mondo, uscito in tedesco nel 1968 e tradotto alcuni anni dopo. La branca della disciplina che Metz coltiva, la “teologia fondamentale”, consiste nell’esposizione delle ragioni di plausibilità della fede cristiana, in serrato dialogo con la filosofia. Il maestro di Metz, Karl Rahner, svolge questo compito mediante concetti derivati dall’esistenzialismo: l’essere umano è per sua natura aperto all’infinito, che costituisce la sua aspirazione profonda, anche quando non è consapevole: il messaggio cristiano si inserisce, per così dire, in tale dinamica, incontrando ed esaudendo tale desiderio.

Metz prende le distanze da questa proposta, ritenendo che il messaggio cristiano debba essere presentato in una prospettiva “politica”, cioè come risposta all’ansia di trasformazione del mondo e della storia. Sono gli anni dei grandi movimenti rivoluzionari, che trovano eco, in forme diverse, nelle teologie della liberazione anzitutto latinoamericane. Metz, in dialogo con gli autori della “Scuola di Francoforte”, a partire da Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, sviluppa una variante europea di teologia della trasformazione politica: per molti aspetti, essa costituisce una specie di parallelo cattolico alla teologia della speranza di Jürgen Moltmann. Metz propone «una teologia fondamentale pratica», nella quale, cioè, il banco di prova della fede è costituito dall’impegno di emancipazione umana, che trova la propria scaturigine nel messaggio evangelico. Metz e Moltmann sono spesso criticati dai teologi sudamericani come esponenti di un pensiero comunque europeo e accademico (peraltro, i critici sono spessissimo professori a loro volta, educati in Europa), mentre i conservatori, e per quanto riguarda Metz il magistero cattolico, li guardano con sospetto in quanto ritenuti di sinistra e vicini a quelli che allora si definivano “cristiani per il socialismo”.

Qualche anno dopo, il pensiero di Metz pone al centro il discorso su Dio “dopo Auschwitz”: come è possibile credere in Dio di fronte alla Shoah? L’impronta di Rahner si coglie bene nello stile argomentativo rigoroso e filosoficamente robusto: Metz, tuttavia, traccia il programma di una “teologia narrativa”, che faccia memoria della passione di Cristo nel contesto della sofferenza degli oppressi. Negli anni di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il pensiero di Metz è piuttosto emarginato in ambito cattolico e, in generale, la tematica politica sembra meno centrale. Il professore di Münster, tuttavia, nel frattempo in pensione, resta un punto di riferimento per quanti sognano una chiesa criticamente vigile e schierata dalla parte di coloro che sono svantaggiati. La sua morte è un ulteriore titolo di coda sul Novecento teologico: non pare, a dire il vero, che il secolo successivo manifesti un’analoga creatività.

Fulvio Ferrario

 

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