La pandemia divide i protestanti brasiliani

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Sebbene il numero di casi Covid-19 stia aumentando pericolosamente in Brasile, gran parte dei cristiani del paese difendono la posizione di diniego del presidente Jair Bolsonaro e spingono i governatori statali a riaprire le imprese e i servizi pubblici.

Questo allineamento ideologico, in contrasto con le raccomandazioni delle agenzie sanitarie e di tutte le prove scientifiche, è il prodotto di una confluenza di interessi. Anche prima delle elezioni presidenziali del 2018, tre grandi gruppi si sono riuniti: pentecostali e neo-pentecostali che seguono la teologia della prosperità, i movimenti ultraliberali recentemente consolidati e le forze armate. «Queste tre grandi forze fanno ovviamente parte del governo di Bolsonaro oggi e hanno i loro rappresentanti a capo dei vari ministeri», spiega il teologo e attivista politico domenicano Frei Betto, che ha appena pubblicato un libro sull’ascesa del bolsonarismo in Brasile.

«I seguaci evangelici della teologia della prosperità beneficiano di una certa centralità socio-politica, poiché costituiscono oggi la base principale del sostegno popolare di Bolsonaro», continua il domenicano, una delle figure di spicco del movimento della Teologia della liberazione latino-americana. «Questa base è permanentemente mobilitata al fianco di Bolsonaro contro il distanziamento sociale. Il governo sa che più lungo è il confinamento, più l’economia si restringe – e con ciò il prestigio di Bolsonaro», denuncia.

Gli evangelici sono una frazione significativa in Brasile. Secondo un sondaggio di gennaio dell’Istituto Datafolha, rappresentano il 31% della popolazione. Questo numero comprende anche i seguaci delle chiese protestanti, che sono però una minoranza rispetto alle chiese pentecostali e neo-pentecostali nel paese.

Il censimento del 2010 – il più recente – ha mostrato che gli evangelici corrispondevano al 13,4% della popolazione brasiliana. A quel tempo, i protestanti storici rappresentavano il 4,9%. La sola Assemblea di Dio (movimento pentecostale, ndr) ha attualmente più di 12 milioni di credenti.

Di fronte alla pandemia di Covid-19, che al momento ha portato a quasi diecimila morti, il presidente Bolsonaro ha ripetutamente minimizzato il rischio di contagio e ha sostenuto che «l’economia non può fermarsi». Le misure di allontanamento sociale sono dunque state messe in atto da governatori e sindaci in diverse parti del paese, non senza subire gravi critiche da parte del capo dello Stato.

Allo stesso tempo, Jair Bolsonaro dimostra di essere più interessato alla dinamica del potere che alla malattia. Nelle ultime settimane ha partecipato a diverse manifestazioni organizzate dai suoi sostenitori contro una presunta ingerenza del Congresso e della magistratura nel suo governo – sempre senza maschera e sempre toccando le persone. «Convocare manifestazioni, scoraggiare l’allontanamento sociale e, soprattutto, invitare le persone a tornare al lavoro è peggio dell’irresponsabilità. Sappiamo che il distanziamento sociale è efficace nel prevenire il collasso del sistema sanitario. La sua posizione è genocida», ha affermato Nivia Souza Dias, vicepresidente dell’Alleanza dei Battisti in Brasile, un’organizzazione creata nel 2005 che ha un’identità battista e un carattere ecumenico.

I leader delle chiese protestanti e di quelle evangeliche hanno avuto reazioni opposte, in generale, dall’inizio della pandemia. In linea con Bolsonaro, potenti leader evangelici hanno difeso la continuità delle attività economiche e delle celebrazioni religiose. Silas Malafaia, creatrice di un ramo dell’Assemblea di Dio, ha promosso i culti fino a quando la giustizia non lo ha ufficilamente proibito il 9 aprile.

Da parte loro, la Chiesa cattolica e i protestanti riformati hanno adottato misure preventive con largo anticipo. «Abbiamo sospeso tutte le celebrazioni prima ancora che le autorità sanitarie si facessero avanti. Siamo preoccupati per la tutela della vita – e il distanziamento sociale è essenziale», ha affermato il pastore Odair Braun, vice presidente della Chiesa evangelica luterana in Brasile.

Secondo Odair Braun, i leader luterani si riunivano praticamente ogni settimana per valutare lo stato della malattia e decidere per quanto tempo sarebbero rimaste chiuse. «La nostra decisione più recente è stata quella di mantenere la chiusura fino all’18 maggio. Ma non esiteremo a prolungarlo di 14 o 21 giorni», afferma.

Tutte le attività della Chiesa luterana, come le celebrazioni, gli studi biblici e l’accompagnamento pastorale si svolgono ora online. Tuttavia, esistono divisioni interne. «Ci sono sempre quelli che hanno idee divergenti», spiega Braun, che rivela anche come i leader siano già stati tacciati di comunismo a causa delle loro decisioni. E’ questo diventato in Brasile il principale “insulto” pronunciato dai bolsonaristi verso qualsiasi avversario del presidente. «Accettiamo che le persone siano libere di esprimere le proprie idee. Ma la Chiesa non può essere un vettore del virus», ha aggiunto.

Secondo il leader di un’alleanza presbiteriana brasiliana, la pastora Anita Wright, non c’è stata una chiesa che non sia stata divisa dalla campagna elettorale del 2018 quando fu eletto Jair Bolsonaro. «Come possiamo predicare un Gesù che è stato torturato, per coloro che hanno come “mito” un difensore della tortura?», si chiede, citando il soprannome di Bolsonaro usato tra i suoi seguaci, “Mytho” per l’appunto. Jair Bolsonaro ha in effetti sempre elogiato i veterani della dittatura militare brasiliana (1964-1985) che furono coinvolti in casi di tortura.

Le masse evangeliche non sembrano preoccuparsi di questo tipo di contraddizione. Un sondaggio di Datafolha al momento delle elezioni ha mostrato che il 69% degli evangelici ha dato la propria voce a Bolsonaro. Supporto che non mostra segni di debolezza.

Ora, nel mezzo della pandemia, la loro situazione volge verso la tragedia. «La maggior parte di queste chiese si trova in periferia, dove c’è già meno rispetto per il distanziamento sociale, l’uso di maschere, ecc. La gente pensa che nulla di tutto ciò sia necessario, perché la fede li salverà», ha aggiunto la pastora.

Questa congiuntura pone sfide quasi insormontabili per le chiese tradizionali. Sono preoccupate per le sempre più strette relazioni tra religione e stato, il crescente sfruttamento economico della fede e i pericoli per la democrazia che derivano da questa situazione.

Nonostante le difficoltà del momento, la maggior parte delle Chiese riformate e importanti settori del cattolicesimo continuano a denunciare le distorsioni politiche e religiose del bolsonarismo e a promuovere l’ecumenismo come mezzo per raggiungere segmenti sociali più ampi. «Gesù ci insegna a concentrare i nostri sforzi sulla difesa della vita in abbondanza e con dignità per tutti. È nostro dovere parlare contro le pratiche potenzialmente letali», afferma Nivia Dias. «L’ecumenismo ha molto da offrire, per unificare e amplificare le voci per questa difesa».

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