Nichilismo e postmodernismo. Un articolo di Tudor Petcu

È spesso abbastanza difficile caratterizzare concretamente termini sia astratti che radicali, come il nichilismo e il postmodernismo. Pertanto, lo scopo di questo articolo non sarà una critica delle due realtà concettuali ed epoche culturali, ma evidenziare il dramma psico-sociale e spirituale che possono generare.

Ovviamente la libertà degli approcci metafisici, immaginari e logici non deve essere messa in pericolo in alcun modo, ma è esagerato affermare che alcuni di essi si sono riflessi in un fallimento dell’io, con la conseguenza dell’uscita stessa dell’uomo dalla sua sacralità? Si potrebbe pensare, ad esempio, alle ambizioni redentive del nazismo, del fascismo e del comunismo, poiché la premessa di tutti era quella di distruggere qualcosa, cioè di annientare un’esistenza naturale per sostituirla con una artificiale e riduzionista. In effetti, questo è anche lo scopo del nichilismo, il che non significa che dobbiamo confondere il laboratorio ideativo e culturale in cui è stato concepito con il modo in cui è stato accolto e messo in pratica da certe forme di totalitarismo che hanno sedotto un’europeità. stanco e confuso. Eppure, a prescindere dalla situazione, è forse opportuno sottolineare che il ruolo morale del creatore di qualsiasi tipo è valido quanto la sua libertà di espressione alla quale egli afferma di avere naturalmente diritto.

Il nichilismo, come possiamo intendere da una ricerca approfondita della storia della cultura universale, significa la condanna dell’uomo a una libertà assoluta al di fuori della quale nessuno e niente esiste per determinarne in alcun modo l’esistenza. In altre parole, l’uomo diventa prigioniero in una prigione di solitudine in cui il suo libero arbitrio viene annullato, costretto così a sviluppare quella forte volontà attraverso la quale assicurare la necessaria felicità. Il nichilista pretenderà sempre di essere libero come questione di coraggio e dignità di fronte al nulla, che Mister Nobody ha eretto come giudice perfetto nel cosiddetto tribunale del vuoto.

Cosa si deve fare a questo riguardo? Se l’esistenza umana presuppone logicamente la libertà assoluta, indipendente da una Causa o Sostanza esterna, fino a che punto possiamo intuire un valore morale della libertà? Per essere liberi, non è necessario che ci integriamo in un campo organizzativo stabilito e predeterminato? In altre parole, fuori dalle regole, non in senso giuridico o istituzionale, l’uomo come entità razionale non ha modo di sviluppare quel necessario discernimento alla luce del quale comprendere perché la libertà è la più grande corona metafisica di cui è stato dotato, cioè il valore supremo della vita.

Secondo Confucio, “l’uomo non sarebbe mai libero se una causa esterna non lo obbligasse ad agire sempre correttamente a favore della sua libertà”. D’altra parte, come possiamo essere liberi in una realtà di assoluta permissività, in un’orchestra sinistra coordinata dalla Verità relativa come direttore assoluto? In questa situazione, alla fine potremmo essere trattenuti nella nostra libertà, il che significa che la libertà stessa diventa il nostro principale tiranno. Si tratta quindi di un processo di barbarie della libertà all’orizzonte del nichilismo, anche se il gioco di seduzione che esso lancia è talvolta tenero e provocatorio.

Ovviamente, lo stesso nichilismo è un principio coordinato del postmodernismo, soprattutto se si considerano le iniziative decostruttiviste il cui scopo principale era sostituire la ragione con l’irrazionalità come arte e vocazione della nuova società. Una società che condanna lo spirito dogmatico, per sostituirlo con il dogma apparentemente irresistibile dell’ironia e della banalizzazione dell’esistenza. Una società in cui la letteratura e l’arte hanno perso il diritto di sensibilizzarsi, essendo in un modo o nell’altro costrette a trasmettere alla coscienza la lezione dell’agonia e del nonsenso. Non ultima, una società in cui la distanza maggiore è quella tra l’uomo e se stesso.

Non sappiamo da dove veniamo, dove stiamo andando, chi siamo, come se il destino ci trasudasse nella nostra stessa disperazione. Ma non il destino come determinismo naturale, ma quel destino immaginato e costruito dalla nostra stessa mente che esultiamo, trasformandolo nella divinità guida della nostra vita.

Solitudine e destino: queste sembrano essere le coordinate ontologiche tra le quali si snoda la nostra vita dedicata al postmodernismo animato dal nichilismo, che nella sua nebbia esistenziale, mira a contribuire alla nascita del nuovo mondo. Ma il cosiddetto nuovo mondo del postmodernismo è in realtà un mondo estremamente antico, radicato in quello che il cardinale Henri de Lubac ha definito il “dramma dell’umanesimo ateo”.

Per un mondo nuovo abbiamo bisogno di aspirazioni molto più alte, l’assunzione di quella saggezza positiva, basata sulla conoscenza dello Spirito e sulla vocazione spirituale dell’uomo. Quella vocazione che aiuta ciascuno di noi a superare la nostra condizione materiale e limitata ea prendere confidenza con quelle capacità di cui non siamo consapevoli, con quelle Verità che non sappiamo esistere in noi stessi. Al contrario, il postmodernismo, paradossalmente o no, ricorderà sempre un mondo vecchio e cupo.

Tudor Petcu

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