«24 dicembre 1971». Una poesia di Iosif Aleksandrovič Brodskij, noto anche come Joseph Brodsky

Siamo tutti a Natale un po’ Re Magi.
Negli empori, fanghiglia e affollamento.
La gente, carica di pacchetti,
mette un bancone sotto accerchiamento
per un po’ di croccante al gusto di caffè,
così ciascuno è cammello e insieme Re.

Reticelle, sacchetti, borse della spesa,
colbacchi e cravatte che vanno di traverso.
Effluvi di vodka, odori di pino e baccalà
e di cannella, mandarini e mele.
Marea di volti, e per via del vento misto a neve,
il sentiero verso Betlemme non si vede.

Quelli che portano i modesti doni
saltano sui mezzi, sfondano i portoni,
spariscono negli abissi dei cortili,
eppure sanno che la grotta è vuota:
niente greppia, né un bue con l’asinello,
o Colei che circonfusa è da un aureo anello.
Il vuoto. Ma basta immaginarlo con la mente,
e dal nulla, di colpo, un guizzo luminoso.

Deve saperlo Erode che quanto più è potente,
tanto più certo, ineludibile è il prodigioso evento.
La costanza di tale affinità è il meccanismo fondante della Natività.
E adesso ovunque festeggiano
il Suo avvento, mettendo tutti i tavoli vicino.
Ancora non serve la stella nel turchino,
ma già si può vedere da lontano
la buona volontà di ogni figlio d’Adamo,
mentre i pastori attizzano i falò.

Fiocca la neve: non fumano i comignoli
sui tetti, squillano invece. I volti come macchie.
Erode beve. Le donne nascondono i piccini.
Chi sta giungendo – non si sa mai:
ignoriamo i presagi, e il cuore sull’istante
potrebbe non ravvisar un forestiero nel viandante.

Ma quando, nel gelo della porta spalancata,
una figura avvolta nello scialle emerge
dalla foschia fitta della notte,
senti esistere in te senza vergogna
il Bambino e lo Spirito Santo;
poi guardi il cielo ed eccola, la Stella!

Leggere poesia è una forma assai economica di accelerazione mentale. In uno spazio ridottissimo, una buona poesia abbraccia un immenso territorio mentale, e spesso, verso l’epilogo, offre al lettore un’epifania, una rivelazione.

Stralcio di un discorso tenuto nel 1991 dal saggista e drammaturgo russo naturalizzato statunitense Iosif Brodskij (Leningrado, 1940 – New York, 1996) in occasione della sua designazione a ‘Poeta laureato’ da parte della Biblioteca del Congresso di Washington.

Perseguitato in patria come oppositore politico, nel 1987 l’autore sovietico vinse il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: “Per una produzione onnicomprensiva, intrisa di chiarezza di pensiero e intensità poetica”.

Il 13 marzo 1964, all’età di 24 anni, era stato processato con l’accusa di parassitismo sociale e condannato a 5 anni di lavori forzati. Per evitare di subire ulteriori carcerazioni e reclusioni in ospedali psichiatrici, a luglio del 1972 emigrò negli USA.

In un’intervista degli anni ’90 rivelò una quasi ossessiva predilezione per il tema del Natale, festività che per lui simboleggiava in modo compiuto l’incontro tra la condizione umana e la spiritualità metafisica: “Da quando ho iniziato a scrivere versi seriamente -confidava- ho cercato di comporre una poesia per ogni Natale, quasi fosse un augurio di compleanno. Cosa c’è di straordinario nel Natale? Amo quella concentrazione di ogni cosa in un solo luogo, come si verifica nella scena della grotta.”

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