Il monaco non è quello che sta solo, ma è quello che ha solo Dio in testa. Questo è il monaco.
Anzi, monaco nella battaglia e soldato nel monastero. Questo era il motto antico.
Se volete vedere qualcosa di stupendo ancora in Europa dovete domandare dove sono passati i monaci. Hanno trasfigurato la terra in bellezza, hanno bonificato la terra, hanno piantato le vigne, hanno innalzato le cattedrali, hanno trasfigurato la società, hanno restituito la grandezza.
Questo “fortissimo genus” è quasi scomparso dalla faccia della terra.
Siamo cambiati perfino antropologicamente, non abbiamo più le capacità di resistenza, della durata
e dell’impegno.
Non so neanche se insistere a celebrare matrimoni o meno, perché non durano, la parola data ormai non è più il codice vero della vita, non durano neppure i Trattati, e chi crede più alla parola?
Almeno i monaci, le comunità monastiche ritornino ad essere spazi della creatività e della fantasia; fuggano le liturgie brutte, cerchino insieme vie nuove, cantino i Salmi di un popolo in cammino verso il Regno che viene.
Non siano pietre sepolcrali, ma storia di liberazione. Come Dio udiva il gemito di tutti i poveri della terra, si impegnino nella liberazione dai nuovi faraoni. Tutto questo per dire che dobbiamo riprendere ogni cosa da capo e fare un programma e procedere con ordine e fedeltà.
Ritorniamo a essere oasi di creatività e di ricerca del nuovo, in continuità dell’antico, dopo aver invocato lo Spirito.
I monasteri siano come una Pentecoste vivente, dove i figli e le figlie profetizzano.
Occorre allargare gli spazi per la fantasia e coltivare la sensibilità per Dio e per l’uomo.
p. David Maria Turoldo
(Appello ai monaci – Centro di studi ecumenici Giovanni XXIII, Abbazia di S.Egidio Sotto il Monte (BG) AA.VV., pp. 250-252)