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Il Dio che si rivela, si dona e crea comunione
Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 3, 16-18)
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salva per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».
La festa della Santissima Trinità rischia di apparirci come una delle celebrazioni più difficili dell’anno. Eppure non siamo qui per risolvere un problema teologico, ma per contemplare il volto del Dio che incontriamo ogni domenica.
Ci aiuta una riflessione di mons. Felice Rainoldi: «In definitiva la solennità della SS. Trinità, abitualmente giudicata come celebrazione riepilogativa dell’anno liturgico, appare tuttavia come un ridondante riepilogo della realtà costantemente celebrata dalla Chiesa in tutto l’anno liturgico: la rivelazione storica di Dio Padre in Cristo e la comunicazione della Vita nello Spirito. Ogni Eucaristia invero raccoglie la rivelazione storica di Dio che continua nella proclamazione della Parola e nel convito pasquale. Il credente partecipe in ogni Eucaristia al sacramento pasquale di morte e risurrezione fa l’esperienza vitale dell’amore del Padre che invita all’alleanza, del dono del Figlio che si sacrifica, della presenza e dell’azione dello Spirito che crea la comunione».
Queste parole ci ricordano che oggi non celebriamo qualcosa di diverso dal resto dell’anno. Celebriamo ciò che viviamo ogni volta che partecipiamo all’Eucaristia: l’amore del Padre, il dono del Figlio e la comunione dello Spirito.
Il Vangelo ci consegna una delle frasi più belle di tutta la Scrittura: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». Tutto comincia dall’amore. Dio non resta lontano dall’umanità, ma le si avvicina. Non trattiene per sé il Figlio, ma lo dona perché il mondo abbia la vita.
Anche la prima lettura ci mostra questo volto di Dio. Dopo il peccato del vitello d’oro, quando Israele ha tradito l’alleanza, il Signore si presenta a Mosè come «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà». Dio non si stanca dell’uomo. La sua prima parola non è il giudizio, ma la misericordia.
Nel Figlio, questo amore diventa visibile e concreto. Gesù non viene per condannare il mondo, ma per salvarlo. Sulla croce manifesta un amore che arriva fino alla fine, un amore che si dona senza riserve. Guardando Cristo comprendiamo che Dio non vuole dominare la nostra vita, ma condividerla.
E lo Spirito Santo è colui che rende presente oggi questo amore. È lo Spirito che apre il cuore alla fede, che fa della Chiesa una famiglia e che trasforma persone diverse in un solo corpo. Dove nasce la comunione, dove si ricuciono le divisioni, dove cresce la fraternità, lì è all’opera lo Spirito di Dio.
Per questo la Trinità non è soltanto una verità da professare, ma uno stile di vita da imparare. Se Dio è comunione, anche la Chiesa è chiamata a vivere la comunione. Se Dio è dono, anche noi siamo chiamati a uscire dall’egoismo per vivere relazioni più vere. Se Dio è amore che cerca l’uomo, anche noi siamo inviati a cercare e accogliere i fratelli.
E allora torniamo alle parole di don Felice. In ogni Eucaristia facciamo esperienza «dell’amore del Padre che invita all’alleanza, del dono del Figlio che si sacrifica, della presenza e dell’azione dello Spirito che crea la comunione». È proprio questo il mistero che oggi celebriamo. Non una formula astratta, ma una vita che ci viene comunicata. Ogni Messa ci introduce nel movimento dell’amore trinitario: il Padre ci parla nella Parola, il Figlio si dona nel convito pasquale, lo Spirito ci raduna nell’unità.
Chiediamo allora che il segno della croce, che tracciamo tante volte «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo», non sia un gesto abituale e distratto, ma la memoria viva della nostra vocazione: vivere da figli amati dal Padre, da fratelli in Cristo e da comunità animata dallo Spirito che crea comunione.
Dio si è reso riconoscibile non in maniera astratta, astorica, in se stesso, ma solo attraverso e negli eventi storici in cui si è rivelato: la misericordia, la fedeltà, l’amore proteso a liberare, perdonare, salvare. Così la rivelazione diventa una progressiva “presenza” divina nella storia del suo popolo; un Dio che si fa storia, coinvolgendosi nell’esperienza quotidiana, “facendo ascoltare la propria voce”, intervenendo “con mano potente e braccio teso”.
mons. Felice Rainoldi