L’ultima volta che che l’ho visto è stato l’anno scorso. Andai a trovarlo a Padova, in ospedale.
Vibrava sotto le flebo, come un leone incatenato. E anche quella volta mi ruggì versi d’amore per la Chiesa.
Sempre così, padre Turoldo. I suoi ruggiti bisognava decodificarli. Senza la ri-trascrizione in chiave d’amore della colata lavica dei suoi sentimenti, si rischiava di provare sconcerto.
Quando parlava delle nostre lentezze di pastori, o dei ritardi con cui certe denunce stentavano a partire, o dei pavidi silenzi delle comunità cristiane sui temi della pace e della giustizia, sembrava che tirasse fuori le unghie.
Ma bastava guardarlo negli occhi o spiare le inflessioni con cui modulava le caverne della sua voce, per accorgersi che sotto il precipitare dei paradossi non si celava la voglia del graffio, ma la passione della carezza.
Magari una carezza un po’ rude, come quella di un figlio che vuol blandire sua madre, ma nello stesso tempo vuole detergerle il volto macchiato, perché risplenda più bello allo sguardo degli altri.
Padre David l’ho incontrato tante volte.
Nelle assemblee studentesche della mia terra salentina, e nei grandi raduni di pace all’arena di Verona. Nei meeting festosi dei giovani in cerca di motivi per vivere, e nei ritiri di spiritualità per sacerdoti in cerca di motivi per rifondare gli antichi entusiasmi. Nello studio di Sotto il Monte, fucina della sua struggente poesia, e nelle liturgie usuali col calice tra le mani, pronto come il vescovo Romero a mescolare il suo sangue con quello di Cristo.
L’ho sentito tante volte nell’impeto di fuoco con cui si scagliava contro le violazioni dei diritti umani, e negli estuari dolcissimi ma pur sempre inquietanti entro cui si placava il suo genio.
L’ho incrociato tante volte nei momenti più drammatici della nostra storia contemporanea, e nei dibattiti travolgenti in cui, dopo aver messo a nudo le nostre ipocrisie, faceva balenare ansie di cieli nuovi e terre nuove.
Ma ho sempre letto, sotto la scorza delle sue immagini, una grande passione per la Chiesa. La sua madre Chiesa, alle cui labbra, per le lodi del Signore, ha prestato i ritmi della bellezza.
don Tonino Bello (Marzo 1992)