Il lavoro nell’Antico Testamento: il comandamento di Dio e la predicazione profetica

Guai a chi costruisce la sua casa senza giustizia e i suoi piani superiori senza equità, fa lavorare il prossimo per niente,  senza dargli il salario.

Ger 22,13

Il lavoro come comando di Dio (Es 20, 8-11; Dt 5, 12-15)

Sei giorni faticherai e farai ogni lavoro, ma il settimo giorno è il sabato per il Signore tuo Dio1. Il comandamento di Dio riguarda il lavoro e il riposo, concepiti come parte di una stessa dinamica, sei giorni di lavoro a cui da senso il sabato di benedizione divina e di incontro con Jahvè. La legge del sabato riguarda idealmente tutta la creazione2, invitata a riprendere e mantenere il rapporto con il suo Creatore.

Il comando di Dio ha due giustificazioni. Il libro dell’Esodo (Es 20, 11) mette in parallelo l’uomo creato ad immagine di Dio e la settimana umana culminante nel sabato, modellata sulla creazione di sei giorni compiuta nella benedizione del riposo divino. Il Deuteronomio (Dt 5, 15) fa riferimento alla liberazione dalla schiavitù egiziana. Il sabato, in questo caso, fa memoria della liberazione dalla schiavitù del lavoro alienante, senza senso, imposto dalla prospettiva produttiva del faraone, per il quale il tempo dedicato al servizio a Dio è una scusa per lavorare meno, è tempo sterile e vuoto3.

La predicazione profetica

L’uomo biblico ha capito ben presto che il lavoro, come può generare benessere, così può facilmente trasformarsi in prepotenza e ingiustizia, e può perfino far dimenticare Dio4.

L’interesse della predicazione profetica non è l’individuazione di una teoria sul lavoro, ma l’annuncio del giudizio di Dio contro l’uomo che crede di potersi salvare con le proprie opere e con il progresso umano. I profeti affermano il primato di Dio e proclamano che la salvezza viene da Jahvè e non dal lavoro umano. Contro l’esaltazione e la celebrazione dell’opera dell’uomo e dei suoi prodotti, “i profeti richiamano continuamente l’ambiguità e la violenza in cui è immerso il lavoro umano5 A seconda del contesto in cui operano si scaglieranno contro le diverse conseguenze dell’idolatria del lavoro, dallo sfruttamento dei poveri, al progresso, parallelo a quello della tecnica e della ricchezza, del’orgoglio e della violenza, fino alla dimenticanza di Dio, “come avviene quando l’uomo attribuisce a se stesso ciò che invece è dono6.

1 Es 20, 9-10a; Dt 5, 13-14a.

2non fare lavoro alcuno né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie, né il forestiero, che sta entro le tue porte, perché il tuo schiavo e la tua schiava si riposino come te”. Dt 5, 14b; cfr Es 20, 10b.

3Il re di Egitto disse loro: «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori!». […] «Perché sono dei fannulloni; per questo protestano: Vogliono partire, dobbiamo sacrificare al nostro Dio! Pesi dunque il lavoro su questi uomini e vi si trovino impegnati; non diano retta a parole false!» .[…]«Fannulloni siete, fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate!»”. Es 5, 4.8b-9.17-18a.

4 B. Maggioni, Il seme e la terra. Note bibliche per un cristianesimo nel mondo, Milano, Vita & Pensiero, 2003, p. 157.

5 A. Bonora, Lavoro, in Nuovo dizionario di teologia biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1988, p. 781.

6 B. Maggioni, Il seme e la terra, p. 157.

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