Rapporto #Filierasporca: braccianti sfruttati nella raccolta delle arance

da Korazym.org, quotidiano non profit on line.

Che fine fanno le arance raccolte sfruttando il lavoro dei migranti? E quali sono le responsabilità delle multinazionali, dei commercianti e dei produttori? A queste domande ha risposto il rapporto, realizzato dalle associazioni ‘daSud’, ‘Terra! Onlus’, ‘Terrelibere.org’ sulla trasparenza di filiera e la responsabilità sociale nelle aziende, ‘#Filierasporca – La raccolta dei rifugiati’.

“Nell’ultimo anno mi è sembrato di raccontare una guerra: ci sono stati 10 morti, di cui tre italiani”, così ha detto uno dei ricercatori del rapporto, Antonello Mangano. La ricerca è stata svolta nelle campagne siciliane per denunciare le cause del caporalato e ha scoperto che quest’anno la raccolta delle arance nella piana di Catania è stata fatta anche dai richiedenti asilo del Cara di Mineo che non potrebbero lavorare perchè privi del permesso provvisorio. Ma tutto a Mineo avviene alla luce del sole. Raccolgono le arance da succo dalle 8 di mattina alle 4 del pomeriggio, e prendono dai 10 ai 20 euro al giorno a seconda del periodo di raccolta.

Il prezzo delle arance da succo quest’anno è sceso al minimo storico di 7 centesimi al kg. Senza i richiedenti del Cara quelle arance non sarebbero nemmeno state raccolte. E lo sfruttamento colpisce anche i lavoratori italiani. Negli ultimi tempi è diventata persino una prassi per le aziende riprendersi il bonus Irpef di 80 euro al mese. C’è poi la crisi del settore degli agrumi (il 4% del Pil agricolo nazionale, 120.000 lavoratori) che si incrocia con l’aumento delle importazioni da Spagna (60%), Egitto e Marocco.

In Sicilia negli ultimi 15 anni sono stati persi oltre 30.000 ettari di superfici agrumetate, perché gli agricoltori hanno venduto le terre; così il settore agrumicolo ha scaricato il peso sui lavoratori, come dimostra la scomposizione del prezzo delle arance elaborata nel rapporto. Un chilo di arance per il mercato del fresco è pagato al produttore tra i 13 e i 15 centesimi, di cui solo 8/9 vanno ai lavoratori, fino a scendere a 3/4 per i braccianti in nero, che arrivano a 2 per gli stagionali di Rosarno.

Il prodotto al supermercato viene venduto a 1,10/1,40 euro, di cui il 35/50% è costituito dal ricarico della grande distribuzione organizzata (Gdo). Numeri ancora peggiori per le arance da succo. Un litro di succo d’arancia al supermercato costa 1,80- ­2 euro, ma è un prezzo imposto dal mercato, perché anche con i miseri margini della produzione, il prezzo minimo dovrebbe essere almeno 2,70 euro al litro. Il sottocosto lo pagano i lavoratori sfruttati e i consumatori che bevono succo tagliato con concentrato proveniente dall’estero, più economico e spacciato come italiano.

L’industria di trasformazione delle arance fattura € 400.000.000 l’anno ma si comprano agrumi italiani per soli € 50.000.000. Inoltre #FilieraSporca ha inviato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan, ­Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vege’ e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di ‘non essere molto interessata a questo tipo di operazioni’.

La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente, seguito da Coca Cola, Auchan e Pam. Per Fabio Ciconte di Terra! Onlus, portavoce di #Filierasporca, la legge sulla trasparenza dovrà servire anche a “istituire un elenco pubblico dei fornitori per sapere finalmente da dove vengono i prodotti, chi li raccoglie e chi li distribuisce”.

Inoltre è stato denunciato lo sfruttamento di lavoratori italiani e richiedenti asilo nell’agricoltura dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e Terrelibere.org: “Abbiamo scomposto il prezzo delle arance dimostrando l’assoluta non competitività della filiera, mostrando le falle di un settore in crisi che si nutre di sfruttamento e che, andando di questo passo, rischia di scomparire, lasciando marcire il settore agrumicolo, che invece dovrebbe essere il fiore all’occhiello del made in Italy”.

Simone Baroncia

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