Il lavoro nel Nuovo Testamento: Il lavoro, la comunità e la serietà professionale del cristiano nelle lettere paoline

Chi non vuol lavorare, neppure mangi.

2Ts 3, 10b

Paolo, coerentemente con la mentalità espressa tanto dall’Antico come dal Nuovo Testamento, rifiuta una separazione dell’attività professionale dal resto dell’esistenza del credente. Innanzitutto respinge una settorializzazione dal punto di vista dei criteri etici, quasi che la vita potesse essere scissa in frammenti in cui applicare logiche differenti: da una parte il “tempo libero” dedicato esclusivamente alla carità e a Dio e dall’altra il “tempo del lavoro” ispirato alle priorità del profitto ad ogni costo e della concorrenza selvaggia. Inoltre Paolo è particolarmente efficace nello smascherare la tentazione che poteva nascere da una escatologia compresa male: siccome la parousia è vicina la quotidianità e il lavoro e la fatica ad essa legati perdono ogni valore ed importanza. Paolo invita in maniera anche ruvida a tenere insieme fede e vita, evitando inutili agitazioni e vivendo relazioni e professione dentro l’orizzonte del rapporto con il Cristo.

Paolo esorta i tessalonicesi a “vivere in pace, attendere alle cose vostre e lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non aver bisogno di nessuno1. Questo, secondo l’apostolo deve rappresentare un vero e proprio «punto di onore» del cristiano, non perché il lavoro sia proposto da Paolo come un valore in sé, né “come motore propulsore del progresso morale dell’umanità2, ma in quanto esso è un ambito di testimonianza del discepolo di Cristo e della comunità cristiana.

La testimonianza è relativa soprattutto all’autonomia del mantenimento, che riguarda sia la comunità nei confronti della società che il cristiano nei confronti della Chiesa e dei non cristiani: “la comunità cristiana deve «comportarsi con onore» di fronte ai non cristiani, non lasciando spazio a critiche di fannullaggine e pigrizia. Il singolo cristiano, inoltre, non dovrebbe aver bisogno dell’aiuto dei non credenti, ma trovare sostegno all’interno della sua comunità. E, per quanto è possibile, deve vivere in una certa autonomia, frutto del suo lavoro e di una saggia sobrietà3. Infatti la solidarietà e il sostegno anche materiale all’interno della comunità cristiana non deve degenerare in assistenzialismo e rifugio per approfittatori e nullafacenti: “nessun cristiano, per il fatto di far parte di una comunità solidale e fraterna, deve sentirsi in diritto di non lavorare e vivere a spese degli altri4. Proprio nei confronti del vivere disordinato, chiassoso e senza far nulla di alcuni gruppi dentro la comunità di Tessalonica, Paolo si pronuncia con tono deciso e stroncante: “quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace5.

1 2Ts 4, 11b-12.

2 A. Bonora, Lavoro, in Nuovo Dizionario di Teologia Biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1988, pp. 776-788,  p. 785.

3 Ibidem.

4 Ibidem.

5 2Ts 3, 10-12.

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