I sudtirolesi che ci piacciono

Il nome di Reinhold Messner è molto presente in questi giorni sui media a causa delle sue chiare posizioni circa la proposta del nuovo governo di Vienna di dare il passaporto austriaco agli altoatesini appartenenti al gruppo linguistico tedesco. Intervistato dalla trasmissione radiofonica “Un Giorno da Pecora” (qui dal minuto 33) e dal Giornale Radio (qui dal minuto 11.56), in onda su Rai Radio1, l’alpinista si è detto: “Né austriaco, né tedesco, né italiano, io sono sudtirolese con un passaporto italiano e fiero di essere in questa condizione”. E si è domandato: “Perché devo avere due passaporti? Perché qualcuno in Austria vorrebbe ottenere voti attraverso questa mossa nazionalistica? – continuando: – Noi non siamo di una certa razza, siamo di cittadinanza italiana e sono contento”. Ne approfittiamo per fare memoria della sua amicizia e collaborazione con Alex Langer.

Reinhold Messner su Alexander Langer

Reinhold Messner racconta del suo rapporto con Alexander Langer.

Reinhold Messner: La mia bandiera è il fazzoletto, la mia terra il sudtirolo

da Alexanderlanger.org, il sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung.

Di Alexander Langer, da “Lotta continua”, giovedì 6 maggio 1982

Reinhold Messner è un giramondo. Ha scalato montagne un po’ dovunque. Gran parte del tempo lo trascorre lontano dalla sua terra, il Sudtirolo. Ma il legame è profondo. Nulla a che vedere con il nazionalismo, tutt’altro.

In televisione ha invitato i suoi conterranei a parlare meno di patria e patriottismo, visto che, caso unico nella storia di un popolo, nel 1939 avevano accettato in massa di abbandonare la loro terra. E’ scoppiato il finimondo. E così un idolo si è sentito chiamare traditore. In questa lunga intervista, rilasciataci prima della spedizione sull’Himalaya, Messner ci parla del Sudtirolo e, naturalmente, di alpinismo.

Reinhold Messner, il più famoso scalatore del mondo, sudtirolese delle valle di Villnoess, attualmente si trova nell’Himalaya, per raggiungere con suo amico e conterraneo Gottfried Mutschlechner, la terza vetta del mondo, il Kangchenjunga (8598 m), sempre senza l’aiuto di bombole di ossigeno, come aveva già fatto più volte con l’Everest in precedenza. Messner oggi è conosciuto in tutto il mondo per le sue eccezionali imprese alpinistiche, nelle quali in genere cerca di unire sfida fisica e corporale ad un preciso impegno che lui stesso ama definire “quasi filosofico”: è un discorso sulla natura, sull’ecologia, sui limiti dell’uomo, sull’incontro sempre cercato e sempre evitato con la morte.

Reinhold Messner che nel 1980 aveva rilasciato un’ampia intervista a Lotta Continua, non è certamente solo un tecnico, un artista della montagna, ma uno che nelle sue imprese rischiose e sempre al limite del sovraumano mette tutto se stesso e la sua concezione della vita – concezione che poi spiega attraverso i suoi libri e le sue conferenze ad un vastissimo pubblico. Si può dire che il rapporto con il pubblico, con la pubblica opinione, per Reinhold Messner è diventato talmente coessenziale che costituisce in un certo senso esattamente il rovescio di quella medaglia che sono le sue spedizioni spesso solitarie.

Nei mesi passati Messner ha dovuto subire, proprio nelle poche settimane che ha trascorso a casa sua, in valle, una vera bufera di attacchi propriamente politici, orchestrati soprattutto dal quotidiano Dolomiten, vicino al partito dominante sudtirolese (SVP) e da Josef Ramplod un reduce della Wehrmacht e scrittore alpinistico che sembrava quasi voler sfogare il suo rancore personale contro Messner.

Sono così venuti a trovarsi in gioco contemporaneamente la storia patria sudtirolese, il ruolo dell’alpinista e dell’alpinismo, l’impegno politico e la strumentalizzazione politica di chi scala le montagne. “Messner ha parlato in una trasmissione televisiva (della prima rete italiana) dei sudtirolesi come “traditori della propria patria”: si vede che l’aria sottile degli 8000 metri gli ha dato alla testa. Comunque ha perso il diritto di considerarsi uno scalatore sudtirolese”, era il tono degli attacchi del Dolomiten , cui seguivano valanghe di lettere al giornale, ben selezionate, che esprimevano lo sdegno verso questo figlio dissacratore, un tempo apprezzato come una specie di idolo (anche pubblicitario) cui si sarebbe volentieri affidato il compito di portare la bandiera della sua piccola patria sulle più alte vette del mondo, a gloria del proprio popolo e dei suoi governanti. E Messner, invece, considera ostinatamente il suo fazzoletto come sua bandiera (L’aveva detto proprio a Lotta Continua) e non intende praticare un alpinismo al servizio di qualche ideologia ufficiale o del richiamo turistico.

A differenza, per esempio, di un altro sudtirolese, piuttosto noto negli ambienti del film alpinistico: Luis Trenker, anziano agiografo della montagna e quieto cittadino di tutti i regimi che hanno nel corso del tempo dominato nella sua terra (Dal fascismo al nazismo, dal regime DC a quello SVP). Trenker sembra completare a pennello quel mondo alpino fatto di statuette di legno gardenesi, di rifugi e cori alpini, di tramonti imponenti e di flora alpina intemerata (e zelantemente protetta dalla Provincia autonoma di Bolzano) – un mondo che pacifica gli animi, attrae i turisti ed esalta la purezza della montagna come contraltare necessario e complementare alle malvagità delle città e delle pianure, altrettanto necessarie.

Ma perché Messner è arrivato a parlare di tradimento sudtirolese?

Ce lo spiega lui stesso nell’intervista che qui pubblichiamo, ricordando ai nostri lettori che nel 1939 i due dittatori Hitler e Mussolini si erano messi d’accordo per una “soluzione finale” del problema sudtirolese. Un accordo firmato a Berlino nel giugno del 1939 sanciva in pratica che la popolazione (tirolese, di lingua tedesca) del Sudtirolo/Alto Adige, annesso all’Italia contro la volontà della gente alla fine della prima guerra mondiale, veniva consegnata a Hitler per le sue guerre e colonizzazioni dell’Europa Orientale, e che il territorio, liberato da questi scomodi “alloglotti”, sarebbe rimasto all’Italia mussoliniana. Per rendere più democratico il tutto, la gente poteva scegliere tra la cittadinanza germanica (e quindi ripristino delle proprie caratteristiche nazionali, ma con emigrazione oltre il Brennero) e quella italiana (con conseguente accettazione dell’italianizzazione forzata ad opera del fascismo). Una scelta chiaramente iniqua e dolorosissima, decisa alla fine dall’atteggiamento dei capi che portarono la stragrande maggioranza dei sudtirolesi (l’85% circa) ad optare per la Germania.

Un pezzo di storia rimossa nella coscienza collettiva sudtirolese, anche perché fortunatamente la guerra mondiale e le vicende successive impedirono che l’esodo venisse portato a termine; un pezzo di storia che Reinhold Messner con la sua polemica ha riportato al centro dell’attenzione della gente. Ha ricevuto decine e decine di lettere, ci sono stati dibattiti alla televisione, prese di posizioni, consensi e dissensi. “Quello che mi ha impressionato di più è che anche alcune delle lettere che mi danno ragione non siano firmate: un segno che i non-optanti di allora ancora oggi si sentono minoranza sospetta”, conclude Reinhold Messner la conversazione, che in proposito abbiamo avuto con lui prima che partisse per la sua nuova spedizione.

Intervista

Ormai per te le conferenze sono parte integrante della tua attività, non meno che andare in montagna, scrivere libri, fare dei films. Avevi cominciato molti anni fa, per l’Alpenverein sudtirolese, mostrando diapositive delle tue imprese e spiegando le tue scalate ad un pubblico soprattutto di alpinisti ed esperti, in ambiti piuttosto ristretti. Nel tuo ultimo giro in Italia, invece, hai riempito palazzetti dello sport e sale grandissime.

Messner: Sì, era la prima volta da diversi anni che, in febbraio, mi sono trovato davanti ad un pubblico italiano. Non sapevo neanche bene quante persone vi avrebbero partecipato. Le volte precedenti in Italia, nel 1976-77, tutto si era svolto ancora in una cornice molto più modesta e meno organizzata, mentre all’estero sono abituato a parlare davanti al grande pubblico, con migliaia e migliaia di persone.

In Germania, in Inghilterra, in Australia, in Svizzera, in altri paesi ancora – soprattutto in quelli anglofoni – c’è un grande interesse, forse è anche un po’ di moda o quasi un’ideologia. In Italia mi è sembrato diverso: ho trovato un enorme entusiasmo ed una grande simpatia umana. Erano venuti in tantissimi, a sentirmi: 9000 a Milano, 5000 a Roma, 10000 a Torino, ma non avevo l’impressione che si aspettassero di vedere un acrobata da ammirare. C’è stata invece una partecipazione che non avevo mai sentito così intensa, e mi seguivano anche quando accennavo a scelte politiche o morali o quando parlavo del rapporto con la natura, di ecologia, dei miei sentimenti…Tornerò a parlare in Italia solo tra tre anni, ma ho l’impressione che potrei raccontare anche una comunissima ascensione sul Cervino o addirittura una passeggiata sui prati sudtirolesi ed avrei ugualmente masse di gente ed un pubblico attento e partecipe.

Se fossi in grado di affrontare temi più attuali…!

Per esempio che l’alpinismo sta cambiando.

Quindici anni fa noi alpinisti abbiamo cominciato a capire che la montagna stava per essere esaurita, svuotata, se non eravamo in grado di fare un passo indietro. Dovevamo smetterla con l’escalation tecnica sempre più sofisticata. Dovevamo smetterla anche con la distruzione e lo sfruttamento turistico della montagna, se non la volevamo trasformare in montagna di rifiuti.

E come per la montagna, questo vale per la terra nel suo insieme: se non troviamo il coraggio di afre un decisivo “passo indietro”, consumeremo ed esauriremo il mondo – e dopo? Andremo forse su Marte?

Sono queste le domande che io pongo anche al mio uditorio, con diapositive e racconti di quel che ho vissuto in montagna, e ripeto che non ho mai fatto un giro di conferente così bello come in Italia, tanto che una sintesi – anche con le domande del pubblico – uscirà presto in tedesco come libro tascabile.

D: Sei stato ricevuto anche da Pertini, insieme alla tua compagna Neena ed alla bambina Leila, dopo che Pertini aveva tentato un anno prima di venirti a trovare in elicottero, qui nella valle, senza che tu ci fossi. In patria, invece, nel Sudtirolo, stai passando ad idolo a capro espiatorio. Ti dispiace?

Messner: No, non mi dispiace affatto. Quando ho detto in televisione che i sudtirolesi dovrebbero parlare un po’ meno di patria e patriottismo (Heimat, Heimatliebe), visto che la stragrande maggioranza poi aveva tradito la patria, nel 1939, con le opzioni per la Germania, non pensavo di suscitare un vespaio così grosso, ma non mi pento di averlo detto. Anche se ho ricevuto degli attacchi di una pesantezza senza precedenti. Pure sul piano personale, orchestrati dal quotidiano locale Dolomiten e dal suo direttore Rampold, che evidentemente ha una concezione della politica, della vita, ed anche dell’alpinismo – visto che da anni se ne occupa – un po’ fascistoide. Io infatti ero ammirato e vezzeggiato finché pensavano di potermi presentare come la scimmia che abilmente arrampica e non si immischia in altre questioni. Così ora vorrebbero negarmi anche la qualifica di alpinista sudtirolese, qualcuno vorrebbe mettere in dubbio i miei successi in montagna. Ma io organizzerò ugualmente in autunno una “spedizione sudtirolese” nell’Himalaya, con qualche altro alpinista, un pittore ed uno scrittore locali – anche se dopo la recente polemica sulle opzioni qualcuno mi ha tagliato i credito.

Troverò altre fonti di finanziamento, in fondo qui non mi hanno mai aiutato molto, i soldi di cui ho bisogno li guadagno con le conferenze, i libri, i films, non dipendo da loro. Anche se io al Sudtirolo ho “reso” sicuramente milioni in lusso turistico e in notorietà.

E proprio perché non posso contare su qualche sponsor, non resta che vendermi in una certa misura, anche con la pubblicità, ma ritengo di mantenere il controllo su tutto questo e di non finire vittima del mercato, neanche quando faccio la star del pubblico.

D: Tu dici che i sudtirolesi hanno tradito la loro patria, perché hanno optato per la Germania, nel 1939, per sfuggire all’Italia fascista che opprimeva questa popolazione anche dal punto di vista nazionale e linguistico. Secondo te, un popolo deve innanzitutto serbare fedeltà alla propria terra, anche quando al situazione lì è molto difficile?

Messner: Io non conosco nessun altro paragone che si possa confrontare con le opzioni sudtirolesi, con tutto il ruolo che può aver avuto la propaganda nazista e l’oppressione fascista. Quando ami la maggioranza di un popolo ha scelto di lasciare volontariamente la propria terra (anche se poi, per fortunate circostanze storiche, molti non sono dovuti partire e molti altri sono potuti tornare)? E poi, quanto può durare un sistema politico? Hitler aveva progettato il suo impero per un millennio – ma fossero anche mille anni, nella vita di un popolo è sempre ancora un tempo relativamente breve. Troppo breve per abbandonare la propria terra, comunque. Volerlo fare, accettare di optare, come i maggiorenti sudtirolesi allora in grande maggioranza avevano fatto e raccomandato ai loro concittadini, era una scelta miope e sbagliata. Una cultura, una lingua, un modo di pensare e di vivere, un dialetto, un ritmo di vita dipendono anche da un certo paesaggio, e se si abbandona questo paesaggio, si perde lentamente anche quella cultura e quella civiltà.

Il lamaismo ne fornisce un esempio. E’ nato e si è sviluppato nel Tibet, e nonostante che l’oppressione cinese lì sia molto più brutale di quello fascista nel Sudtirolo, il lamaismo sopravvive perché la gente è rimasta lì. Solo 80.000 se ne sono andati, dei quali molti oggi pensano di tornare. Il modo di vivere e la cultura sudtirolese non avrebbero potuto salvarsi alla lunga, se la gente fosse davvero emigrata, così come i tibetani all’estero non hanno salvato la cultura tibetana.

D: Facciamo l’esempio della Polonia oggi.

Messner: I Polacchi non sarebbero mai disposti a scegliere, come popolo, l’emigrazione. Del resto la loro storia lo dimostra. Credo che se a loro fosse concesso di optare, come ai sudtirolesi nel 1939 tra Italia e Germania, neanche la metà sceglierebbe di andarsene. Mentre da noi, dove il patriottismo sudtirolese è ideologia ufficiale, si vorrebbe far dimenticare che oltre l’80% optò per andarsene. Una situazione non si può risolvere con l’esodo di un popolo, ma solo rimanendo e lottando per cambiarla.

D: Il tuo interesse intorno alla storia sudtirolese ed il tuo impegno verso le cose di casa tua sono cresciuti; hai fatto scalpore con le tue affermazioni in tv, c’è gente che non perdona che tu abbia dato soldi al settimanale bilingue TANDEM in odore di eresia (al pari di altri intellettuali ed artisti, del resto). Pensi di continuare in questa strada?

Messner: Per me è stata una riscoperta, in parte ho scoperto anche persone e cose nuove, molti mi hanno scritto o telefonato. Così ho pensato che vorrei anche in futuro occuparmi in qualche modo di questa problematica sudtirolese ed anche della più ampia “questione del rimanere e dell’andarsene” . Forse farò un libro e magari un film. In ogni caso ho capito da tempo che andare in montagna non vuol dire elevarsi al di sopra della vita sociale e dei suoi problemi, anzi, il mio impegno è cresciuto. E se c’è gente che pensa di farmi andare via da qui, deve sapere che me ne andrò solo quando mi cacceranno o mi incendieranno la casa. Ma non succederà. Ho molta fiducia nello spirito di tolleranza della gente, che non presterà ascolto a chi li vorrebbe sobillare in senso fanatico.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...