Il ruolo della filosofia della religione nel pensiero contemporaneo. Intervista di Tudor Petcu a Lluis Oviedo

Pubblichiamo un’intervista di Tudor Petcu a Lluis Oviedo, francescano di origine spagnola, professore ordinario di Antropologia Teologica ed Escatologia alla Pontificia Università Antonianum (dal 1992), professore invitato di Teologia fondamentale presso l’Instituto de Teología de Murcia (dal 1995), nonché professore invitato nella Facoltà di Teologia dell’Università Gregoriana, sezione Teologia Fondamentale, dove ha tenuto corsi su fede, società e cultura. Nelle varie sedi ha approfondito temi di ermeneutica teologica, oltre al rapporto tra fede e cultura e il problema della secolarizzazione. Attualmente la sua ricerca s’indirizza a questioni di scienza e fede, specialmente nel campo antropologico e dello studio scientifico della religione.

Nella Sua prospettiva qual è secondo Lei il luogo della filosofia della religione nel mondo delle discipline sapienziali? Considerata la crisi postmoderna dei valori spirituali oggigiorno parlare di filosofia della religione può risultare difficile. Tuttavia si pone come necessario e importante trovare – o meglio ritrovare – la dimensione spirituale della filosofia, dimensione per l’appunto rappresentata dalla filosofia della religione.

La filosofia della religione (FdR) ha una sua collocazione tradizionale nell’insieme delle discipline filosofiche, tuttavia la sua comprensione ha molto oscillato tra una forma di Aufhebung o superamento della religione, e un tentativo di riflessione radicale che accompagna nella ragione una tradizione religiosa. Dipende molto di quanto si intenda radicalizzare la propria riflessione e quale sia il programma assunto perché la FdR diventi una cosa o l’altra. Non sono uno che si sente a suo agio con il pensiero postmoderno e le sue diagnosi; preferisco parlare di tarda-modernità o di sviluppi entro il moderno; quindi il senso della FdR in tale contesto culturale è senz’altro problematico, ma a giudicare dal suo grande prestigio e forza in ambiente anglo-americano non mi pare che sia qualcosa di obsoleto o datato, ma certo esso si inserisce in una nuova cornice culturale con altri bisogni e preoccupazioni, ma anche con altre condizioni, come sono il dominio della ragione scientifica.

Il postmodernismo potrebbe essere considerato in qualche modo il nemico della funzione spirituale della filosofia ma, come ha affermato Gianni Vattimo, dovremmo parlare anche di un cristianesimo postmoderno, anche se tale definizione non è di facile comprensione. Mi interesserebbe tuttavia domandarLe quale sia per Lei il significato del cristianesimo postmoderno. L’opera di Gianni Vattimo Credere di credere mi ha infatti suscitato la domanda: come può il cristianesimo diventare davvero postmoderno?

Il cristianesimo – almeno nella sua versione cattolica – si è adattato lungo la storia a tutto e il contrario di tutto: modernismo, femminismo, fascismo, marxismo, liberalismo … perché non dovrebbe adattarsi al pensiero postmoderno? Anzi mi pare che sia fin troppo facile; o almeno più facile che adattarsi a una mentalità più scientifica. Il dubbio è se tale adeguazione sia riuscita bene e se sia di qualche utilità. A me pare che oggi non ne abbiamo grande bisogno, per quanto certi temi centrali del postmoderno sono rimasti dietro. Forse la grande questione che resta è tra gli assoluti che la fede cristiana propone e il relativismo che consacra quel pensiero, e forse qui sia inevitabile avviare alcuni negoziati, nel senso di dover ripensare filosoficamente e teologicamente tali assoluti in modo che possano continuare ad avere un significato, sia morale che salvifico.

Sappiamo molto bene che la caratteristica più importante della religione, per così dire, soprattutto del cristianesimo, risiede nella redenzione (o salvezza), anche se per alcuni pensatori cristiani c’è una qualche differenza tra redenzione e salvezza. Ma se nella redenzione c’è lo scopo dell’uomo dal punto di vista religioso, come si deve intendere questo concetto teologico tramite la filosofia della religione?

Non sono sicuro su quale sia oggigiorno la risposta filosofica alla questione della salvezza cristiana. Anzitutto abbiamo bisogno di un chiarimento in vari sensi, specie per la difficoltà che troviamo oggi ad aggiornare un’idea – quella di salvezza – che non ha molto senso per i nostri contemporanei, e che dopo il venir meno delle sue valenze escatologiche, non si capisce bene da cosa dobbiamo essere salvati e redenti. Certo per noi è dal peccato, ma proprio questo termine ha pure bisogno di una spiegazione in grado di fare i conti con la fede e la ragione. Dal mio punto di vista la nostra generazione ha pure tanto bisogno di salvezza, ma mostrare la sua dimensione religiosa forse resta una sfida da affrontare.

Il cardinale francese Paul Poupard affermava che la filosofia senza la teologia non potrebbe mai essere una vera filosofia perché la teologia come metafisica esprime la verità della filosofia dimenticata. Che cosa pensa a riguardo? Crede sia possibile attribuire alla filosofia una qualche funzione teologica?

La filosofia della religione può essere concepita come una culminazione della ricerca filosofica, per quanto – seguendo una versione dell’argomento ontologico – cerca di pensare il massimo, l’assoluto, il più che possa essere pensato. Ma a parte una tale ambizione, che potrebbe sembrare eccesiva e quindi irraggiungibile, il compito di pensare la religione, sia nel senso soggettivo che nell’oggettivo o dei suoi contenuti, può significare un arricchimento della riflessione, un salutare confronto con i propri limiti, e un complemento ad altre discipline filosofiche, per evitare le trappole della riduzione tipica del pensiero più naturalista.

Personalmente ritengo che la filosofia della religione sia un’interpretazione intellettuale delle scritture perché studiandola è possibile comprendere che cosa significa di fatto agire eticamente. A partire da questa considerazione sarei curioso di sapere come Lei definisce la morale religiosa dal punto di vista filosofico.

Non sono troppo interessato agli aspetti morali, anche se ritengo che essi sono molto importanti, e che una tradizione della FdR punta in tale senso, cioè di collegare il pensiero sull’assoluto a quello dell’etica. Dal mio punto di vista, la FdR deve piuttosto radicalizzare la riflessione, la ragione, fino ai propri limiti, e chiedersi su tali limiti, per poter trascendere e diventare capace di ricevere altri input e di nutrire speranza.

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