Da Martin Luther King a Trump: uno sguardo al passato per cambiare il futuro

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

Quando l’attenzione del pastore battista si rivolse anche alla condizione dei poveri …

L’ossessione memoriale che affligge la nostra epoca sembra non conoscere sosta: quando, ad aprile 2017, erano ancora in pieno svolgimento le celebrazioni del V centenario della presunta affissione delle 95 tesi di Lutero, è iniziato il programma progettato dalla città di Memphis, nel Tennessee, e dal National Civil Rights Museum (Ncrm), situato nella stessa città, per ricordare i 50 anni dalla morte del pastore battista Martin Luther King, il più noto leader del movimento per i diritti civili. Il programma culminerà con un grande evento pubblico il 4 aprile di quest’anno.

Il Ncrm, inaugurato nel 1991, è stato costruito intorno al Lorraine Motel, dove King fu assassinato il 4 aprile 1968. King era tornato a Memphis per sostenere lo sciopero degli addetti alla nettezza urbana e la sera prima aveva pronunciato nel tempio della Chiesa di Dio in Cristo, una denominazione pentecostale afroamericana, il suo ultimo, profetico discorso, nel quale aveva incoraggiato i lavoratori in sciopero a continuare la lotta per la giustizia sociale a prescindere dagli ostacoli e dai rischi che avrebbero incontrato, compresa la sua stessa morte: «[Dio] mi ha permesso di salire sulla cima della montagna (…) e ho visto la Terra Promessa! Forse non ci arriverò con voi ma voglio che sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa! (…) I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore!» (l’ultima frase è una citazione del notissimo inno Battle Hymn of the Republic, composto da Julia Ward Howe durante la Guerra civile americana).

La prima parte del percorso museale è dedicata alla tratta degli schiavi e alla storia della schiavitù in America (1619-1861). Nella seconda sezione, dedicata alla segregazione razziale, i visitatori trovano l’autobus sul quale sedeva Rosa Parks quando rifiutò di cedere il posto a un bianco, gesto che diede inizio al boicottaggio del servizio urbano di Montgomery, in Alabama, (1955-56) e alla nuova fase del movimento per i diritti civili. La parte restante del museo presenta la storia del movimento dallo sciopero di Montgomery alla morte di King.

Visitare questo museo e ripercorrere le vicende della schiavitù e del razzismo nell’era di Trump significa non soltanto ricordare per non dimenticare, ma affrontare ancora oggi, a 50 anni dalla morte di King, i tre grandi mali sociali degli Stati Uniti che egli aveva denunciato negli ultimi cinque anni della sua vita: razzismo, militarismo e ingiustizia economica (Sulla radicalizzazione di King, v. l’ottima antologia curata da Paolo Naso, L’«altro» Martin Luther King, Torino 1993). Per questo, il 4 aprile 2017 a Memphis e in molte grandi città americane si sono svolte marce e manifestazioni del «Movimento per la vita dei neri», contro il razzismo e per la giustizia economica. Per questo, l’anniversario della morte di King sarà anche un rinnovato impegno a proseguire la sua lotta.

Mentre sta crescendo la protesta contro le iniziative di Trump (come l’attacco all’Affordable Care Act, la legge alla base della riforma sanitaria voluta da Barack Obama e la politica contro gli immigrati), molti protestanti conservatori continuano a sostenere il presidente eletto per «l’intervento della mano di Dio»: «la mano di Dio» corrisponde al voto di quasi l’80 per cento dei protestanti conservatori bianchi. Al National Prayer Breakfast dell’8 febbraio 2018, diversi esponenti di denominazioni cristiane hanno lodato il presidente come promotore della «libertà religiosa».

Ma esiste anche un’altra faccia del protestantesimo americano, rappresentata da quelle chiese che offrono accoglienza e protezione a immigrati che rischiano la deportazione e da movimenti come la Poor People’s Campaign: A National Call for Moral Revival, che fa riferimento alla Poor People’s Campaign del 1967-68 voluta da King.

Nel maggio 1967, King affermò: «Penso che sia necessario rendersi conto che ci siamo spostati dall’era dei diritti civili all’era dei diritti umani [nella quale] deve esserci una radicale ridistribuzione del potere economico e politico, […] siamo entrati in una nuova era, che deve essere un’era di rivoluzione». Qualche mese dopo, King annunciò il piano di unire i poveri di tutto il paese in una nuova marcia su Washington, per domandare condizioni di vita e di lavoro migliori di quelle che avevano; il suo più stretto collaboratore, il pastore battista Ralph Abernathy, spiegò che lo scopo della Poor People’s Campaign era di «far conoscere la drammatica situazione dei poveri americani di tutte le razze e di far sapere che non ne possono più di aspettare una vita migliore».

King aveva capito che la povertà non era semplicemente un altro problema e che i poveri non erano un gruppo d’interesse speciale; aveva capito che era necessaria una mobilitazione di massa per cambiare le precarie condizioni di vita di milioni di persone nel paese più ricco del mondo. Alla fine del 1967, King ribadì che «i diseredati di questa nazione (…) devono organizzare una rivoluzione contro l’ingiustizia, (…) contro le strutture per mezzo delle quali la società rifiuta di alleviare il peso della povertà». La campagna iniziò con alcuni incontri a livello nazionale, ma la morte di King e del senatore Robert Kennedy, che l’aveva sostenuta, ne frenarono lo sviluppo; inoltre, i neri non risposero all’appello di King a collaborare con altri gruppi di poveri perché li consideravano dei concorrenti nel mercato del lavoro.

Oggi, il rilancio della Poor People’s Campaign – che ai mali del razzismo, della povertà e del militarismo ha aggiunto la devastazione ambientale – sembra essere il modo migliore per commemorare Martin Luther King, sottraendolo alla retorica delle celebrazioni ecclesiastiche e delle mercificazioni commerciali.

Massimo Rubboli

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