Achille Grandi, un uomo di fede. 1901-1913 Como: L’inizio dell’impegno sindacale e il lavoro alla Direzione Diocesana Comense

Sto con tutti e son di nessuno. Se mi apparto non sono un cristiano; se non soffro insieme a tutti, non sono un cristiano; se non vivo la storia che passa, non sono un cristiano. Chi diserta non si salva: vince solo chi accetta di combattere a qualsiasi condizione. Non può esistere un cristiano neutrale. […] Se cerco di giustificarmi, col vangelo, di non amare il mio tempo e di non patire per la sua salvezza, so che bestemmio il vangelo.

Primo Mazzolari

Gli inizi dell’impegno sociale di Achille Grandi

L’inizio “ufficiale” dell’impegno sociale di Achille Grandi si può datare al 1901. In quell’anno, infatti, fonda con altri amici operai la Lega Cattolica del Lavoro di Como, divenendone segretario nel 1902.

Ma abbiamo anche segnali di un impegno e un interesse al sociale già precedente, nell’ambito del Circolo popolare cattolico di San Bartolomeo, non disgiunto da qualche problema con l’allora Vescovo di Como, Teodoro Valfrè di Bonzo. Infatti tra i documenti conservati da Grandi, il primo in ordine di tempo, risalente al dicembre del 1900, è la trascrizione di suo pugno di una lettera che il Vescovo Valfrè indirizzò ai dirigenti del neonato Circolo Popolare Cattolico di San Bartolomeo, di cui il sindacalista comasco faceva parte. La lettera critica e deplora la risposta positiva del Circolo ad una richiesta della costituenda Camera del Lavoro di Como a proposito una manifestazione comune per la regolamentazione del lavoro notturno delle donne e dei fanciulli. In seguito alla lettera, in seguito trascritta e conservata da Grandi, verrà deciso lo scioglimento del Circolo.

Tra il non expedit e la Rerum novarum

Per comprendere questa parte della vita di Grandi occorre richiamare brevemente alcuni elementi della storia dei decenni precedenti in particolare per quanto riguarda i rapporti burrascosi tra Chiesa e Regno d’Italia (questione romana e non expedit) e l’uscita dell’enciclica sociale di Leone XIII Rerum novarum.

La questione romana è il conflitto sorto tra la Santa Sede e il movimento nazionale italiano prima, e poi con lo Stato unitario, per la sovranità su Roma. Fallito il tentativo mazziniano della Repubblica Romana (1848), la questione si ripropose dopo le annessioni del 1859-60, che avevano dato vita al Regno d’Italia. La rigida opposizione di Pio IX, appoggiato dal governo francese, fece naufragare le proposte di Cavour per giungere a una composizione pacifica della controversia. Solo la ripresa dell’iniziativa popolare guidata da Giuseppe Garibaldi e la sconfitta francese a Sedan (1870) permisero di superare la situazione di stallo. Il 20 settembre 1870 le truppe italiane entravano a Roma dove si trasferivano, l’anno successivo, la corte e il governo. La legge delle guarentigie (1871), promulgata dall’Italia per definire i rapporti tra Stato e Chiesa, non venne accettata dal pontefice che si dichiarò prigioniero in Vaticano e impose ai cattolici italiani il non expedit. Solo l’evoluzione della situazione politica interna indusse la Chiesa ad assumere un atteggiamento meno intransigente, che culminò nel 1913 con il patto Gentiloni. La sistemazione giuridica dei rapporti tra Chiesa e Santa Sede si realizzò, durante il fascismo, con la firma l’11 febbraio 1929 dei Patti lateranensi.

All’interno della questione romana e dell’impegno dei cattolici all’interno del neonato stato italiano un posto rilevante lo occupa il cosiddetto non expeditNon expedit (in italiano: non conviene) è una disposizione della Santa Sede con la quale il pontefice, per la prima volta Pio IX nel 1868, dichiarava inaccettabile per i cattolici italiani partecipare alle elezioni politiche dello Stato italiano e, per estensione, alla vita politica italiana.
I pontificati di Pio X, di Benedetto XV e di Pio XI (che coprirono i primi tre decenni del XX secolo) furono segnati da una fase di distensione e di graduale riavvicinamento. Segno di questi mutamenti è l’enciclica del 1904 “Il fermo proposito”: in vista delle elezioni politiche del novembre di quell’anno Pio X autorizzò per le prima volta i cattolici a prendervi parte. Il pontefice, benché conservasse il non expedit, consentì tuttavia larghe eccezioni alla sua applicazione, che poi si moltiplicarono: vari cattolici entrarono così in Parlamento, anche se a titolo personale. Nel 1919 papa Benedetto XV abrogò definitivamente e ufficialmente il non expedit, già da tempo inapplicato nella sostanza.

Promulgata il 15 maggio e pubblicata a puntate sull’Osservatore Romano dal 19 maggio del 1891, la Rerum novarum di Leone XIII favorì la nascita e lo sviluppo di movimenti aperti alla dimensione sociale e politica sia all’interno sia all’esterno delle istituzioni. Diede nuovo slancio all’impegno dei cattolici nel campo del volontariato e contribuì alla fondazione di associazioni di lavoratori, cooperative, banche rurali, fino a giungere alla fondazione di partiti politici ispirati al cattolicesimo sociale. Ricorda a distanza di decenni Achille Grandi in un suo articolo:

Discussa nelle assemblee, agitata dalle masse, negata o minimizzata da parte di governi agnostici o incapaci, la cosiddetta “questione sociale” era giunta in una delle sue fasi più acute e preoccupanti allorché con un documento che resta tuttora a dar prova dell’acutezza profonda della sua mente, Leone XIII entrava nel vivo della contesa e proclamava di fronte al mondo l’altissima funzione della Chiesa di fronte alla società, il diritto delle masse lavoratrici ad essere liberate dal “giogo poco men che servile” che ad esse era stato imposto, il dovere dello Stato di non essere indifferente spettatore di così grave stato di cose, così da affermare in questa convergenza di forze cospiranti al bene comune le premesse fondamentali ed insostituibili di una vera e sana democrazia.

Achille Grandi in «Il Lavoro», 15 maggio 1945

Impegno sindacale e vita privata

Un anno fondamentale del movimento operaio comasco, come pure del movimento cattolico comasco, è il 1901 perché nel giro di poche settimane vengono fondate da un lato la Camera del Lavoro voluta dai sindacati dei tintori, dei grafici e della mutua generale dei tessitori, di chiara ispirazione socialista, e dall’altro la Lega Cattolica del Lavoro. Achille Grandi ne diventa il segretario dopo pochi mesi, nel 1902. Per lui, diciannovenne, operaio di tipografia da otto anni, sarà un compito gravoso perché affrontato nel poco tempo libero (sostanzialmente la sera e la notte) che permetteva la lunga giornata lavorativa di 10-11 ore.

Rapidamente, però, l’impegno e le iniziative di Grandi si moltiplicano: collabora dal 1902 con “La Voce delle Arti Tessili”, organo di comunicazione milanese della Federazione Nazionale Cattolica Arti Tessili; nel 1905 è tra i fondatori del settimanale cattolico “La Vita del Popolo”; nel 1908 viene eletto consigliere comunale e provinciale di Como e partecipa alla fondazione del SIT (Sindacato Italiano Tessili), primo sindacato industriale costituito da cattolici. 1906 A Grandi MatrimonioNel maggio del 1906 presso la chiesa di San Fedele in Como sposa Maria Croato, che sarà per Grandi «dolce, paziente, cristiana compagna della mia vita travagliata».

Una nuova avventura: la Direzione Diocesana Comense

Nel 1907 Grandi è costretto, per una grave malattia contratta sul lavoro, a rinunciare alla sua attività di tipografo linotipista e a trovarsi una nuova occupazione.

La notorietà che il giovane ha guadagnato in ambito cattolico determina la chiamata a svolgere le funzioni di “segretario propagandista” della Direzione Diocesana Comense, un nuovo organismo nato dallo scioglimento dell’Opera dei Congressi con il compito di promuovere e dirigere, sotto la guida del vescovo, i vari interventi dell’Azione Cattolica. Era un compito impegnativo, poiché si trattava di coordinare l’attività di tutte le opere cattoliche: culturali, artistiche, caritative, cooperative, finanziarie (casse rurali), sindacali.

Grandi dimostrò eccezionali doti organizzative e una grande capacità di dare impulso alle forze del cattolicesimo comasco, che registrarono in quel periodo una enorme espansione quantitativa.

Nella vasta e disomogenea diocesi di Como, Achille Grandi si impegna moltissimo sostanzialmente su due direzioni: il radicamento dell’azione sociale sui territori e l’apertura e il collegamento con il movimento sociale cattolico sia italiano che nella Confederazione Elvetica.

Se una buona visibilità gli verrà dal mandato come consigliere comunale di Como nel 1908, il successo della sua azione di radicamento sul territorio e di organizzazione e sviluppo associativo della presenza sociale cattolica si fa tangibile nei numeri: quando assume l’incarico in diocesi di Como vi sono 60 associazioni cattoliche con 4.500 iscritti; nel 1913, quando dopo due mandati sarà costretto a concludere il suo rapporto lavorativo, le associazioni saranno diventate 270 e gli iscritti quasi 23.000.

Nello stesso tempo Grandi si rende conto che è necessario non chiudersi nella realtà locale. Svilupperà contatti a livello nazionale per trarre spunti e idee nuove per la propria azione. Sarà presente a tutte le settimane sociali dei cattolici che allora si svolgevano sia in Italia sia all’edizione dei cattolici svizzeri (nel 1913 sarà relatore alla settimana sociale dei cattolici svizzeri a Mendrisio).

La laicità di Achille Grandi: uomo cristiano nella Chiesa e nella società

A soli 25 anni Grandi è già un personaggio pubblico di rilievo nella società comasca e ha vissuto esperienze che lo hanno arricchito di una profonda maturità interiore. Il suo impegno e l’assunzione di responsabilità dentro il movimento sindacale e le organizzazioni diocesane costruiscono progressivamente la sua vocazione di uomo cristiano nella Chiesa e nel mondo.

20180320 Achille Grandi 1906 Como-2

L’esperienza di tanti cristiani come Achille Grandi, animati dallo spirito della Rerum novarum, ha formato parte di quelle fondamenta di vita ecclesiale e di presenza attiva nella società su cui si è costruita la feconda riflessione sul laicato della prima metà del XX secolo e, in seguito, il magistero cattolico del Concilio Vaticano II.

Mettendosi in ascolto delle vicende e delle parole di Achille Grandi si colgono degli echi e delle suggestioni che risuonano nei documenti conciliari con il timbro preciso del linguaggio magisteriale, più cristallino ma più freddo rispetto alla terra e alla complessità che impastano la vita del cristiano nella storia.

Ecco come negli anni della maturità Achille Grandi descrive la vocazione all’unità e all’apostolato sociale a cui i cattolici non possono sottrarsi dentro il movimento operaio:

I cattolici non devono sottrarsi a questo dovere inteso ad affratellare i lavoratori italiani, a dimostrare in modo tangibile l’affetto e l’adesione alle loro giuste aspirazioni anche più ardite, purché siano sorrette dal diritto e dal dovere, e dal rispetto verso i legittimi diritti delle altre classi sociali. Noi cattolici dobbiamo in questo sforzo, imposto anche dalle conseguenze dell’ora tragica e storica che viviamo, tener vivi i nostri principi per farne non motivo di divisione ma cemento per la solidità di quella pace religiosa, che è l’unica rimastaci, Dio volendo, di fronte alle rovine della guerra e alla distruzione della pace politica, sociale ed economica in tutto il mondo. Ma, ciò premesso, come abbiamo sempre lealmente avvertito, noi cattolici non potremo mai rinunciare alla salvaguardia della coscienza religiosa e sociale dei lavoratori cristiani, a prepararli moralmente e tecnicamente alle contese del lavoro, portandovi la loro preparazione e competenza illuminata dai principi sociali della Chiesa.

Achille Grandi

Ed ecco come questa missione che nessuno può compiere se non i laici risuona alcuni decenni dopo nell’insegnamento conciliare:

L’apostolato dell’ambiente sociale, cioè l’impegno nel permeare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della comunità in cui uno vive, è un compito e un obbligo talmente proprio dei laici, che nessun altro può mai debitamente compierlo al loro posto. In questo campo i laici possono esercitare l’apostolato del simile verso il simile. Qui completano la testimonianza della vita con la testimonianza della parola. Qui nel campo del lavoro, della professione, dello studio, dell’abitazione, del tempo libero o delle associazioni sono i più adatti ad aiutare i propri fratelli.

Apostolicam actuositatem 13

Questa missione va compiuta stando nella società e tra i poveri come lievito nella pasta …

Il popolo ha bisogno di noi perché ha bisogno di Dio. Bisogna stare con la povera gente che fatica, perché dobbiamo educarla, e questo compito non si può assolverlo che vivendo con la massa.

Achille Grandi

… illuminando le realtà temporali con la luce del Vangelo incarnato nella vita e nella storia.

Per loro vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore.

Lumen gentium 31

Al laico cristiano spetta l’affascinante e impegnativa fatica di mantenere distinti ma in costante relazione umanità e divinità, materiale e spirituale, ispirazione religiosa e programma politico …

[I cattolici, con la dottrina sociale cristiana, possiedono] un programma che si propone non soltanto la difesa della religione, della morale e dell’ordine, ma l’avvento anche di quel benessere materiale che in una società davvero prospera e progredita non deve essere un privilegio di pochi, ma un diritto contrastato a nessuno.

Achille Grandi

… così da finalizzare la sua duplice appartenenza alla Chiesa e alla società degli uomini alla nuova creazione che si manifesta come seme nello sforzo di sviluppare dinamiche di giustizia e di equità.

L’opera della redenzione di Cristo ha per natura sua come fine la salvezza degli uomini, però abbraccia pure il rinnovamento di tutto l’ordine temporale. Di conseguenza la missione della Chiesa non mira soltanto a portare il messaggio di Cristo e la sua grazia agli uomini, ma anche ad animare e perfezionare l’ordine temporale con lo spirito evangelico. I laici, dunque, svolgendo tale missione della Chiesa, esercitano il loro apostolato nella Chiesa e nel mondo, nell’ordine spirituale e in quello temporale. Questi ordini, sebbene siano distinti, tuttavia sono così legati nell’unico disegno divino, che Dio stesso intende ricapitolare in Cristo tutto il mondo per formare una creazione nuova: in modo iniziale sulla terra, in modo perfetto alla fine del tempo. Nell’uno e nell’altro ordine il laico, che è simultaneamente membro del popolo di Dio e della città degli uomini, deve continuamente farsi guidare dalla sua unica coscienza cristiana.

Apostolicam Actuositatem 5

Il Patto Gentiloni, il contrasto con il Vescovo e l’amara fine dell’incarico con la Direzione Diocesana Comense

La coscienza sociale e sindacale di Grandi, che lo rende critico nei confronti delle posizioni cattoliche più moderate e tradizionaliste, e la sua dimensione religiosa, che univa salda fede cattolica e obbedienza alla gerarchia con la coraggiosa difesa delle proprie convinzioni, saranno ben presto messe alla prova. Ciò avvenne in maniera clamorosa e drammatica in occasione delle elezioni del 1913.

Le elezioni politiche del 1913 si svolgono il 26 ottobre (1º turno) e il 2 novembre (ballottaggi) 1913. Sono le prime elezioni a suffragio universale maschile (introdotto il 25 maggio 1912), con l’ormai tradizionale collegio uninominale a doppio turno. Ma sono note perché furono caratterizzate da un’alleanza tra cattolici e liberali detta Patto Gentiloni.

20180320 Achille Grandi 1913 Gentiloni

Il Patto Gentiloni, così denominato dal nome del presidente dell’Unione elettorale cattolica, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, è stipulato in occasione delle elezioni politiche di quell’anno. Dalla formazione del regno d’Italia i cattolici si erano tenuti al di fuori della vita politica, seguendo i dettami del non expedit di Pio IX.

Come accennato, già nel 1904 papa Pio X allentava il divieto consentendo ai cristiani di recarsi alle urne. Nel 1913 le elezioni rappresentano un pericolo ancora maggiore in forza del nuovo sistema elettorale (1912) che estende a tutti i maschi la facoltà di voto: i rischi di un’affermazione socialista sono alti. Gentiloni, appoggiato da Pio X, dirama una circolare ai dirigenti delle associazioni cattoliche in cui enuclea i sette punti che i candidati ministeriali, per lo più di fede giolittiana, devono accettare per ricevere il sostegno.

I sette punti d’impegno, detti anche «Eptalogo», che ogni candidato doveva sottoscrivere, erano:

  1. Difesa delle istituzioni statutarie e delle garanzie date dagli ordinamenti costituzionali alle libertà di coscienza e di associazione, e quindi opposizione anche ad ogni proposta di legge in odio alle congregazioni religiose e che comunque tenda a turbare la pace religiosa della Nazione;
  2. Svolgimento della legislazione scolastica secondo il criterio che, col maggiore incremento alla scuola pubblica, non siano fatte condizioni che intralcino o screditino l’opera dell’insegnamento privato, fattore importante di diffusione e di elevazione della cultura nazionale;
  3. Sottrarre ad ogni incertezza ed arbitrio e munire di forme giuridiche sincere e di garanzie pratiche, efficaci, il diritto dei padri di famiglia di avere pei propri figli una seria istruzione religiosa nelle scuole comunali;
  4. Resistere ad ogni tentativo di indebolire l’unità della famiglia e quindi assoluta opposizione al divorzio;
  5. Riconoscere gli effetti della rappresentanza nei Consigli dello Stato, diritto di parità alle organizzazioni economiche o sociali indipendentemente dai principii sociali o religiosi ai quali esse si ispirino;
  6. Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli istituti giuridici di giustizia nei rapporti sociali;
  7. Appoggiare una politica che tenda a conservare e rinvigorire le forze economiche e morali del paese, volgendole a un progressivo incremento dell’influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.

Molti candidati liberali accettano queste condizioni contando sull’appoggio della rete capillare e organizzata delle parrocchie e dell’associazionismo confessionale.

Il Patto Gentiloni, pur non arrestando la crescita delle formazioni socialiste, che raddoppiano i propri deputati, riuscirà a garantire la maggioranza alle forze moderate e conservatrici.

A Como già da tempo era emerso un contrasto di opinioni: mentre il vescovo e la Direzione Diocesana si opponevano alla presentazione di liste cattoliche, invitando piuttosto, al momento delle elezioni, a far convergere i voti sui liberali moderati che avessero sottoscritto alcuni punti programmatici favorevoli alla Chiesa, Grandi, che pur di quella Direzione era il segretario esprimeva la propria opposizione.

Quando nel 1913 viene stipulato ufficialmente il Patto Gentiloni, Grandi non ne è dunque entusiasta. Tuttavia, vista l’impossibilità di un’azione politica autonoma da parte dei cattolici per il veto posto dalla Santa Sede, è disposto ad accettare un’alleanza “tattica” coi liberali moderati, purché fondata sulla chiarezza dei rapporti e su di un preciso accordo programmatico.

Il contrasto tra il vescovo mons. Alfonso Archi, fermamente deciso a farsi ubbidire dai cattolici comaschi nelle loro scelte elettorali, e Achille Grandi avviene dunque non tanto su questioni politiche nazionali ma sulla scelta specifica dei candidati da appoggiare. Di fatto si determina un durissimo contrasto tra il vescovo, che appoggiava la candidatura del liberale Paolo Carcano, e la Direzione Diocesana, che vi si oppone accusando Carcano di essere notoriamente massone e anticlericale, e gli preferisce il moderato Giuseppe Ferrari, più vicino alle posizione dei cattolico-sociali. Venne eletto Carcano e Achille Grandi rassegna (più o meno volontariamente) le proprie dimissioni.

E’ una conclusione amara, che mette in evidenza il carattere dell’uomo, ma anche le contraddizioni del movimento cattolico. […] Nondimeno, nella vicenda, la personalità di Grandi comincia ad acquistare i contorni di rilievo del cattolico convinto, non accomodante, né disposto ai facili compromessi. Non si lascia intimorire nemmeno dal fatto che, per lui, la disapprovazione del vescovo, significhi anche la perdita del posto di lavoro. Ciò non basta, certo, ad accreditare l’immagine di un Grandi impavido e inflessibile, pronto a sfidare le gerarchie ecclesiastiche; ma mette in rilievo la coerenza dei suoi comportamenti, per cui preferisce trarsi in disparte, piuttosto che rinnegare le proprie scelte.

Walter Tobagi, Grandi e l’unità sindacale

Così, facendo riferimento a questa vicenda, tratteggiava la figura di Grandi in una intervista mons. Teresio Ferraroni, Vescovo successore di Archi e da sempre molto legato al mondo del lavoro:

Le contrapposizioni fanno sempre soffrire. Perché gli ideali che si infrangono lasciano sempre una grande sofferenza. Ed è indiscutibile che Grandi avesse un profondo ideale cristiano ma contemporaneamente un profondo ideale umano nei confronti della classe operaia. È evidente che Grandi giovane univa nella sua intelligenza, e soprattutto nel suo cuore, univa queste due grandi idealità e lui riteneva veramente che si potesse essere perfettamente cristiani, santamente cristiani, e impegnati per la liberazione di un mondo operaio che viveva in condizioni disumane, aveva detto la Rerum novarum … ed era di pochi anni prima. Quindi Grandi era profondamente convinto di questa coerenza di cose.

Si è trovato, ad un certo momento, che almeno apparentemente questa coerenza non esisteva. Questa contraddizione tra la sua obbedienza a questa autorità che lui riconosceva e l’obbedienza ad un’ideale che per lui era irrinunciabile deve essere stato certamente un momento di grande sofferenza.

L’individuo che sa obbedire senza piegarsi, che sa obbedire stando diritto, che non confonde l’obbedire con il piegare la schiena, che non confonde l’obbedire con lo strisciare ai piedi di un potente, ma che comprende che si può stare diritti, forse mandando giù delle lacrime che ti vengono perché è il dramma della tua personalità, senza che nessuno si accorga di questo tuo dramma, per me è una lezione di vita, una delle più grandi lezioni di vita che Grandi ha lasciato al mondo cattolico comasco. Per un cristiano obbedire non è strisciare.

mons. Teresio Ferraroni

 

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