Sacra ospitalità

dal profilo facebook di fratel Ignazio de Francesco, monaco della Piccola famiglia dell’Annunziata.

Sacra ospitalità. Si allungano le ombre sul villaggetto palestinese adagiato in un piccolo wadi, qualche chilometro a nord di Ramallah. Abitando in posizione un po’ più elevata rispetto al livello delle case abbarbicate sui due fianchi della valletta, possiamo assistere allo spettacolo serale di questo presepe vivente: lo scambio delle visite. L’aria primaverile è tiepida e la gente se ne sta fuori, nei cortili e a bordo strada. Ci sono sedie e tavolini, sui quali viene deposto il tè caldo con la na’na’, la menta, e i bicchierini. Gli anziani seduti comodi, gli adulti a far corona, i capannelli dei giovani, i bambini a sciami incontrollabili. Né cinema né teatro, né mare o sciate, il relax del villaggio è scambiarsi le visite. Uno dei tratti più belli dell’umanità araba/islamica.

Mi era stato inculcato dall’infanzia un “principio sacro”: non si piomba a casa di qualcuno senza preavviso, salvo che in caso d’incendio. Se poi ci si era accordati per una visita alle 18, guai arrivare alle 17,45: vorrai mica mettere la gente in imbarazzo? Di là dal mare, soprattutto in ambiente rurale, ho appreso una cosa straordinariamente nuova: non c’è niente di più bello che ricevere visite, specie quelle a sorpresa. Per esperienza diretta posso testimoniare della capacità di mobilitazione generale in occasione di un ospite inatteso. Chi corre qui, chi là, chi va a chiamare altri vicini, chi tira il collo alla gallina. Di fronte a questi andirivieni mi sono detto che la famosa scena biblica di Abramo, già vecchissimo, che scatta come un ragazzo per accogliere tre misteriosi ospiti giunti alla sua tenda “nell’ora più calda del giorno”, non era un’invenzione letteraria ma l’espressione di un modo di essere che si trasmette da millenni e rimane vivo ancora oggi.

“Chi crede in Dio e nell’Ultimo Giorno dica bene (del prossimo) o taccia. Chi crede in Dio e nell’Ultimo Giorno sia generoso con il vicino. Chi crede in Dio e nell’Ultimo Giorno sia generoso con l’ospite”. In questo detto, famosissimo concentrato di galateo islamico, l’ospitalità dell’estraneo è posta al centro. A differenza di altri testi, dove è chiaramente in gioco il rapporto tra fratelli di fede, qui non si dice che l’ospite sia necessariamente un musulmano. La bella virtù dell’ospitalità è per sua natura ecumenica e interreligiosa. Certo, come tutte le virtù islamiche anche quella dell’ospitalità è stata minutamente trattata nei manuali di diritto: condizioni, limiti, modi dell’ospitalità ecc. Ma il tratto della generosità sgorga da un cuore per il quale l’ospite è anzitutto un dono. È la gioia di aprire le porte, di accogliere, di rendere facili le cose difficili. Persino pelare una mela. Il padrone di casa ti si siede davanti con un tavolino e un bel cestino di frutta, pela, taglia e può giungere a metterti gli spicchi in bocca, come segno supremo di intimità tra te e lui. Forse per chi non è abituato può risultare un po’ imbarazzante, e un brivido percorre la schiena quando, soprattutto in ambienti rurali, il padrone di casa scompare e dopo un po’ rientra raggiante porgendoti la shoraba, un gran coppa colma sino all’orlo di grasso di montone liquido. In questi casi forse uno gradirebbe una variante anglosassone dei costumi beduini, del tipo: “Bevi qualcosa?” “Grazie, sono a posto”.

I ricordi di un anziano professore di lettere arabe mi hanno trasmesso un esempio alto, eroico, di questo senso dell’ospitalità. Un fatto di cronaca accaduto alcuni anni fa nelle campagne intorno a Madaba, Giordania. In una sera buia e piovosa di inverno, su una stradetta curvosa tra gli olivi un uomo perde il controllo della propria vettura e finisce fuori strada. Sulla traiettoria del veicolo c’è un anziano contadino che rimane travolto e ucciso sul colpo. Sovente in questi casi la polizia, appena giunta sul posto, preleva l’investitore e lo mette in cella di sicurezza, non per punirlo ma per proteggerlo da improvvise incontrollabili vendette del clan della vittima. Passati i giorni del cosiddetto “fawr al-dam”, ribollimento del sangue, i due rispettivi clan s’incontrano, siglano la pace, si accordano per il versamento di una somma compensativa come “prezzo del sangue”.

L’omicida si allontana a piedi, disorientato, terrorizzato. Sa che la cosa più urgente da fare è mettersi al sicuro dall’ira dei parenti, ma la campagna notturna è infestata di cani randagi, e anche quelli sono un pericolo. Vede in lontananza una casa isolata. Si avvicina cauto. Sulla porta illuminata scorge soltanto un’anziana donna. Si fa coraggio, si avvicina, le racconta quel che è accaduto, la supplica di farlo entrare e dargli rifugio per qualche ora: “Entra, entra figlio mio. Questa è casa tua. Sappi che l’uomo che hai ucciso è mio marito, e i nostri parenti ora ti stanno cercando. Ma ora che sei entrato sotto il mio tetto nessuno potrà farti del male. Aspettiamo insieme la polizia e poi te ne andrai per la tua strada. Non avere paura, tu sei il mio ospite».

Ignazio de Francesco

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