Chiesa e mafia: il cacio e i topi

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Voglio segnalare, dal blog monotematico «Mafie» curato dal giornalista Attilio Bolzoni sul portale di «Repubblica», un’interessante serie (tuttora in corso) sui rapporti tra mafia e fede.

Vi si apprendono cosa interessanti, al di là dei riferimenti al “solito” cardinal Ruffini (arcivescovo di Palermo negli anni Cinquanta e Sessanta) e ad altre figure ecclesiastiche più o meno legate – se non addirittura affiliate – a Cosa Nostra: don Agostino Coppola, che sposò Totò Riina in latitanza o fra Giacinto Castronovo detto “fra Lupara”… Cose di cui restare perplessi come cattolici, ma pure luminosi esempi di riscatto e coraggio: da don Puglisi al giudice Livatino, dalla “scomunica” di Giovanni Paolo II ad Agrigento – giusto 25 anni fa – a quella di papa Francesco.

Vorrei però risalire dall’aneddotica spicciola portando alla riflessione comune alcune delle questioni sollevate dai vari autori nel blog stesso, in quanto ritengo che la nostra posizione di cattolici italiani navighi ancora – generalmente parlando – in varie ambiguità, allorché si parla di criminalità organizzate. Ecco dunque qualche spunto.

Nota il giornalista Massimo Lorello: «Cosa nostra ha cercato sempre di legittimarsi attraverso un legame a filo doppio con il mondo cattolico. Dal prete di borgata all’alto prelato. E attraverso anche un’ostentata devozione a Dio, ai santi e alla Madonna (…) Attraverso la religione i boss hanno conquistato tanto consenso popolare facendo forza sul perdono senza limiti che Dio concederebbe a tutti».

Aggiunge la sociologa Alessandra Dino: «Occorre chiedersi il significato delle devozioni e dei riti religiosi, il ruolo svolto dalla “fede” dentro i contesti criminali (…). Col suo ricco corredo di riti e di cerimonie sacre, la religione offre agli “uomini d’onore” e alle loro donne certezze e modelli identificativi. Attribuisce sacralità all’organizzazione, prestigio all’autorità del capo; lenisce inquietudini e momenti di crisi, facendo da sostrato alla coesione del gruppo e agendo come agenzia primaria di produzione di senso. Chiedersi, quindi, quale sia lo spazio oggi occupato dalla questione mafiosa nella pastorale della Chiesa cattolica e nel dibattito ecclesiologico, significa – come ha scritto Rosario Giuè – confrontarsi con una “ferita aperta”. Pesano i silenzi dei ministri della Chiesa. Primo fra tutti quello della Cei sulle stragi di mafia degli anni ’90 (…) Lungo e travagliato l’iter che ha condotto la Chiesa a dichiarare inconciliabili mafia e Vangelo».

Riassume l’intellettuale Augusto Cavadi: «Chi segue i complessi rapporti fra Chiesa cattolica e mafie non può non constatare con soddisfazione la crescente consapevolezza, nei pastori e nei fedeli, dell’incompatibilità fra il vangelo e la lupara. Ma, con altrettanta lucidità, non può chiudere gli occhi su alcuni aspetti problematici (…) Prima di studiare strategie per cacciare i mafiosi dalla comunità ecclesiale, sarebbe più logico interrogarsi sulle ragioni per cui i mafiosi frequentano gli ambienti cattolici e tengono tanto a occupare posti di rilievo al loro interno (dirigenti di associazioni, superiori di confraternite rionali, amministratori di opere pie…). Si potrebbe scoprire una verità scomoda ma lampante: curie vescovili e parrocchie attirano mafiosi e amici di mafiosi come il cacio attira i topi, perché sono luoghi dove girano soldi e si muovono leve di potere. Sarebbe così – si chiedono alcuni teologi più schietti – se le comunità cattoliche vivessero in maniera più sobria, più libera dall’affarismo economico, dalle relazioni con ministeri e assessorati, dalle manovre elettorali?».

Roberto Beretta

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