I diamanti della Torah II: Il Mikvè. La Spa della nostra anima

Dopo il successo della prima edizione, torna on line la web series I Diamanti della Torah. Nella seconda stagione il Rabbino Shalom Hazan con Fabio Perugia scaverà nell’anima dei precetti ebraici. Qual è il significato del bagno rituale nel contesto della vita di coppia? Clicca http://chabadroma.org/3381576 per ulteriori informazioni sul Mikvè.

 

da Chabadroma.org, il sito dei centri romani del movimento ebraico Chabad-Lubavitch.

La Purezza Familiare – Taharàt Hamishpachà

Introduzione

La purezza familiare, Taharat Hamishpachà costituisce il fondamento più solido del matrimonio ebraico.

La purezza, la santità, hanno sempre caratterizzato la famiglia ebraica. Fondata sui precetti della nostra Torà, la Torà di Vita, ‘il matrimonio ebraico è designato con il termine ‘edificio eterno’. Tale duratura costruzione, grande e stabile, dalle solide basi, colpisce per il suo sviluppo armonioso, per la sua perennità attraverso tutte le convulsioni della storia, malgrado tutti gli sconvolgimenti di un mondo sovente ostile.

Assicurando il rispetto reciproco degli sposi, garantendo l’equilibrio dei figli, la purezza familiare, è stato il riparo inviolabile del focolare ebraico attraverso tutti i tempi. Esso è il segreto della nostra sopravvivenza, tanto per il popolo quanto per l’individuo. Così ci insegnano i nostri saggi: “Voi meritate il titolo di uomini per la purezza in cui siete nati”.

Quando si vive in osservanza delle leggi della Taharat Hamishpahà, i genitori creano per i loro figli, come per se stessi, un’atmosfera favorevole. Essi mettono al mondo un essere che porta in sé sia fisicamente che spiritualmente, il segno di un più grande raffinamento.

Nell’osservarle, è l’integrità del nostro popolo che noi preserviamo, poiché nel generare figli puri e santi, assicuriamo l’eternità personale e del popolo. Poiché al di fuori dell’importanza della Mitzvà, essa costituisce la preparazione al nostro ritorno in Israele, grazie alla venuta del Mashiach, il Messia.

Legge dì Niddà: breve prospetto

Il periodo mestruale della donna la rende niddà, tradotto letteralmente come separata o rimossa. Questo stato dura almeno cinque giorni, o più, fin quando il flusso non sia completamente cessato. Inoltre si contano altri sette giorni puliti, shivà neki’im.

Lo stato di niddà si può rimuovere soltanto con l’immersione nell’acqua di un mikvè casher, la notte dopo il termine del settimo giorno di purità. Durante questo periodo (di un minimo di 12 giorni) è severamente proibito alcun rapporto e contatto sessuale tra moglie e marito. Le stesse leggi si applicano in qualsiasi caso vi sia emissione di sangue non nel periodo mestruale, i.e., dopo un parto, ecc. È importante enfatizzare che lo stato di niddà persiste anche quando il flusso è cessato, finché la donna non s’immerge nel Mikvè. Il bagno o la doccia a casa non possono in alcun modo sostituire la funzione unica del mikvè o elevare la donna allo stato di purità; essi servono solo come passi preparativi all’immersione nel mikvè.

Visita a un Mikvè

Al primo sguardo, un Mikvè differisce poco da una piccola piscina. L’acqua vi sale all’altezza del busto e lo spazio è sufficiente perché tre o quattro persone possano starvi comodamente. Ci sono delle scale che discendono dentro l’acqua del mikvè per facilitarne l’accesso. Se guardate più da vicino, vedrete un piccolo buco da 8 a 10 cm. entro una delle pareti appena al di sotto del livello dell’acqua. Questo buco può apparire banale ma è ciò che conferisce al bacino lo statuto di mikvè.

Alla fine opposta di questo piccolo buco, c’è un tetto removibile al di sopra di un bor o cisterna che è la parte essenziale del mikvè. Questo bor è un piccolo bacino in sè, ed è riempito d’acqua piovana. L’acqua piovana deve arrivare dentro questa cisterna in una maniera assolutamente naturale. In alcuni casi, può essere ugualmente utilizzata acqua di sorgente, di ghiacciaio o di neve sciolta, è consigliabile consultarsi con un rav.

Due altri dettagli sono obbligatori per questa cisterna, oltre all’acqua piovana. Innanzitutto, questa deve contenere almeno 40 seà. Il seà è un’antica unità di misura biblica, equivalente approssimativamente a 18 litri di acqua di modo che il mikvè contenga circa 760 litri d’acqua piovana al minimo.

Inoltre, il bacino deve essere scavato nel suolo. Non deve essere di una struttura qualunque che si può sconnettere e trasportare come un barile, o una vasca. In certe condizioni si può costruire in un edificio.

Il bacino stesso può essere utilizzato come mikvè, ma siccome è più difficile cambiarvi l’acqua, serve piuttosto da sorgente ad un bacino che gli è collegato, e li conferisce così lo stato di Mikvè. Questo grande bacino può essere riempito d’acqua di rubinetto e venire cambiato ogni qualvolta sia necessario.

Il solo obbligo è che sia collegato all’acqua proveniente dal bor attraverso un’apertura di almeno 8 cm. di diametro. Unendo i due bacini e permettendo alle loro acque di mischiarsi, l’acqua del grande bacino acquisisce lo stesso stato di quella del bacino piccolo: il miscuglio delle acque dei due bacini è chiamato hashakà.

Possiamo adesso quasi visualizzare un mikvè. Vediamo dunque la sua utilizzazione: ci sono tre situazioni fondamentali dove l’immersione in un mikvè è richiesta dalla legge ebraica.

  1. Una donna non può avere relazioni intime con suo marito alla fine del suo ciclo mestruale, prima di essersi immersa nel mikvè. Questa è una legge biblica di massima severità.
  2. L’immersione in un mikvè è parte integrante della conversione all’ebraismo. Senza l’immersione la conversione non è valida. Ciò vale sia per le donne che per gli uomini.
  3. Le pentole, stoviglie e gli altri utensili alimentari fabbricati da un non ebreo devono essere ugualmente purificati attraverso l’immersione in un mikvè prima di essere utilizzati. Questa è una legge indipendente da quella del casherùt.

Vi sono altre circostanze in cui si utilizza il mikvè. Per esempio è usanza stabilita di immergervisi prima di Yom Kippur in segno di pentimento e purezza. Molti chassidim s’immergono prima del Shabbat per poter essere più recettivi alla santità di questo giorno e perfino ogni mattina. In questo contesto generale, l’immersione in un mikvè è un processo di purificazione spirituale.

Nei tempi antichi il mikvè aveva un’altro importante funzione legata ai tipi differenti di tumà o macchia rituale.

Tumà e Taharà – Impurità e purità

Perché, ci si potrebbe domandare, una donna viene designata impura durante il suo periodo mestruale? Perché, a causa di un processo naturale del suo corpo, deve provare sentimenti di inferiorità?

In breve (per una spiegazione più completa dei concetti di Tumà e Taharà, vedi il Dossier di Lubavitch News numero 17), i concetti di impurità e purità non hanno niente a che fare con l’interpretazione comune di queste parole, i.e. sporcizia e pulizia fisica. Questi sono invece, concetti spirituali legati alla santità e vitalità spirituale, taharà, e alla sua assenza Tumà.

Una donna attiene ad un potenziale enorme di santità attraverso la capacità divina di creazione per la quale il suo corpo si prepara ogni mese. Quando questo potenziale non è realizzato, la kedushà, fonte di vita e vitalità, si allontana, ed i residui della vita potenziale sono rimossi del corpo. Questa discesa mensile verso tumà non significa che la donna è, D-o ne liberi, peccatrice, degradata, inferiore, o marchiata. Al contrario, proprio perché ella ha il potere divino e sacro di creare un nuovo essere nel suo corpo, esiste la possibilità di una maggiore impurità.

Le forze dell’impurità si nutrono della kedushà, santità stessa, e quindi si installano proprio dove c’è una maggiore kedushà. Questo può essere paragonato ad un barile che ricolmo d’acqua fino al bordo, trabocca, ed annaffia anche le erbacce accanto.

La discesa temporanea della donna verso l’impurità di niddà, però, ha solo uno scopo e un fine: l’ascesa maggiore, attraverso l’immersione nell’acqua purificatrice del mikvè ad un livello ancor più alto di quello ottenuto nel mese precedente.

Qual è il ruolo del mikvè nel processo di trasformazione dello stato di tamè (impuro) a tahòr (puro)? La chassidut ci fornisce ancora una volta una risposta. Per elevarsi da un livello ad un’altro si verifica necessario un periodo transitorio di nullificazione. La seguente analogia ci sarà di grande aiuto per comprendere questo fenomeno.

Non appena un chicco è piantato nella terra, questo deve dapprima disintegrarsi, perdere la prima forma per poter spuntare. Di pari passo, per raggiungere un livello superiore dobbiamo anzitutto perdere, annullare, disintegrare il livello anteriore. Ed è allora che il mikvè trova la sua ragione di essere: ci immerge nelle acque del bittùl, dell’annullamento ma solamente transitorio. Come la chassidut insegna, le lettere ebraiche della parola bittùl, possono essere girate per leggere la parola tevilà – immersione. Un’altra indicazione del rapporto che unisce questi due termini.

La mitzvà del mikvè consiste nell’immergersi totalmente dentro l’acqua, senza che un solo capello ne rimanga fuori. Questa immersione assoluta e totale torna a farci perdere il nostro sentimento d’esistenza, d’indipendenza, per divenire un ricettacolo per il Divino.

Maimonide scrive nel suo Codice di Leggi Ebraiche, la Mishnè Torà (Mikvaot 11:12) che questa immersione esige la purezza e l’intenzione del cuore, la ferma volontà di purificarsi spiritualmente da tutti i pensieri cattivi e dai propri difetti, infine d’immergere la nostra anima dentro le acque della comprensione.

Il Rebbe di Lubavitch spiega che l’immersione nelle ‘acque purificatrici della comprensione’ è legata alla ingiunzione talmudica che stipula che a Purim dobbiamo bere ‘fino a che non facciamo più distinzione fra Hamman il maledetto e Mordechai il benedetto’. ‘Bere fino a che non si sa più’ significa che un ebreo non deve limitarsi (contentarsi) del quadro ristretto della propria comprensione della Torà, ma oltrepassare tutti i limiti per estirpare tutti i tratti negativi del carattere e tutte le idee cattive. L’acqua è uno dei simboli che rappresenta contemporaneamente la Torà e la Saggezza Suprema. La Torà ha il potere di purificare tutto quello che c’è di cattivo in noi e di elevarci nella spiritualità. L’acqua rappresenta per la sua insipidità l’attitudine di kabbalàt ol, l’accettazione del giogo divino, la sottomissione totale ed incondizionata all’adempimento scrupoloso delle mitzvòt.

Alcuni insegnamenti chassidici enfatizzano il legame stretto che esiste fra il mikvè ed il diluvio dell’epoca di Noè, chiedendo due domande: come mai l’acqua è stato lo strumento scelto per la distruzione degli uomini perversi di quella generazione? Perché il diluvio è durato un periodo così lungo, 40 giorni e 40 notti? D-o avrebbe potuto eseguire il Suo castigo in un solo giorno.

La risposta proposta è che il diluvio non aveva per obiettivo una semplice punizione bensì, essenzialmente, la purificazione del mondo. Infatti le acque ricoprirono quasi totalmente la terra e questi 40 giorni e 40 notti corrispondono alle 40 misure, seà, di acqua richieste perché un mikvè sia casher. Dopo il diluvio, il mondo fu purificato, puro.

Per ritornare al nostro soggetto, la legge ebraica asserisce che una donna non diventa pura fino a quando non esce dal mikvè e non quando vi si trova ancora immersa. Il Rebbe di Lubavitch spiega questo paradosso: lo scopo ultimo della nostra elevazione spirituale non è di uscire dal mondo, di vivere in eremità, isolati dentro la torre d’avorio confortevole della preghiera e dello studio.

Lo scopo della creazione è invece, di fare una dimora per D-o nel mondo. In altri termini è nostro dovere impregnare il mondo ed i suoi luoghi più bassi della spiritualità acquisita nel corso del nostro servizio divino. Siamo purificati non appena usciamo dalle acque del mikvè, non appena proiettiamo la nostra spiritualità all’esterno nel mondo.

40: la misura dell’uomo

La Torà ci dice (Levitico 12:2-4): «Quando una donna prolificherà e genererà un maschio sarà impura sette giorni; come nei giorni della sua mestruazione sarà impura… Dovrà poi attendere trentatrè giorni…».

Se noi contiamo i giorni richiesti per la purificazione dopo il parto, arriviamo ad un totale di 40.

I nostri saggi ci insegnano che 40 giorni rappresentano il tempo necessario ad un embrione per acquisire forma umana. Dal punto di vista della legge ebraica, un embrione ha lo statuto di essere umano 40 giorni dopo il concepimento. Questo concetto è ugualmente valido da un punto di vista scientifico, poiché è risaputo che l’embrione comincia a prendere una forma umana riconoscibile dopo un lasso di tempo di circa 40 giorni dal concepimento.

Questa ci aiuta a spiegare perché il diluvio descritto nella Torà durò 40 giorni. Secondo le interpretazioni tradizionali la colpa principale che condusse al diluvio fu l’immoralità, i cattivi costumi. Il midrash riporta che il diluvio durò 40 giorni perché questa generazione «pervertiva l’embrione che viene formato in 40 giorni».

Lo stesso concetto si applica ugualmente alla donazione della Torà, anch’essa legata all’idea della nascita. Il popolo ebraico nacque di nuovo sotto l’alleanza della Torà e la Torà stessa, nel venir trasmessa all’essere umano deve passare attraverso un processo di nascita. Come per la creatura umana questo deve prendere 40 giorni – questi stessi 40 giorni e 40 notti che Moshè trascorse senza bere né mangiare sul Monte Sinai.

Lo stesso ragionamento ci spiega perché gli Israeliti passarono 40 anni nel deserto. Quando Moshè inviò delle spie ad esplorare la Terra santa la Torà riporta (Numeri 13:25): «Tornarono dalla esplorazione del paese al termine di quaranta giorni». Le spie sapevano che gli Israeliti dovevano passare attraverso una rinascita spirituale prima di entrare nella Terra Santa. Perché essi potessero conoscere questa rinascita e commentarla in seguito, gli esploratori passarono 40 giorni nel paese. Nel frattempo, non furono degni del paese, e dunque riportarono un rapporto negativo.

Di conseguenza a tale rapporto, gli Israeliti si ribellarono contro Moshè non volendo credere che D-o avrebbe loro concesso il paese. Fù decretato allora che dovessero passare 40 anni nel deserto, come dice la Torà (Numeri 14:34): «Secondo il numero dei giorni durante i quali avete esplorato il paese, cioè quaranta giorni, un anno per ogni giorno, voi sopporterete la punizione delle vostre colpe per quarant’anni». Questi 40 anni rappresentano ancora un altro modo di rinascere; la rinascita di un’intera generazione che sarà degna infine di entrare nella Terra Santa.

Constatiamo che il numero 40 rappresenta il processo di nascita. Come menzionato, è legato alla misura dell’essere umano. Questo spiega ugualmente i 40 seà d’acqua che deve contenere il Mikvè. Il Mikvè ugualmente rappresenta la matrice e questi 40 seà sono dunque paralleli ai 40 giorni durante i quali si forma l’embrione.

Pubblicato nel Lubavitch news N 18, Chabadroma.org in collaborazione con Chabad.it

 

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