Thomas Merton: Domande e risposte tra Tudor Petcu e Gianni Tadolini

Proponiamo l’intervista di Tudor Petcu a Gianni Tadolini sulla figura di Thomas Merton. Gianni Tadolini è iscritto all’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna, coordinatore della Sez. di Neuroscienze della Ass. “G.M. Balzarini”, coordinatore del Gruppo P.A.C. – Psicologia Animale Comparata – Italia, membro O.S.A. – Oltre la Sperimentazione Animale – associazione scientifica, membro della Associazione Thomas Merton – Italia – associazione culturale, membro di “Essere Animali” – associazione animalista. Scrive Tadolini sul suo sito http://www.gianni-tadolini.it/ a proposito del suo “incontro” con Merton: «Il mio rapporto con Thomas Merton nasce nell’anno stesso in cui Merton muore, il 1968. Merton muore ancora giovane, dopo 26 anni trascorsi nell’abbazia trappista di Nostra Signora del Getsemani, nel Kentucky: io avevo compiuto 18 anni. Nella primavera mio padre aveva acquistato, in una bancarella di libri usati, Nessun uomo è un’isola, un saggio di Merton dei primi anni cinquanta, uscito in seguito anche in italiano per le edizioni Garzanti. Non credo che mio padre lo abbia mai letto, ma lo lessi io».


Le chiederei innanzitutto di dirmi come dovremmo intendere la personalità di Thomas Merton, il ruolo che egli ha giocato nella vita della Chiesa.

Sicuramente Merton fu uno spirito inquieto e – non per caso – da giovane scelse, per la tesi di dottorato, di compiere uno studio sulla figura del poeta mistico-visionario William Blake, studio intriso dell’anelito alla libertà. La sua adesione al cattolicesimo ed alla vita consacrata, di conseguenza, non furono esenti da sentimenti contraddittori: da un lato seppe vedere, nel voto monastico dell’obbedienza, la rinuncia al Sé e l’abbandono totale al volere di Dio, dall’altro fu spesso intollerante e critico verso gli atteggiamenti autoritari della gerarchia, ad iniziare dalle imposizioni che spesso i superiori nell’Ordine dei Trappisti lo costrinsero a subire, fino al divieto di parlare e scrivere “di pace e di guerra”, che gli giunse da don Gabriel Sortais, allora abate generale, nell’aprile del 1962, in piena guerra del Vietnam. Possiamo dire quindi che il rapporto tra Merton e la Chiesa fu tipicamente “profetico”. La storia della Chiesa è costellata da figure profetiche mal tollerate – o addirittura osteggiate all’inizio dall’istituzione ecclesiale – poi riammesse ed additate ad esempio solo in un secondo tempo. In Italia basti ricordare la figura di don Lorenzo Milani. Certamente l’ostilità mostrata da una parte della Chiesa cattolica, soprattutto negli Stati Uniti, mise in luce la grandezza e l’autorevolezza del nostro autore, invece che mortificarla: Merton ebbe milioni di lettori cattolici, religiosi e laici, ed intere generazioni trovarono ispirazione nei suoi scritti, sia a livello spirituale che politico.  Quindi – ribadisco – il suo ruolo nella Chiesa fu assolutamente profetico.

Quale sarebbe la sua prospettiva sul rapporto tra teologia e letteratura nel lavoro svolto da Thomas Merton? Si potrebbe parlare anche di una letteratura teologica che Thomas Merton ha lasciato come eredità?

Merton fu fondamentalmente un saggista e l’opera poetico-letteraria, in senso stretto, non deve essere considerata di primaria importanza. Né si può considerare un capolavoro letterario la sua autobiografia, La montagna dalle sette balze. In generale la produzione del nostro monaco, quindi, non fu “narrativa”, se non in minor parte. Ciò non toglie che Merton fu profondamente influenzato dalla letteratura e dalla poesia e la sua “capacità di raccontare” rese i suoi saggi particolarmente affascinanti, anche per coloro che non erano interessati in maniera specifica alla teologia spirituale. Probabilmente il successo enorme ottenuto dalla sua autobiografia, sia nelle edizioni in lingua inglese, che in molte altre lingue, dipese proprio da questo: saper descrivere con uno stupendo stile narrativo una complessa vicenda spirituale.

Sebbene l’opera di Thomas Merton sia grandissima e tutti i suoi scritti richiedano ancora qualche chiarimento, mi interesserebbe tuttavia domandarLe qual è dal suo punto di vista il romanzo di Thomas Merton che potrebbe essere considerato un capolavoro?

Riprendo il concetto appena espresso: non c’è un romanzo di Merton che possa essere considerato un capolavoro. Merton fu un saggista, non un romanziere! Tuttavia alcune opere narrative in prosa hanno indubbiamente un apprezzabile valore letterario. Quella più interessante è sicuramente Hagia Sophia, un poema in prosa scritto nei primi anni ’60. Ancora c’è un dramma, con forte impronta profetico-apocalittica: The Tower of Babel, edito a New York, credo nel 1957.

Da un altro lato, La prego di dirmi come descriverebbe Lei i rapporti che Thomas Merton ha sviluppato con le altre religioni, in considerazione del fatto che egli è stato un promotore del dialogo inter-religioso, avendo avuto strette relazioni con lo scrittore giapponese D.T.  Suzuki, con il monaco buddista Buddhadasa o con il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh.

Il dialogo con le altre religioni toccò Merton al culmine della sua maturazione umana e spirituale. E’ mio parere però che tutta l’opera di Merton – ad iniziare da La montagna dalle sette balze, fino agli scritti che testimoniano il suo incontro con le culture orientali, soprattutto Diario asiatico e Lo Zen e gli uccelli rapaci – contenga un potente afflato inter-religioso: Merton fu un contemplativo e il suo pensiero, la sua preghiera, il suo slancio interiore furono rivolti a Dio, non a un dio ridotto a dio-cattolico. Il contemplativo si apre al Dio-Tutto, al Dio di tutte le cose e di tutto il creato: Deus meus et Omnia, recitava San Francesco d’Assisi. Quindi Merton ebbe “in pectore” il dialogo con le altre religioni fin dal momento della conversione. Poi, per il Merton maturo – assetato di silenzio, di
contemplazione e di sentieri che vanno ben oltre i limiti e le ristrettezze dell’umano pensare – il buddhismo (soprattutto il buddhismo-Zen) rappresentò un contesto culturale di vicinanza e contatto in cui poter realizzare, almeno in senso ideale e mistico, l’Ut unum sint, così tanto auspicato in teoria all’interno della Chiesa.

Ora Le sarei grato se potesse mettere in evidenza l’importanza di A Midsummer Diary for M, visto l’impatto che Margie Smith ha avuto sulla vita e personalità di Thomas Merton.

Certamente l’incontro di Merton con Margie Smith fu devastante per il nostro monaco – e
A Midsummer Diary for M lo lascia intendere. Quando dico “devastante”, però non mi esprimo in senso negativo. Merton, prima della sua conversione, ebbe frequentazioni con donne – più o meno sue coetanee – e da una di loro ebbe anche un figlio. Tuttavia è chiaro che nessuna di queste relazioni fu veramente importante. Con Margie, nonostante la forte differenza d’età, fu diverso. Ho sempre pensato che la vicenda affettiva che lo vide profondamente coinvolto con la giovane infermiera fosse stata l’unica esperienza di amore della sua vita. Merton fu di fondo un anti-dogmatico, e lo fu anche per ciò che riguardava la sua sfera personale ed intima. Quindi i limiti imposti dallo stato religioso e monastico, dai voti e dalle consuetudini celibatarie cattoliche, non dovevano costituire una barriera di fronte al proprio sviluppo spirituale ed umano. Merton intravvide in Margie Smith la possibilità di una realizzazione psicobiologica alla quale probabilmente non era ancora giunto. Poi fu frenato dal bigottismo imperante della cultura cattolica di quegli anni, soprattutto negli Stati Uniti, oltre che dalla consapevolezza che milioni di suoi lettori sarebbero rimasti confusi da un suo eventuale lasciare l’abito religioso. Non v’è dubbio: Merton uscì da quella storia a fatica e massacrato; chi gli fu vicino ed i suoi biografi più onesti ne hanno ampiamente reso testimonianza. E’ inutile ed irrispettoso nei confronti del nostro grande ed illuminato scrittore liquidare l’amore fra Merton e la Smith come una banale scivolata, come il piccolo peccato di un uomo ormai all’inizio della fase discendente della parabola della vita. Quell’amore, in realtà, fu ricco e stracolmo di significati ed insegnamenti che è doveroso, da parte nostra, avere il coraggio di riconoscere ed interpretare.

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