Quel cingolo insanguinato

da Acli.it, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani.

Lunedi 15 ottobre, prima della celebrazione della S. Eucaristia di ringraziamento per la canonizzazione di Oscar Romero, è stata mostrata ai fedeli presenti, più di cinquemila, una reliquia del martire salvadoregno. Era il cingolo insanguinato che cingeva il suo camice il giorno della uccisione il 24 marzo 1980, mentre stava celebrando la S. Messa nella cappella del piccolo ospedale “Divina provvidenza” in San Salvador. Si concludeva così nel martirio la vita di questo vescovo ora santo, che l’aveva spesa integralmente per il Vangelo e la dignità del suo popolo, in quel tempo massacrato da un regime militare che sosteneva le famiglie più ricche di El Salvador, negando qualsiasi diritto alla popolazione misera che richiedeva di essere pagata per il proprio lavoro. È stato un momento di forte emozione per tutti e che anch’io ho condiviso con sacerdoti e fedeli salvadoregni.

S. Oscar, entra progressivamente, dopo la sua nomina nel febbraio 1977 a contatto con i drammi e i patimenti del suo popolo. In una in una omelia del 30 ottobre 1977 disse: “El pastor tiene que estar donde está el sufrimiento” (Il pastore è là dove esiste la sofferenza). Romero quindi si immerge progressivamente nel martirio del suo popolo, ne condivide gioie e speranza, ma anche patimenti, offese, ingiustizie. Denuncia tutte le situazioni di violenza ed invita a partire dal Vangelo anche i ricchi a prendersi cura dei poveri aiutandoli nelle loro necessità basilari.

Egli ha sempre annunciato che la salvezza è dono che viene dall’alto, senza Dio, egli afferma in una sua omelia, non riusciamo a capire chi siamo. Però, seguendo la parola di vita di Gesù, Figlio del Dio vivente, non è possibile chiudere gli occhi sulla realtà. In un’altra delle sue straordinarie omelie disse che il gran male di El Salvador era l’adorazione della ricchezza, del denaro e del potere. Toccare questi fili voleva dire rimanere fulminati. Uccidendolo i mandanti, forse alcuni ancora in vita, hanno pensato di farlo tacere per sempre. Ora invece la sua voce, sostenuta dallo Spirito Santo è diffusa in tutto il mondo ed è sostegno degli umili, impoveriti, scartati che cercano nel Vangelo il senso della vita ma anche la forza per lottare per la loro dignità incancellabile di figli e figlie di Dio e che possono pregarlo ed invocarlo perché attraverso la sua intercessione si realizzi nella storia il regno di Dio. Il suo martirio quindi illumina anche il cammino di coloro che come lui vogliono mettersi al servizio di Gesù, vivente in mezzo a noi, che ci chiede però non solo di adorarlo, ma di vivere come lui, di fare nostri i suoi sentimenti.

Il vescovo santo Oscar Romero, ha donato tutta la sua vita per il Vangelo. Voler offrire se stessi per il regno di Dio significa ogni giorno essere martiri, testimoni quindi della parola di vita eterna. Quanti cristiani anche oggi, in tante parti del mondo vengono uccisi a motivo della loro fede o perché difendono i diritti umani e i diritti del creato.

Romero era ben cosciente della necessità di condividere la sorte del popolo a quel tempo oppresso e torturato, perché chiedeva semplicemente il rispetto della dignità umana e condizioni di vita più umane.

Egli diceva con chiarezza:

La chiesa soffre il destino dei poveri: la persecuzione. Essa si gloria di aver mescolato il sangue dei suoi sacerdoti, catechisti e delle comunità, con il popolo massacrato e aver sempre portato in se il marchio della persecuzione. precisamente poiché dà fastidio, la si calunnia e non si vuole ascoltare in essa la voce che denuncia l’ingiustizia.

Omelia del 12.2.1980

Sapeva che man mano aumentavano le minacce contro di lui, ma mai ha voluto ridurre o modificare l’annuncio della salvezza di Dio in Gesù che diventa reale dentro la carne storica dei suoi figli da liberare dal peccato e da ogni male che disumanizza.

Cristo ci invita a non avere paura della persecuzione, perché, credetelo, fratelli, chi si mette al fianco dei poveri, partecipa al loro stesso destino. E in El Salvador, sappiamo quale sia il destino dei poveri: sparire, essere torturati, catturati e riapparire cadaveri.

Omelia del 17 febbraio 1980

La grandezza evangelica di S. Oscar Romero è stata proprio quella di non retrocedere mai dinnanzi alle minacce, anche se umanamente egli aveva paura, di camminare nel buio dell’esistenza sostenuto dalla sua fede in Dio nelle cui mani metteva tutto se stesso.

Significative parole scritte durante il suo ultimo ritiro spirituale tenuto dal 26 al 29 febbraio 1980, un mese prima di essere ucciso:

Ho paura della violenza contro la mia persona. Sono stato avvertito di una serie di minacce proprio per questa settimana. Temo per la debolezza della mia carne, ma chiedo al Signore di darmi serenità e perseveranza. E anche umiltà perché sento la tentazione della vanità… Rinnovo così la mia consacrazione al Cuore di Gesù che è sempre stato la fonte di ispirazione e di gioia cristiana della mia vita. Affido anche alla sua provvidenza amorosa tutta la mia vita e accetto con fede la mia morte per quanto difficile essa sia. Né voglio darle un’intenzione, come vorrei, per la pace del mio paese e per la crescita della nostra chiesa… perché il Cuore di Cristo saprà darle il destino che vuole. Mi basta, per essere felice e fiducioso, sapere con certezza che in lui è la mia vita e la mia morte, che, nonostante i miei peccati, in lui ho riposto la mia fiducia e non resterò confuso e altri proseguiranno con più saggezza e santità il lavoro per la chiesa e la patria.

Egli ancora ci insegna a mettere i nostri passi nelle orme luminose di Gesù, amandolo e servendolo negli scartati del nostro tempo e nelle vittime di ogni latitudine, annunciando loro l’eterna verità del Vangelo: Gesù è buona notizia apportatrice di vita, perdono, speranza fraternità e piena giustizia. Davvero in Gesù splende la gloria del Padre poiché realmente la gloria di Dio è il povero che vive. Sant’Oscar Romero ci aiuti con la sua preghiera a vivere sempre in questo modo per essere ogni giorno testimoni, martiri del Vangelo di Gesù Cristo unica nostra gioia e salvezza.

don Antonio Agnelli, collaboratore Acli Cremona

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