Barth e il «totalmente altro»

da Riforma.it, il quotidiano on-line delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia.

«Totalmente altro»: l’espressione, riferita a Dio, è diventata famosa anche al di fuori della corporazione dei teologi. Bisogna ammettere che, in parte, tale popolarità è legata anche a una certa banalizzazione: in fondo, che Dio sia «diverso» (dagli essere imani, dagli animali, dal mondo), lo dicono tutti. Nella seconda versione del suo commentario all’Epistola ai Romani (1922), tuttavia, Karl Barth voleva dire qualcosa di più specifico e aggressivo: Dio e la fede cristiana non possono essere considerati il sigillo religioso dell’ordine ideologico e politico borghese. Nemmeno di quello socialista, certo: dal punto di vista di Barth, tuttavia, quest’ultimo è un pericolo secondario, date la storia e la cronaca delle chiese.

Il teologo, morto il 10 dicembre di cinquant’anni fa, ricorda spesso che il suo libro è nato dall’esigenza di dover predicare ogni domenica: la teologia universitaria non offriva, a suo parere, gli strumenti adatti per la prassi pastorale. La Bibbia veniva sezionata con i metodi della critica storica, ma alla fine il predicatore non sapeva bene che dire e di solito se la cavava appiccicando un’«attualizzazione» inventata lì per lì. Quella di Barth è invece una lettura biblica che si richiama piuttosto direttamente a quella dei riformatori, ma anche dei padri della chiesa antica. I filologi di professione non mancano di far notare una certa disinvoltura da parte dell’interprete, più o meno esplicitamente accusato di dilettantismo: la repubblica dei teologi, del resto, è oggi ancora ricca di esponenti che, a torto o a ragione (in ogni caso, e per evidenti motivi, fuori tempo massimo), ritengono di dover spiegare a Karl Barth gli elementi della critica biblica; e anche chi è impegnato nel ministero pastorale non può fare a meno di chiedersi se davvero il libro di Barth aiuti una predicazione incisiva ed efficace. Per quanto mi riguarda, non lo consiglierei a chi prepara una predicazione sul testo di Paolo, o almeno non come prima lettura.

Resta il fatto che quel libro, e ancor più gli sviluppi del pensiero barthiano, cambiano la storia, non solo della teologia. Quel Dio «totalmente altro», così teologico e per nulla moderno, si rivela, guarda un po’, politicamente più incisivo di tutti i discorsi sulla giusta autonomia delle realtà terrene. Dio è «laico» proprio perché è Dio. Anzi, già che ci siamo: solo Dio è laico. La Dichiarazione teologica di Barmen (1934) non era contro il nazismo, era per una chiesa degna di questo nome: esattamente per questo essa costituisce il documento teologico politicamente più esplosivo del XX secolo.

Barth, però, non si ferma qui. Nella fase matura della sua vita, «ri-tratta» le sue affermazioni giovanili. Il riferimento implicito è ambizioso, Retractationes è il titolo di un’opera di Agostino. Non si tratta di abiurare le tesi di un tempo, bensì di approfondirle in una prospettiva sorprendente. Barth aveva negato che, partendo dall’essere umano, si potesse arrivare a Dio. Ora afferma che, partendo da Dio, e precisamente dalla sua rivelazione in Cristo, l’essere umano del XX secolo, quello di Verdun, di Auschwitz e di Hiroshima, può accettare se stesso e vivere la vita come un dono. Poiché Dio è umano, afferma Barth, anche noi possiamo provare a esserlo. Dio è talmente altro, talmente diverso da noi, da poter essere lui, in Cristo, umano. Gli uomini e le donne, religiosi o laici, cristiani o no, non sanno che cosa significa umanità: solo Dio, in Gesù, lo può dire loro.

Solo Dio, solo Cristo, solo nella Scrittura: sono le parole della Riforma, Barth è il teologo evangelico più amato dai cattolici proprio perché offre un’idea credibile di che cosa può voler dire essere protestanti. Nel nostro tempo, oltre alle lezioni di critica biblica, egli deve ascoltare (è più probabile, però, che in cielo ascolti Mozart, così almeno si proponeva, quand’era in questo mondo) anche quelle di pluralismo religioso. In parte è saccenteria di chi, Barth, nemmeno si prende la briga di leggerlo; in parte si tratta di osservazioni sacrosante: se la chiesa è sempre da riformare, figuriamoci i teologi, compresi i più grandi.

Appunto, Dio è altro, anche rispetto a Karl Barth: e probabilmente anche il teologo sarebbe d’accordo.

Fulvio Ferrario

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