Federico II e gli ebrei. Breve storia dell’imperatore che discuteva il Talmud

da Joimag.it, il sito dell’associazione JOI, Jewish Open Inclusive.

Di pochi personaggi del passato si può dire che abbiano diviso e contrapposto gli animi, costringendo le persone a schierarsi, come di Federico II, imperatore tedesco e re di Sicilia nella prima metà del secolo XIII, di cui nel 2020 cadono gli 800 anni dall’ascesa al trono imperiale. Tra i protagonisti indiscussi, di volta in volta amato o odiato, del medioevo, definito “stupor mundi”, meraviglia del mondo, dai sostenitori, descritto come anticristo dalla propaganda papale, Federico anche molti secoli dopo la morte non ha smesso di dividere gli storici. Primo uomo moderno su un trono secondo Jacob Burckhardt, innanzitutto imperatore tedesco per Ernst Kantorowicz, uomo del suo tempo e del Mediterraneo per David Abulafia. Ma quali sono gli atteggiamenti di Federico nei confronti degli ebrei, all’epoca numerosi nel suo regno? Quale la politica dell’imperatore verso le comunità ebraiche?

Facciamo un passo indietro. Federico eredita il regno di Sicilia dalla madre Costanza, figlia del più grande dei re Normanni, Ruggero II, e la corona imperiale dal padre Enrico VI, figlio di Federico I, detto Barbarossa, protagonista della lotta con i comuni del Nord Italia nel secolo precedente. La condizione degli ebrei nell’Italia meridionale e in Germania all’alba del regno di Federico II è però molto diversa. In Sicilia una presenza ebraica è attestata dal tempo di Cicerone, nel I secolo a.e.v., ed è probabile che sia cresciuta con la conquista araba nel IX secolo. Secondo alcuni storici in Puglia e Sicilia gli ebrei arrivano al 5% della popolazione complessiva e godono di sostanziale libertà di culto. La situazione sembra non essere mutata con l’arrivo dei normanni, la cui amministrazione si pone nel solco di quella araba evitando grandi fratture. Il famoso viaggiatore spagnolo Beniamino da Tudela, pochi anni prima della nascita di Federico, si ferma a Palermo, segnalando la prosperità di una comunità ebraica composta da 1500 famiglie. A fronte di comunità ebraiche di poche decine di famiglie al massimo nel Nord Italia, Beniamino annota la presenza di 600 famiglie a Salerno, 500 a Napoli e Otranto e centinaia in numerose altre località. In Germania invece i primi pogrom in occasione delle crociate – nel 1096 e nel 1148 – hanno lasciato profonde cicatrici, segnando nella valle del Reno la fine di antiche comunità.

Nel 1215 il concilio lateranense IV voluto dal papa Innocenzo III impone un segno di riconoscimento agli ebrei. Il papa era stato tutore di Federico, che aveva ereditato la corona di Sicilia a soli 4 anni, ed è verosimile che eserciti influenza sul giovane re. Sappiamo che a Messina nel 1221 gli ebrei sono obbligati a portare la barba e un camiciotto “tinctum colore celesti”, come riporta il cronista Riccardo da San Germano. La barba e il segno azzurro sono ritenuti indispensabili perché altrimenti “i doveri e gli usi dei cristiani sarebbero stati confusi”. Nel documento di Messina, i cui provvedimenti in ogni caso non siamo certi siano stati effettivamente applicati, agli ebrei sono accostati altri due gruppi: le prostitute, di cui si dice che non potranno abitare in città, e gli attori e giullari, che andranno attentamente controllati perché inclini alla bestemmia. E’ notevole l’accostamento di ebrei, prostitute e attori nella distinzione, cioè nella separazione, dagli altri cittadini. Secondo Abulafia nel suo libro Federico II. Un imperatore medievale (Einaudi )- si evidenzia qui la connessione tra gruppi marginalizzati allo scopo di evitare la contaminazione.

La raccolta di leggi nota con il nome di Costituzioni di Melfi, il più chiaro programma di governo che Federico abbia enunciato, non cita il segno imposto agli ebrei di Messina dieci anni prima. Siamo nel 1231 e si è ormai consumata la rottura dell’imperatore con il papato. Nelle Costituzioni si chiarisce che gli ebrei devono essere protetti dalla violenza popolare perché dipendono direttamente dall’imperatore, sono cioè soggetti al fisco imperiale, dunque utili. Gli ebrei sono infatti “servi camere nostre”, servitori della Camera regia in Germania prima e poi anche nel Meridione e in Sicilia. Il possesso degli ebrei da parte dell’imperatore significa che gli ebrei sono sottoposti alla diretta giurisdizione dello stato, e non a quella dei poteri locali che Federico cerca con ogni mezzo di limitare. Tutta la politica di Federico è d’altronde finalizzata a favorire il potere centrale contro i poteri feudali; in una parola, a accentrare. Come ha chiarito Yosef H. Yerushalmi in un testo che non si occupa di Federico II – Servitori di re, non servitori di servitori, Giuntina – la secolare dipendenza diretta dai sovrani è per gli ebrei, che d’altronde avevano scelta limitata, una scommessa pericolosa. Gli ebrei dipendono in questo modo dai volubili desideri del regnante del momento, ma poiché sono possesso del re, vengono anche tutelati dal potere centrale perché chi li danneggia, danneggia il re.

Nel 1235 a Fulda, in Germania, vengono bruciati 35 ebrei per omicidio rituale, un’accusa che proprio in questi anni prende forma. Federico esige un processo per stabilire se gli ebrei siano collettivamente colpevoli e l’uso del sangue cristiano previsto nelle pratiche ebraiche. Per procedere a un giudizio corretto Federico consulta alcuni ebrei convertiti, che di solito non nutrivano alcuna simpatia per coloro da cui si erano allontanati con il battesimo, che chiariscono fonti alla mano come l’uso del sangue sia bandito dalla normativa ebraica. Le accuse di omicidio rituale sono perciò riconosciute false e condannate. Federico, che era stato nel frattempo scomunicato dal nuovo papa Gregorio IX, dopo le Costituzioni di Melfi e i fatti di Fulda viene descritto come filoebreo dalla propaganda papale. E’ un miscredente che preferisce gli ebrei ai cristiani nel ritratto di Richerio di Sénones, addirittura “anticristo” nella cronaca del frate francescano Salimbene di Adam. Inutile aggiungere che queste descrizioni dicono poco di Federico, molto invece della lotta senza quartiere tra papato e impero, con i pontefici che cercano di screditare in ogni modo l’imperatore.

Nel 1239, dopo la repressione dell’ennesima insorgenza dei musulmani ormai confinati nell’interno della Sicilia, Federico decide di trasferire con la forza i ribelli a Lucera, in Puglia. Questo provvedimento, insieme all’emigrazione in corso da decenni di arabi dalla Sicilia verso il Maghreb, spinge Federico non solo a ripopolare le zone disabitate con contadini lombardi, ma anche a invitare gli ebrei del Nordafrica a stabilirsi a Palermo e nelle altre città. E’ del 1247, invece, la notizia di una nuova sinagoga aperta a Trani, che secondo Attilio MilanoStoria degli ebrei in Italia, Einaudi – indicherebbe la fioritura delle comunità ebraiche durante il regno di Federico e la politica tollerante dell’imperatore. Si tratta di un giudizio che oggi la storiografia ritiene esagerato e fuorviante, ma su questo torneremo a breve. Attività agricole, mediche e legate all’usura sono attestate presso gli ebrei dell’Italia meridionale negli anni di Federico. Le attività più importanti, per le quali la popolazione ebraica gode di sostanziale monopolio, sono però la poco salubre industria della tintoria e la produzione e il commercio della seta.

La Sicilia araba e normanna era stata terra di confine e di incontro tra culture e tradizioni diverse. Ancora ai tempi di Federico, seppure in un contesto mutato e meno favorevole, la corte di Palermo rappresenta il terreno dell’incontro tra oriente e occidente, Europa germanica e mediterranea, un incontro che la stessa origine dell’imperatore, tedesca e siciliana insieme, ribadisce. Non sono pochi gli intellettuali ebrei alla corte di Federico, da Yaakov ben Abba Mari, collaboratore di Michele Scoto, a Mosè ibn Tibbon a Yehudà ben Shelomò haCohen. Si tratta di dotti per lo più di origine spagnola e provenzale che conoscono l’arabo e si dedicano a interessi filosofici e astronomici, oltre a partecipare al grande programma di traduzioni che nell’arco di pochi decenni mette nelle mani dei dotti dell’Europa cristiana molti testi medievali e antichi – basti pensare agli scritti di Aristotele – prima sconosciuti in Occidente.

A fronte di tutto questo, ha senso parlare di tolleranza per Federico? Come abbiamo visto, il giudizio entusiastico di Milano oggi viene considerato insufficiente perché trasferisce un concetto moderno che si è sviluppato a partire dal Seicento in un contesto medievale. Come chiarisce Kantorowicz in un’opera ancora oggi cardinale – Federico II imperatore, Garzanti – ai tempi di Federico, rispetto ai periodi precedenti arabo e normanno, crescono le restrizioni alle libertà delle minoranze musulmane, ebraiche e greche ortodosse. Il principio che informa tutta la politica di Federico, suggerisce ancora Kantorowicz, è l’utilità per lo stato. Questo spiega la violenta repressione di ogni tendenza centrifuga rispetto all’accentramento del potere, come quella definitiva nei confronti dei musulmani della Sicilia interna, da decenni in uno stato di malcontento e agitazione che di tanto in tanto aveva già trovato sfogo in aperte ribellioni. Di fronte all’insorgenza dei musulmani Federico non esita favorendone l’emigrazione o la conversione e addirittura deportandoli. Per questo stesso motivo l’imperatore reprime con violenza le eresie: gli eretici, infatti, sono non solo nemici della fede, ma anche dell’ordine politico e vanno perciò eliminati. Il controllo centrale da parte dello stato, e non un concetto anacronistico come quello di tolleranza, spiega la concessione del monopolio sulla tintoria e la seta a chi, come gli ebrei, dipende direttamente dal fisco imperiale. Ma l’esigenza di controllo, da parte dell’imperatore, non si ferma qui. Kantorowicz suggerisce che “gli ebrei potevano, anzi dovevano vivere secondo i loro costumi, purché non venissero a detrimento dello stato”. In questo modo non solo le attività commerciali e le imposte, ma anche i costumi vengono in qualche modo controllati dal potere politico, che stabilisce i confini entro cui i sudditi possono muoversi. Uno stato forte e un potere accentrato sono cifre del governo di Federico e motivi della sua lotta contro il papato e i privilegi di città e feudi. Questo approccio strumentale è manifesto anche nella politica verso gli ebrei. Abulafia, che ha aperto una nuova stagione di studi su Federico in polemica con Kantorowicz, sottolinea come i provvedimenti dell’imperatore che riguardano gli ebrei si muovano in direzioni divergenti. Ma questo, come chiarisce lo stesso Abulafia, è dovuto all’adattamento di volta in volta all’obiettivo costante di controllo. E’ eloquente il paragone tra la politica pragmatica e strumentale di Federico a quella visionaria e fanatica del contemporaneo re di Francia, Luigi IX il Santo: alla corte del primo il Talmud viene discusso (e, come abbiamo visto, utilizzato per smascherare l’accusa di omicidio rituale), a quella del secondo bruciato pubblicamente.

Come è stato descritto, infine, Federico II dalla tradizione ebraica? L’imperatore viene ritratto come filoebreo dal poeta e storico Samuel Usque, ebreo portoghese rifugiato in Italia nella prima metà del secolo XVI. Ma sono gli stessi ebrei contemporanei di Federico i primi a disegnare questa immagine storicamente inattendibile ma molto indicativa. Uno degli intellettuali di spicco alla corte dell’imperatore, Yaakov ben Abba Mari, dedica a Federico le traduzioni compiute su Aristotele, Tolomeo e l’astronomo arabo Al-Fargani. La dedica si chiude con l’augurio che il messia possa comparire proprio al tempo di Federico, “amico della sapienza”. Un augurio che non ha nulla di retorico, poiché il 1240 corrisponde, nella cronologia ebraica, all’anno 5000, preconizzato all’epoca per la venuta del messia.

Giorgio Berruto

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