La guerra e i testimoni di pace. Alex Langer

da Aclilombardia.it, ACLI Lombardia APS, Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani Lombardia.

Alex Langer è stato un eccezionale apostolo di verità e di giustizia, di libertà e di amore. L’ho conosciuto, l’ho apprezzato e talora mi pare ancora di sentire la sua voce al telefono, che mi invita ad andare con lui ed altri seminatori di pace a Sarajevo, in momenti ardui, difficili e contrastanti. Sì, Alex è stato un uomo vissuto nel servizio: agli altri e in piedi.

Sono commosse le parole che il cardinal Capovilla qualche anno fa usò nell’introdurre il libro scritto da Marco Boato per fare memoria di questo  uomo senza frontiere, sempre un passo in avanti, nato in terra di frontiera, a Sterzing/Vipiteno, in Trentino Alto Adige/Sud Tirolo.

Cresciuto in un luogo di diversità linguistica e di forte contrapposizione etnica, Langer aveva capito presto il pericolo del particolarismo che inocula negli uomini – anche a quelli che pensano di esserne immuni –  il germe del settarismo.

Cattolico autodidatta, come gli piaceva definirsi, aveva studiato con La Pira, conosciuto padre Balducci e don Lorenzo Milani di cui aveva tradotto in tedesco la “Lettera ad una professoressa”.

Un uomo che per tutta la vita ha costruito ponti, attraversato confini, unito popoli:  viaggiatore leggero (titolo di un magnifico testo che raccoglie alcuni suoi interventi, pubblicato alcuni anni fa da Sellerio), saltatore di muri, a cavallo tra mondi e culture.

Un uomo che era difficile rinchiudere in una etichetta: era troppo poco dire che era un militante, un politico, un pacifista, un ecologista. Ogni volta la sua acuta intelligenza lo poneva oltre l’immagine che di lui potevi farti.

Un uomo senza patria e con molte patrie, intellettuale che parlava cinque lingue e aveva cinque vite, il politico di una politica che non esiste e che ci piacerebbe: rendeva pubbliche le entrate e le uscite di denaro quando ancora tangentopoli era ancora molto al di la da venire.

Il pacifismo concreto

In un convegno sull’azione nonviolenta a Verona del 1992 Alex Langer propose una classificazione del pacifismo in tre categorie: il pacifismo tifoso, che ha sempre bisogno di un nemico per mobilitarsi, il pacifismo dogmatico che non tiene conto della realtà e si sente vincolato solo ai suoi inossidabili principi e il pacifismo concreto. E’ il pacifismo concreto che della realtà tiene conto e che mette in campo iniziative utili e fattive. Sono le più diverse: la solidarietà e l’aiuto umanitario, la diplomazia dal basso, il sostegno alla società civile, l’interposizione nonviolenta.

In ex Jugoslavia – ricordava Langer – era proprio il pacifismo concreto che si stava mettendo alla prova con l’aiuto agli sfollati, l’organizzazione di campi profughi, l’invio di aiuti, la promozione degli incontri tra oppositori alla guerra delle diverse nazionalità.

Le guerre jugoslave costringevano i pacifisti a mettere da parte i dogmi e i principi inossidabili e nello stesso tempo ad archiviare la ricerca del nemico contro cui organizzare marce e manifestazioni.

Lui stesso, ad un certo momento, arrivò ad auspicare un intervento internazionale che ponesse fine ai combattimenti, alle carneficine di civili, agli assedi di stampo medievale. Un’azione militare che portasse alla riduzione del danno, cosa che avvenne e che portò i serbi aggressori a sedersi al tavolo delle trattative a firmare un accordo che, seppur traballante, ha tenuto sino ad oggi.

Riparare il mondo

Alex Langer è stato un uomo che, in anticipo rispetto alla boria del tempo, amava citare un motto: lentius, profundius, suavius ovvero più lento, più profondo, più dolce. E’ il detto che si contrappone all’olimpico Citius! Altius! Fortius! cioè Più veloce! Più in alto! Più forte!

Un uomo che sentiva l’incombenza improcrastinabile di “riparare il mondo”. Non si trattava più di costruirlo  ma  di ripararlo dai disastri che il pensiero dogmatico della crescita senza limiti aveva provocato. Insomma, un uomo, un maestro per tanti.

Per questo ho sempre trovato bellissime le parole che l’allora arcivescovo Loris Capovilla scrisse, alla notizia della morte, alla moglie Valeria:

Per chi lo ha amato, questa è l’ora del silenzio. Per chi dissentiva dalle sue scelte, è l’ora del discernimento. Per chi crede possibile muoversi verso una convivenza più umana, è l’ora della gratitudine. Alex ha studiato, operato, servito proprio per questo. Mi inchino dinanzi a lui. Chiedo a Dio di accoglierlo nella sua Casa e di collocarlo, a nostro conforto, come una stella nel firmamento. Alex appartiene alla schiera degli eletti che non muoiono. Sono certo di re-incontrarlo.

Daniele Rocchetti

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