La lezione dell’A Diogneto a servizio della Chiesa che verrà

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Le moderne società sono caratterizzate dalla pluralità di approcci culturali, politici, etnici, morali e religiosi. In un contesto impossibile da circoscrivere tramite definizioni unitarie, la proposta di vita del cristianesimo è chiamata ad assumere una forma umile, semplice e in grado di generare senso. Per approfondire tale approccio sembra opportuno riprendere la lezione dello scritto anonimo del II sec. d. C. intitolato A Diogneto.

In un quadro sociale e culturale assai simile al nostro, la lettera rivolta a Diogneto – che cercava di conoscere le peculiarità della nuova religione diffusasi rapidamente nell’impero romano – presenta l’immagine del Dio dei cristiani. Dall’identità divina esposta nello scritto scaturisce un particolare profilo dei credenti che trova nella pluralità, nella complessità e nella diversità delle occasioni favorevoli per l’annuncio evangelico.

Anzitutto, per l’autore, il Dio unico dei cristiani è diverso da quello dei pagani poiché si è unito al suo popolo – cioè all’umanità – con amore. Questo è reso possibile dal fatto che Dio ha condiviso in Cristo la condizione delle creature ed è divenuto straniero e partecipe in tutto alla vita degli uomini: «Dio […] non solo si mostrò amico degli uomini, ma anche magnanimo. Tale fu sempre, è e sarà: eccellente, buono, mite e veritiero, il solo buono». Questa immagine della divinità genera uno stile particolare che i credenti sono destinati a vivere e a diffondere nella terra. I cristiani, infatti, non usano la violenza per convertire ma propongono la loro novità con la vita vissuta nel quotidiano attraverso scelte ispirate al messaggio evangelico: «chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio, è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio».

Ne deduciamo che dall’A Diogneto emerge chiaramente una verità che consiste nello stretto legame fra l’identità divina e l’agire dei cristiani nel mondo. La vita dei credenti è intesa come un vero e proprio luogo teologico nel quale vivere concretamente l’amore donato da Dio. In tal modo i discepoli del Cristo si lasciano plasmare dal Signore nel quale credono sino ad apparire – rispetto agli altri uomini – diversi e rinnovati poiché non fanno il male e si occupano del prossimo. Allora, il profilo dei cristiani nel mondo genera una forma particolare di cittadinanza, come evidenzia Sabino Chialà, contraddistinta non dalla paura della diversità o dal semplice rispetto delle leggi bensì dal tentativo di agire per imitare Dio. Si tratta di un modo particolare di stare nella comunità umana caratterizzato dalla libertà, dalla solidarietà, dal rispetto, dalla capacità critica e propositiva: «Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi».

Nonostante simili peculiarità, i cristiani – secondo l’autore dell’A Diogneto – non si distinguono dagli altri uomini per territorio, lingua, abiti; non hanno città proprie e non vivono in ghetti urbani, sociali o culturali. I discepoli di Cristo non si definiscono in opposizione agli altri e per loro non esistono spazi umani “barbari” o “incivili” poiché la fede non è un alibi per escludersi dall’umanità ma per assumerla integralmente: «Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile». Di conseguenza lo stile dei credenti nel maestro di Nazareth non coincide con quello degli esaltati apocalittici che si allontanano dal mondo bensì – nella libertà donatagli da Dio – camminano nella terra e vivono nella storia non da padroni ma da locatari. Per via di questa consapevolezza, i cristiani si sentono a casa in ogni terra, cultura, popolo e nazione poiché sono cittadini del mondo, fratelli e sorelle.

Muovendo da una certa visione di Dio, l’A Diogneto propone un modello di stile cristiano nel mondo – e di relativa cittadinanza – ancora attuale. Infatti, viene avanzato un cristianesimo privo di barriere e di paure ma ricco di valori – come la libertà e la lealtà – in grado in ogni epoca di destabilizzare le interpretazioni del mondo più in voga. Quella dell’A Diogneto è una fede in uscita che si poggia sul modo di vivere fraterno di chi segue l’insegnamento evangelico. Da questa fede scaturisce una rilevanza sociale del messaggio cristiano che spiazza per la sua qualità e al contempo, anziché costringere, rinnova tutto continuamente sino a divenire qualcosa capace di sostenere il mondo: «A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani […] L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo».

Il cammino sinodale voluto fortemente da papa Francesco è un’occasione molto importante per riflettere sulla chiesa e, soprattutto, come chiesa. Le trasformazioni culturali in atto in ogni angolo del globo costringono le comunità ecclesiali a ripensarsi e a riorganizzarsi alla luce dei cambiamenti. Tuttavia, la fatica maggiore della chiesa in questo percorso sinodale consiste, come afferma Massimo Naro, in uno sforzo che: «deve continuamente fare per accorgersi della visita di Dio nella storia comune degli uomini e per discernerne le forme sempre inedite, a volte persino inaudite». In simile opera di discernimento ecclesiale, può tornare assai utile lo scritto A Diogneto che presenta un cristianesimo non egemone ma che accetta di confrontarsi con le altre religioni e filosofie. Lo stile credente dell’anonimo scritto sembra adattarsi all’odierno contesto poiché – come sostiene Marco Rizzi – non chiede: «di rinunciare alla vita della propria nazione e della propria città, anzi raccomanda di parteciparvi in ogni suo aspetto con un rigore morale e una dimensione spirituale ancora più forti e ispirati da valori positivi. Al tempo stesso, esso colloca la responsabilità dei cristiani in un orizzonte più ampio, che coinvolge la loro appartenenza trascendente: non sono di questo mondo, ma proprio per questo devono rendere migliori, più umane, più ricche di rispetto reciproco e di amore le città». Per questi motivi, l’A Diogneto risulta uno strumento ancora molto valido per accorgerci della visita di Dio nella storia comune degli uomini e, quindi, per contribuire a delineare la chiesa che verrà.

Rocco Gumina

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