Repubblica democratica e Chiesa: quale rapporto?

da Vinonuovo.it, «vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi» (Lc 6,36).

Sotto il sinistro bagliore della guerra che li avvolge, nel cocente ardore della fornace in cui sono imprigionati, i popoli si sono come risvegliati da un lungo torpore. Essi hanno preso di fronte allo Stato, di fronte ai governanti, un contegno nuovo, interrogativo, critico, diffidente. Edotti da un’amara esperienza, si oppongono con maggior impeto ai monopoli di un potere dittatoriale, insindacabile e intangibile, e richiedono un sistema di governo, che sia più compatibile con la dignità e la libertà dei cittadini. Queste moltitudini, irrequiete, travolte dalla guerra fin negli strati più profondi, sono oggi invase dalla persuasione — dapprima, forse, vaga e confusa, ma ormai incoercibile — che, se non fosse mancata la possibilità di sindacare e di correggere l’attività dei poteri pubblici, il mondo non sarebbe stato trascinato nel turbine disastroso della guerra e che al fine di evitare per l’avvenire il ripetersi di una simile catastrofe, occorre creare nel popolo stesso efficaci garanzie.

papa Pio XII

Nel radiomessaggio per il Natale del 1944, dopo due guerre mondiali (di cui l’ultima doveva ancora mostrare i suoi terribili ‘colpi di coda’), Pio XII fissava in modo indelebile il legame inversamente proporzionale tra guerra e democrazia. Lasciamo agli storici il giudizio su quanto l’allora vescovo di Roma condividesse tale legame. Di certo, però, affermava che «profondamente sentiamo la somma importanza di questo problema per il pacifico progresso della famiglia umana», cosicché, «se l’avvenire apparterrà alla democrazia, una parte essenziale nel suo compimento dovrà toccare alla religione di Cristo e alla Chiesa».

Non si può non notare, poi, quasi a costituire un curioso filo rosso con il nostro tempo, che nel discorso di Pio XII la democrazia è sana solo se prevede e garantisce il diritto del «popolo» (ben differenziato dalla «“massa”») ad «esprimere il proprio parere» e ad «essere ascoltato». Sembra quasi un’anticipazione di quella sinodalità della Chiesa come popolo di Dio che per papa Francesco era – e dovrebbe continuare ad essere – legata sì alla tragedia attuale della “terza guerra mondiale a pezzi” e della «crisi della partecipazione» (DF 20), ma come sua profetica soluzione: «la Chiesa sinodale è come uno stendardo innalzato tra le nazioni (cfr. Is 11,12)» (Discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015).

Non a caso Francesco ha riconosciuto come partecipe del proprio magistero ordinario il Documento Finale del Sinodo dei Vescovi (2024), in quanto contenente passaggi estremamente significativi su sinodalitàguerra e crisi della democrazia: «in un’epoca segnata (…) da una crescente disillusione nei confronti dei modelli tradizionali di governo, dal disincanto per il funzionamento della democrazia, da crescenti tendenze autocratiche e dittatoriali, (…) e dalla tentazione di risolvere i conflitti con la forza piuttosto che con il dialogo, (…) pratiche autentiche di sinodalità permettono ai Cristiani di elaborare una cultura capace di profezia critica nei confronti del pensiero dominante e offrire così un contributo peculiare alla ricerca di risposte a molte delle sfide che le società contemporanee devono affrontare e alla costruzione del bene comune» (DF 47). [1] In effetti, «il modo sinodale di vivere le relazioni è una forma di testimonianza nei confronti della società», perché «la disponibilità all’ascolto di tutti, specialmente dei poveri, si pone in netto contrasto con un mondo in cui la concentrazione del potere taglia fuori i poveri, gli emarginati, le minoranze e la terra, nostra casa comune» (DF 48).

Per questo, come abbiamo già visto e come vedremo nei prossimi momenti del nostro anno liturgico sinodale, i padri e le madri sinodali hanno insistito sulla «partecipazione» e «corresponsabilità differenziata» di «tutto il popolo di Dio» ai momenti della celebrazione (DF 26; 142; DFCS 46; 47; 71), dell’ascolto, del discernimento, della decisione e della missione (DF 4; 26; 30; 36; 71; 77; 82; 87; 92; 99; 142; DFCS 63; 65; 72), innanzitutto in quei luoghi di «mediazione istituzionale» (DF 89; 94) che sono rappresentati dagli «organismi di partecipazione» (DF 103-108; DFCS 7; 54, lett.a; 65; 69-70; 75, lett. a).

Tutto questo, però, discende dal fatto teologico per cui ogni battezzato, grazie allo Spirito, è chiamato a partecipare della funzione profetica di Cristo (DV 2; LG 12), possedendo «una certa connaturalità con le realtà divine» e quindi «un istinto per la verità del Vangelo, chiamato sensus fidei»: «l’attitudine a cogliere intuitivamente ciò che è conforme alla verità della Rivelazione nella comunione della Chiesa» ossia nel «consenso dei Fedeli (consensus Fidelium)» (DF 22; cf. anche 81; 83; DFCS 40).

Ecco perché, in conclusione, proprio l’urgenza che sente Leone XIV di difendere l’unità della Chiesa dalle polarizzazioni dovrebbe portare lui, ma soprattutto la Curia romana, ad abbandonare ogni timore e scetticismo verso la sinodalità/democrazia, come se quest’ultima fosse la causa di tensioni e conflitti ecclesiali irrisolvibili e non, invece, la principale (se non unica) via dialogica verso la loro soluzione.

Sergio Ventura

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[1] Sull’ aspetto sociale ed economico della «sinodalità come profezia sociale» avevo già scritto qui in occasione del 1° maggio e dell’inizio del mese mariano. Riguardo il cammino sinodale italiano si possono ritrovare passaggi analoghi nei paragrafi 10 e 26 del Documento di sintesi (DFCS).

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