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Presentare un’Enciclica importante e voluminosa come Magnifica humanitas in poche battute potrebbe esporre chi scrive al rischio della banalità o della parzialità. Cinque capitoli, duecentoquarantacinque numeri, unitamente a un significativo proliferare di recensioni e articoli – sia nel mondo laico che nel mondo cattolico – fanno di questa prima Lettera Enciclica di Leone XIV un evento, più che un semplice documento; un evento che potremmo definire “architettonico”.
Pertanto, più che analizzare i contenuti in modo puntuale, proverò a cogliere i passaggi più importanti della prima enciclica di papa Prevost ricorrendo proprio alla metafora del “cantiere”. Il pontefice, infatti, sin dalla sua prima apparizione sulla loggia centrale della Basilica di San Pietro l’8 maggio 2025, ha esortato alla “costruzione” di un mondo più giusto e fraterno, governato dalla pace e dall’armonia tra i popoli e nella Chiesa.
Ora, in questo primo documento ufficiale, egli ci dona un vero e proprio “progetto antropologico”, da costruire con la spiritualità del “saggio architetto” (n. 236), per una umanità realmente “magnifica”.
Le fondamenta
Il primo step di un cantiere è la costruzione delle fondamenta. Un passaggio delicatissimo che, nel caso degli edifici, rappresenta indubbiamente l’operazione più delicata, in cui anche un minimo errore può portare a danni significativi alle strutture.
Le fondamenta di Magnifica humanitas vanno in una chiara direzione. Scavando in profondità nel ricco terreno della tradizione ecclesiale e della storia dell’umanità, papa Leone, richiamandosi alla comune dignità di tutti gli esseri umani, «inalienabilmente fondata nel suo stesso essere» (DI, n. 1), e sul tesoro della Dottrina sociale della Chiesa – ricordiamo che il documento porta la data del 15 maggio 2026, 135° anniversario della promulgazione dell’enciclica Rerum novarum di Leone XIII –, si fa portatore di un umanesimo relazionale quanto delicato e vulnerabile, radicato nel mistero del Verbo incarnato e alternativo rispetto alle visioni antropologiche proprie del postumanesimo e del transumanesimo.
Proprio questa è la differenza tra la costruzione della Torre di Babele e la riedificazione delle mura di Gerusalemme – metafora ricorrente nel testo –: mentre la prima si fonda sull’illusione del paradigma tecnocratico che si vuole affrancare dall’abitare il terreno buono di Dio e dell’essere umano, la seconda riconosce che per costruire verso l’alto bisogna scendere più in profondità. Le fondamenta delle mura di Gerusalemme e, quindi, della magnifica umanità poggiano su una vulnerabilità costitutiva della persona umana che si apre alla relazione e alla Grazia.
La pietra d’angolo
Dopo aver posto solide fondamenta, l’Enciclica ci presenta la pietra d’angolo della Magnifica humanitas, quel caposaldo di livellazione che costituisce un po’ il metro di misura del cantiere, ciò che impone la linea e l’orientamento dell’edificio. Leone, infatti, apre il documento ripercorrendo i 135 anni di Dottrina sociale della Chiesa (nn. 46-89), presentandola non come un progetto astratto, ma proprio come la pietra angolare che offre la quadratura etica e l’orientamento all’intera architettura sociale.
Il papa desidera che l’autentico sviluppo umano integrale (nn. 82-85) si nutra della profondità e della ricchezza dei principi del Magistero sociale e, allineandosi a esso – come si fa con una pietra angolare –, faccia emergere tutta la bellezza e le potenzialità dell’essere umano.
Occorre, pertanto, partire della centralità della persona e dalla sua dignità ontologica, proseguire in modo lungimirante con l’applicazione del principio di sussidiarietà, affinché la tecnica rimanga uno strumento al servizio dell’uomo e non un meccanismo di controllo centralizzato da parte di oligarchie tecnocratiche.
E, infine, dare forza e stabilità all’intero edificio umano mediante la solidarietà e il bene comune, pilastri portanti per edificare una giustizia sociale capace di orientare l’automazione alla tutela del lavoro umano e alla cura dei legami comunitari (nn. 46-89).
Se l’algoritmo rifiuta la misura etica di questa pietra angolare, la casa comune che costruiamo non sarà una dimora accogliente, ma una Babele cibernetica destinata al cedimento dalla sua struttura portante.
La scelta dei materiali
Per costruire un buon edificio, che sia stabile e duraturo, le fondamenta e la pietra d’angolo non sono sufficienti. Occorre anche scegliere dei buoni materiali – un conto è costruire in cemento armato, un altro con del prezioso marmo travertino! – per avere sicurezza che l’edificio resisterà nel tempo, oppure sarà fragile e cedevole.
Il pontefice ci indica un rischio particolarmente attuale nel nostro tempo, caratterizzato da una nuova rivoluzione tecnologica e dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale: il paradigma tecnocratico, infatti, tende a prediligere materiali come le stringhe di codice, la potenza del calcolo, la mercificazione dei dati personali, portando così alla costruzione di un edificio sociale rigido che cancella le differenze culturali e la singolarità di ogni persona.
Alcuni materiali possono rivelarsi addirittura tossici: pensiamo all’automazione robotica che trasforma la struttura del lavoro creando disoccupazione o ai deepfake che avvelenano il confronto politico o, ancora, all’applicazione dell’IA nei sistemi d’arma autonomi che rendono la guerra più “praticabile”, e meno soggetta al controllo umano.
L’Enciclica, in risposta, riconosce come materiali nobili la carne e la coscienza dell’essere umano, luoghi in cui risplende l’immagine e la somiglianza con Dio: «Nessun sistema di calcolo, per quanto sofisticato, genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene. Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato» (n. 233).
Sono questi, quindi, i materiali preziosi di cui l’umanità di oggi non può assolutamente privarsi.
Porte e infissi
Una volta portato a termine il cantiere, restano da definire alcuni dettagli tutt’altro che secondari. Senza porte e infissi, infatti, una casa non può essere abitata. Al contempo, decidere la tipologia di questi elementi, dice anche che tipo di struttura abbiamo edificato: le ampie vetrate, per esempio, permettono una maggiore luminosità rispetto alle classiche finestre e rivelano anche il tipo di rapporto che quel particolare edificio vuole avere con l’esterno.
La tecnologia e l’intelligenza artificiale, infatti, rischiano spesso di essere usate per costruire fortezze invisibili: barriere di controllo sociale, bolle algoritmiche che ci isolano o mura di esclusione per i più fragili. Papa Leone, al contrario, ricorrendo ancora una volta all’immagine delle mura di Gerusalemme, ne parla non come un fortino blindato, ma come una difesa che racchiude uno spazio di pace pronto ad aprirsi.
Non siamo chiamati a blindare porte e finestre per paura della tecnica. Rischieremmo in questo caso, come afferma il papa, di ripetere l’errore del ritardo con cui la Chiesa ha accolto o condannato alcune questioni cruciali. Abbiamo, al contrario, l’alto compito morale di costruire una tecnica dotata di una soglia etica, di una vigilanza che deve tradursi in discernimento e responsabilità nel presente (n. 177).
Le chiavi di casa
L’edificio è completo, ma non ancora abitato. Questa presentazione dell’Enciclica resta aperta – come lo è, del resto, lo stesso documento pontificio. Nella logica della spiritualità del “saggio architetto” (n. 236), papa Leone ci consegna le chiavi di questo cantiere.
I sistemi di automazione e gli algoritmi, infatti, non sono i padroni di casa e non siedono a tavola. Il loro ruolo corretto è quello di facilitare le mansioni e i compiti pratici del quotidiano.
L’IA gestisce la logistica della casa, ma non ha le chiavi della sua intimità. Quelle appartengono a ogni essere umano, alla sua inviolabile dignità, perché fedele alla verità, sappia «investire nell’educazione, curare le relazioni, amare la giustizia e la pace» (Ivi).
mons. Alfonso Vincenzo Amarante
Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense