Il lavoro nell’Antico Testamento: Genesi 1-11

Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto.

Gen 2,2

L’ebraico biblico rivela una polivalenza semantica nel raccontare i diversi aspetti del lavoro, che mettono in evidenza l’impossibilità di una separazione, anche solo concettuale, tra la vita dell’uomo nella sua complessità e totalità e la sua opera: “L’uomo biblico non vede il lavoro come una realtà a sé stante e isolabile ([…] manca perfino un termine specifico per indicarlo), ma come un’attività inserita nella più vasta gamma delle relazioni che delineano il quadro complessivo della vita (le relazioni con Dio, con gli altri uomini e con le cose)1 Infatti, oltre ai numerosi termini e sfumature di senso, sono significative le frequenti sovrapposizioni di significato nello stesso termine, dove sono stratificati e correlati gli ambiti del soggetto uomo che presta l’opera lavorativa, il risultato oggettivo del lavoro e i rapporti sociali che esso crea.

Il primo soggetto di lavoro nominato dal libro della Genesi (Gen 1) è il Dio Creatore, che è “un Dio che lavora e riposa2. Il ciclo della creazione è inscritto nella struttura ebdomadaria di sei giorni di lavoro più uno di riposo, a suggerire l’armonia, la perfezione e la bellezza3 della stessa attività creatrice – ordinatrice di Dio. Il settimo giorno è compimento del lavoro dei sei precedenti: il riposo è benedizione e consacrazione a Dio del settimo giorno, a un Dio che non è ozioso o immobile, ma che racchiude in sé lavoro (cioè dono di Sé, fecondità) e riposo, compimento.

Una parte importante del lavoro divino è la creazione dell’uomo: “E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza […]». Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò4. L’uomo è immagine di Dio e costituito essenzialmente dalla relazione con lui: “l’uomo è dunque, come il suo Dio, un essere che lavora e riposa. Sia il «lavoro» sia il «riposo» rientrano nell’immagine di Dio5. Dio benedice l’uomo e la donna nel loro riempire la terra, prenderne possesso e governarla, inserendo questi tre atti di generazione, di relazione e di lavoro nel proprio progetto di ordine nel mondo e di vittoria sulle forze del caos. L’essere immagine di Dio e la benedizione divina inserisce tutta la vita dell’uomo, lavoro compreso, nel contesto della relazione con lo stesso Creatore. Tutta l’attività dell’uomo è tolta quindi tanto dal sospetto di maledizione, quanto dalla presunzione di essere fine a sé stessa. In questa prospettiva va considerato il «settimo giorno», sabato dell’uomo modellato sul sabato di Dio, giorno di compimento e di benedizione, di «festa» e incontro con Dio, che da senso al lavoro degli altri sei giorni, “custodia e «coltivazione» del senso messo da Dio nel cosmo armonioso da lui creato6.

La seconda narrazione della creazione (Gen 2) conferma la situazione di armonia tra Dio, l’uomo e la adamah (la terra). Anche il ruolo lavorativo dell’uomo, identificato nell’imposizione del nome, è scoperta, definizione e ordinamento del mondo a lui affidato. il lavoro, che è appunto “dare un senso alle cose, conoscerle7, si pone così in continuità e collaborazione con l’attività ordinatrice del cosmo.

Nella continuazione del racconto (Gen 3) l’uomo vuole stabilire i criteri del suo essere e del suo agire al di fuori del contesto del rapporto con Dio e della sua opera d’amore. Egli segue il messaggio del serpente nella direzione di una volontà di dominio avaro ed egoistico. Da questa scelta derivano i limiti dell’esistenza umana (fatica, dolore, insuccesso, violenza), la disarmonia tra l’uomo e Dio e tra l’uomo e la adamah. Quest’ultima viene maledetta per causa dell’uomo e diventa l’inospitale ambiente di vita e di lavoro per la razza umana. Nonostante questo all’uomo non viene tolto il suo ruolo di coltivatore e custode della adamah, “ma il suo lavoro è reso ambiguo e precario, insicuro del proprio senso e del proprio scopo8. Tutta la creazione (la adamah, l’uomo e il suo lavoro) è sottoposta alla mancanza di senso, al nulla, alla vanità9 e attende una liberazione.

Il seguito della trama genesiaca prosegue questa linea di attività umana avversa alla terra e a Dio; infatti il progresso costruito dal lavoro di Caino e poi dei suoi discendenti culmina nella dichiarazione di ostilità e disprezzo di Lamech nei confronti degli stessi uomini: “Ho ucciso un uomo per una mia scalfitura e un ragazzo per un mio livido10. Ma tutti gli sforzi dell’uomo, senza il riferimento alla relazione con Dio, oltre ad rivelarsi disumanizzanti, restano senza frutto.

Episodio simbolo è il tentativo di costruzione della torre di Babele, cioè della ricerca da parte dell’umanità di un’unità basata sul prodotto del proprio lavoro e avente come scopo la propria glorificazione; un’unità che è uniformità, negazione delle differenze e, quindi, ultimamente, violenza, negazione della relazione con il diverso da sé, quindi con il fratello e con Dio. Per questo il progetto fallisce e gli uomini si disperdono e si differenziano costituendo quella pluralità insita nella creazione divina e premessa al nuovo inizio del percorso verso un’unità basata sulla unità e sulla relazione tra gli uomini e con Dio11. Questo nuovo inizio è il frutto della benedizione di Dio ad Abramo (Gen 12, 1-3).

1 B. Maggioni, Il seme e la terra. Note bibliche per un cristianesimo nel mondo, Milano, Vita & Pensiero, 2003, p. 156.

2 A. Bonora, Lavoro, in Nuovo dizionario di teologia biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A. Girlanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 1988, p. 777.

3Dio vide che era bello [tôb]”. Gen 1, 3.10.12.18.21.25.31. “Il mondo è sette volte bello, ossia pienamente armonioso”. A. Bonora, Lavoro, in NDTB, p. 778.

4 Gen 1, 26-27.

5 A. Bonora, Lavoro, in NDTB, p. 778.

6 Ibi, p. 779.

7 Ibidem.

8 Ibi, p. 780.

9 Cfr. Qo.

10 Gen 4, 23b.

11La vera unità è dono e varietà”. A. Bonora, Lavoro, in NDTB, p. 780.

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